RIITIIR

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Artista: Enslaved
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: 2012
Durata: 67:00
Voto: 4/5

Gli Enslaved sono famosi per il loro fiuto nel mandare all’aria l’ortodossia del black metal. Nel loro periodo metal »tipico« gli album della band finivano senza fatica in uno dei tanti sottogeneri che il pubblico ama tanto usare per organizzare e identificare i suoni specifici del metal. Ma negli ultimi dischi i norvegesi si sono evoluti parecchio. Ma in cosa, esattamente?

Il consenso generale, anche se c’è sempre spazio per opinioni diverse, è che oggi gli Enslaved si classifichino come black metal progressivo, uno stile che si distingue dal black metal »classico« perché si butta su forme musicali più anticonvenzionali. Below the Lights, RUUN e Axioma Ethica Odini hanno influenze un po’ più morbide, quasi da rock progressivo, e di sicuro elementi ritmici e melodici fuori dal comune, quelli che ti stupirebbe sentire nei dischi dei maestri della vecchia scuola come Darkthrone, Bathory e Immortal. In breve, la discografia degli Enslaved è intrisa di uno stile più progressivo di black metal; vale per circa metà del loro opus. Il loro stile è diventato molto coerente e allo stesso tempo molto lontano da una qualche norma del black metal. E RIITIIR da questo punto di vista non fa eccezione. Ma – è una vera evoluzione, un vero passo avanti? O è sempre lo stesso stile conosciuto, che la band si porta addosso comoda comoda da ormai cinque album?

RIITIIR resta comunque nei binari del black metal progressivo. Del resto, tra questo disco e i due EP precedenti, Thorn e The Sleeping Gods, o l’LP Axioma Ethica Odini, non ci sono poi tante somiglianze. RIITIIR punta a quello a cui punta la maggior parte dei musicisti di qualità – suonare come un tipico album degli Enslaved, ma con qualcosa di nuovo, di unico solo per questo disco. Però a RIITIIR ci riesce solo fino a un certo punto.

Non mi perderò nei dettagli di ogni brano né proverò a descrivere ogni singola sezione, ma qualche esempio lo faccio. Il primo pezzo, “Thoughts Like Hammers”, è probabilmente il mio meno amato del disco. L’intro è parecchio ingannevole: parte uno dei riff più caotici e complessi della band, pieno di armonie di chitarra mozzafiato che al primo ascolto si afferrano a malapena. Ma non giudicare questo pezzo (o l’album) solo da quel riff, perché tutto quello che viene dopo ricade nel tipico sound Enslaved. Lo stile e l’atmosfera generale del brano sono molto promettenti, però l’esecuzione zoppica un po’. Nessuno dei riff successivi mi ha esaltato, ci sono parti troppo lunghe o semplicemente riempitivi. Per fortuna da qui in poi il disco può solo migliorare.

I tre brani successivi mettono completamente in ombra l’opener. Dentro sento di nuovo quei momenti di stordimento, quel tipo di contatto spirituale con la musica che la band era riuscita a creare con un paio di album passati. Stili di riff affascinanti, alcuni persino diversi da quelli già usati in passato, cominciano a dominare questi tre pezzi, mentre finalmente emerge la voce di K. Grutle, come sempre fantastica (e prodotta alla grande). Anche il suo cantato pulito è migliorato e maturato molto dai tempi di Axioma. Il ritornello, davvero inconfondibile, di »Roots of the Mountain« ha alcuni passaggi in cui il suo semi-falsetto (come lo chiamo io) scivola fuori dallo spettro giusto, cioè stona, quello che potrebbe essere una specie di errore tecnico… ma a me piace. Mi piace tantissimo. Scegli l’eufemismo che preferisci per descriverlo – la texture o il colore della sua voce, o semplicemente una certa passione emotiva – in qualche modo gli riesce. Insieme alla capacità tecnica ed emotiva della sua voce, trasforma quello che altrimenti verrebbe visto come un difetto in qualcosa di estremamente interessante.

Va detto che RIITIIR è il disco più lungo degli Enslaved finora – ben 67 minuti. In pratica è l’unico album della band che supera l’ora. E, anche se preferisco i dischi lunghi a quelli corti, a volte RIITIIR è davvero troppo lungo. Soprattutto le parti centrali di »Thoughts Like Hammers«, »Matenal« e »Storm of Memories« andavano accorciate. Ogni volta che mi sembra che qualcosa duri troppo, di sicuro è perché suona o superfluo o semplicemente poco interessante dal punto di vista musicale. Non è una grossa pecca, perché la ripetitività non è per forza un male, ma questo non cambia il fatto che i momenti meno godibili di RIITIIR sono proprio quelli con più ripetizioni. Detto questo, »Forsaken« è probabilmente il pezzo migliore del disco e uno dei migliori degli Enslaved in assoluto, anche se, come l’intero album, soffre di parti semplicemente di troppo – cosa che forse non sorprende, visto che con i suoi 11 minuti è uno dei brani più lunghi della band.

Dal punto di vista dei testi la band non mi ha mai colpito. Mi è sempre sembrato strano quanto siano scontati i loro testi, quando la loro musica è così paradossalmente opposta ai temi stessi di cui cantano. Su questo fronte RIITIIR segna un piccolo miglioramento. Si possono ancora definire robusti, violenti e in generale oscuri, ma almeno con alcuni versi fanno scattare un processo di riflessione che prima non c’era.  Alcuni sono persino un po’ meno cupi e quindi più adatti al loro uso di elementi prog rock. Proprio per questo ti consiglio di dedicare ai testi di RIITIIR più attenzione che a quelli di qualsiasi album precedente.

RIITIIR è dunque musica progressiva, ma allo stesso tempo non rappresenta un vero e proprio progresso per la band stessa. Sono anni che inserisce nella sua musica elementi più leggeri di prog rock. Al contrario, l’EP Sleeping Gods includeva suoni ambient elettronici, qualcosa che speravo davvero che la band avrebbe esplorato ancora, ma gli unici segni di questo sound compaiono nel brano »Forsaken«. Certo, non mi aspettavo che gli Enslaved si mettessero ora a infilare roba ambient a tutto spiano, ma un elemento del genere porta di sicuro tantissimo al loro sperimentare, quindi spero davvero che la band continui verso una fusione di prog metal e ambient, come fanno per esempio Agalloch e Negura Bunget.

Ascoltando sono rimasto più volte deluso da quanto l’atmosfera di RIITIIR somigli a quella delle uscite precedenti degli Enslaved, perché non era certo quello che mi aspettavo. D’altra parte potrei dire che finché la musica è ottima e allo stesso tempo »piacevole« all’ascolto, la band non ha bisogno di cambiare drasticamente il suo modo di creare, ed è assolutamente vero. RIITIIR è quindi un album decisamente solido e, anche se non rientra tra i miei preferiti della band, è sicuramente una delle migliori uscite metal di quest’anno. Alcuni brani offrono una vera intrigante profondità e un’evoluzione che si svelano solo con più ascolti. Sento proprio che il momento per una nuova, concreta evoluzione degli Enslaved si avvicina, e che i momenti di caos e di ambient su The Sleeping Gods e RIITIIR siano la direzione che segnerà un nuovo passo avanti per il metal progressivo.

A cura di, tradotto e curato da: Tine Kolenik

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Gli Enslaved sono una band nota per il suo spirito di sfida alle ortodossie del black metal. Alla maniera tipica del metal, i loro album erano facilmente incasellabili in uno dei tanti sottogeneri che la gente usa per organizzare e identificare i suoni specifici del metal. Un tempo gli Enslaved erano conosciuti come viking metal e black metal classico. Ma nel corso dell’ultima dozzina di album questi norvegesi si sono evoluti. Ma in cosa, esattamente?

Il consenso generale, anche se c’è sempre spazio per discutere, è che oggi gli Enslaved vengano classificati come “Progressive Black Metal”, uno stile che si distingue dalle convenzioni attese del black metal, per così dire, “classico”. Below the Lights, RUUN e, più di recente, Axioma Ethica Odini sono noti per portare influenze più leggere, forse da prog rock, ed elementi ritmici e melodici meno comuni che sarebbe davvero sorprendente sentire nei vecchi Darkthrone, Bathory o Immortal. In breve, la discografia degli Enslaved ha una gran familiarità con lo stile di un black metal più progressivo, per circa metà dei suoi dischi. Il loro stile è rimasto coerente e allo stesso tempo diverso dalla norma del black metal…e RIITIIR non fa eccezione. Ma è un’evoluzione, un vero progresso? O è lo stesso stile familiare con cui la band gioca sul sicuro da cinque album o giù di lì?

RIITIIR è sicuramente più riconducibile al black metal progressivo che a quello classico od ortodosso. Non somiglia nemmeno troppo ai due EP precedenti, Thorn e The Sleeping Gods, né all’LP precedente, Axioma Ethica Odini. Ma, come tanti bravi musicisti cercano di fare, suona come l’essenza degli Enslaved pur restando in parte nuovo, in parte unico, ma solo fino a un certo punto.

Non entrerò nei dettagli di ogni brano cercando di descrivere i meccanismi di ogni singola sezione, ma qualche esempio lo faccio. L’opener, “Thoughts Like Hammers”, è probabilmente il mio brano meno amato del disco. L’intro è piuttosto fuorviante: uno dei riff più caotici e complessi della band, un’ondata di armonie di chitarra travolgenti difficili da capire a un solo ascolto. Ma non bisogna giudicare il resto del pezzo (o del disco) da questo riff. Tutto quello che viene dopo scivola in un territorio tipico per la band. Lo stile e l’atmosfera generale del brano sembrano promettenti, ma l’esecuzione in sé sembra mancare qualcosa. Nessuno dei riff mi ha fatto davvero dire “wow”, alcune parti sembravano andare avanti un po’ troppo, come fossero riempitivo. Ma per fortuna dopo questo migliora.

I 3 brani successivi sembrano mettere completamente in ombra l’opener del disco. I momenti esaltanti di meraviglia e quel senso di connessione profonda che la band ha saputo creare nei dischi precedenti iniziano a farsi molto più evidenti con le canzoni seguenti. Stili di riff intriganti, alcuni persino nuovi per la band, cominciano a dominare il cuore di questi pezzi, oltre alla voce eseguita e prodotta alla grande per cui K. Grutle è famoso. Anche il suo cantato pulito è migliorato e maturato in modo evidente da Axioma. Il ritornello facilmente riconoscibile di Roots of the Mountain ha alcune parti in cui il suo semi-falsetto (come mi piace chiamarlo) suona a tratti stonato. Eppure, nonostante quello che verrebbe considerato un difetto tecnico di esecuzione…mi piace. Mi piace parecchio. Qualunque eufemismo tu preferisca per descriverlo, la qualità testurale o il timbro della sua voce, o la passione/emozione che riesce a trasmettere, o una combinazione di abilità e qualità tecniche ed emotive del suo canto, lui sfrutta quello che in genere si percepisce come un errore e lo rende, d’istinto, interessante.

Va notato che RIITIIR è l’uscita più lunga degli Enslaved finora, con i suoi 67 minuti. È di fatto il loro unico album (bonus track e simili a parte) a superare l’ora. E, con mia sorpresa, trovo che a volte questo disco duri un pelo troppo. In particolare le sezioni centrali di Thoughts Like Hammers, Matenal e Storm of Memories sembrano potersi accorciare. Ogni volta che trovo che qualcosa vada avanti troppo, ovviamente è perché è ridondante o suona poco interessante. Mi starebbero bene anche brani consecutivi da 8-9 minuti se la band fosse stata più efficiente con il tempo che ci ha messo a disposizione in questo disco. Non è un difetto grave, visto che i riff troppo ripetitivi non sono davvero terribili, ma le sezioni più ripetitive di RIITIIR sembrano essere i momenti meno godibili del disco, forse con l’eccezione del ritornello di Roots of The Mountain. Forsaken è forse il pezzo migliore del disco e magari una delle migliori canzoni che la band abbia mai pubblicato, nonostante soffra anch’essa un po’ di ridondanza, cosa non del tutto sorprendente. È uno dei loro brani più lunghi di sempre, con 11 minuti.

Dal punto di vista dei testi, gli Enslaved non mi hanno mai impressionato. Ho sempre trovato strano quanto siano scontati i loro testi, visto che la loro musica sfida proprio le immagini e i temi di cui cantano così spesso. RIITIIR in effetti sembra un piccolo miglioramento su questo fronte. Si può ancora descrivere perlopiù come cupo, violento e in generale semplicemente oscuro. Ma certi passaggi dei testi sembrano un po’ più stimolanti e di umore più leggero, il che è un cambiamento gradito. Anche alcuni dei loro album più vecchi avevano pochissime frasi che mi hanno davvero smosso qualcosa, quindi ti consiglio di prestare ai testi di RIITIIR molta più attenzione che a quelli di qualsiasi altro loro album.

RIITIIR è musica progressiva (nel senso tipico del termine in questo contesto), ma al contrario non è un progresso completo per la band stessa. Da anni la band porta avanti un feeling di metal più leggero/morbido, unito a quello che si potrebbe chiamare prog rock. The Sleeping Gods ha introdotto in modo molto interessante un ambient dal sapore quasi elettronico nel loro sound, qualcosa che speravo davvero la band avrebbe portato avanti. L’unico segno di questo tipo di sonorità su RIITIIR sta in Forsaken. Non mi aspettavo che gli Enslaved integrassero elementi ambient importanti in questo disco, ma è qualcosa con cui sembrano insistere a sperimentare, e personalmente spero che scoprano un nuovo tipo di combinazione per questo mix di prog metal + ambient, qualcosa che band come Agalloch e Negura Bunget sono note per fare.

A volte, lo ammetto, mi delude quanto l’atmosfera di RIITIIR sia familiare rispetto alle uscite precedenti e che non sia audace come mi aspettavo. Si potrebbe dire che finché la musica è ottima e godibile non serve cambiare drasticamente le canzoni, ed è vero. RIITIIR è un album molto, molto solido e, anche se non è il mio preferito della band, nemmeno nella mia top 3, è una delle migliori uscite metal dell’anno e dimostra che questa band ha un alto livello di coerenza quando si parla di musica di qualità che merita assolutamente di essere riascoltata. Alcune canzoni offrono momenti di pura complessità che inevitabilmente lasciano altro da scoprire con gli ascolti ripetuti. Ho semplicemente la sensazione che il momento di una nuova evoluzione degli Enslaved si stia avvicinando, e forse i momenti di caos complesso e di ambient malinconico di The Sleeping Gods e RIITIIR sono davvero un presagio del prossimo passo avanti del metal progressivo.

Formazione

Grutle Kjellson – basso, voce, sintetizzatore
Ivar Bjørnson – chitarre, sintetizzatore
Arve Isdal – chitarra
Herbrand Larsen – tastiere, sintetizzatore, organo, voce
Cato Bekkevold – batteria, percussioni

Tracklist

1. Thoughts Like Hammers
2. Death In The Eyes Of Dawn
3. Veilburner
4. Roots Of The Mountain
5. Riitiir
6. Materal
7. Storm Of Memories
8. Forsaken

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