Slaves and Masters
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Deep Purple
Etichetta: Sony BMG
Uscita: year
Durata: 46:51
Voto: 4/5
»Slaves and Masters« è stato l’unico album delle leggende dell’hard rock britannico Deep Purple con l’americano Joe Lynn Turner in formazione. Turner, vecchio compare dei tempi della mitica band Rainbow, è stato portato nel gruppo dal mistico e lunatico virtuoso della chitarra Ritchie Blackmore, che fu anche il principale promotore della bizzarra idea di far fuori dai Deep Purple il suo “migliore amico” Ian Gillan e di piazzare al suo posto un americano visivamente un po’ kitsch, con l'”accento” AOR perfetto. In origine, per sostituire Gillan era stato pensato il cantante dei Survivor Jimi Jamison, ma a causa di complicazioni con la sua casa discografica di allora non poté accettare il posto che gli veniva offerto.
Così è successa una specie di mini reunion della formazione dei Rainbow di inizio anni Ottanta, che ai tempi era composta da Blackmore, Turner e dal bassista/produttore Roger Glover, mentre la Mark V dei Deep Purple di allora era completata dai due membri originali, il tastierista Jon Lord e il batterista Ian Paice, che avevano alle spalle anche l’esperienza con la band, non meno celebre, dei Whitesnake. Più di un tradizionalista si è preso la testa tra le mani davanti all’ennesimo sfascio della formazione Mark II e alla notizia dell’arrivo di Turner al posto di Gillan, ma quello strano ibrido tra Rainbow e Deep Purple, di cui »Slaves and Masters« è l’incarnazione, si è rivelato sul piano artistico sorprendentemente riuscito. Fin dalla ricostituzione dei Deep Purple nel 1984, Blackmore spingeva verso una direzione sonora e compositiva più melodic rock, in cui secondo lui Gillan non c’entrava proprio niente e continuava a “fargli i dispetti”. Con l’arrivo del suo “pupillo” Turner, le visioni musicali di quest’uomo in nero, spesso scontroso e del tutto imprevedibile, nonché uno dei migliori chitarristi di tutti i tempi, si sono finalmente realizzate.
L’unico problema era che il nuovo cantante non l’ha accettato praticamente nessun tradizionalista dei Purple e che »Slaves and Masters«, nonostante sia nel suo insieme un risultato più che solido, anche se con una dose di AOR più massiccia di quella che di solito si aspetta il fan medio di questa leggendaria band, è stato un flop commerciale totale. A fantasticare che i Deep Purple, che già da qualche anno venivano considerati “dinosauri” o “vecchi tromboni”, potessero ancora avere un ruolo importante nelle classifiche radiofoniche era ormai rimasto solo Blackmore, incline all’irrazionalità e all’assurdo.
»Slaves and Masters«, a parte la prelibatezza melodic rock di apertura »King Of Dreams«, che si può a buon diritto proclamare un classico dei Purple, non conteneva nessun picco compositivo degno di nota o particolarmente ispirato, eppure nel complesso è un prodotto da studio estremamente coerente, con un equilibrio solido tra tradizionalismo sonoro e qualche iniezione melodic rock qua e là. Il già citato, un po’ mistico »King Of Dreams« è un’apertura potente per l’album, con un riff di chitarra arrogante e dinamiche texture di sintetizzatore sullo sfondo, mentre Glover e Paice garantiscono una combinatoria ritmica relativamente complessa. Appena entra la voce possente di Turner, tradizionalmente un po’ da palcoscenico, che tocca il culmine in un ritornello ultra melodico, il paragone con i Rainbow di inizio anni Ottanta viene da sé. In mezzo, Lord sparge con foga i suoi arguti capricci d’organo, mentre i malinconici passaggi di chitarra di Blackmore suonano ancora oggi freschi e innovativi.
»The Cut Runs Deep« ha un’introduzione di tastiere drammatica e sfocia in una frase di chitarra sporca, che poggia su un massiccio retroterra di batteria. Il cantante americano, ossessionato dalla manicure e dalla lunghezza delle extension, come per gran parte dell’album, con il suo approccio vocale sensuale è la principale fonte della melodicità più profonda di »Slaves and Masters« rispetto al predecessore »The House of Blue Light« (1987). Gli assoli dinamici di Blackmore alla chitarra elettrica e di Lord all’organo, in mezzo a questo pezzo molto solido, sono un vero balsamo per tutti gli amanti delle improvvisazioni virtuosistiche senza limiti. L’energico hard rocker »Fire In The Basement« contiene tutti gli ingredienti di un tipico brano dei Deep Purple: in primo piano c’è una frase di chitarra innovativa, un suono di Hammond massiccio ma allo stesso tempo caldo, linee di basso melodiche e fill di batteria ben dosati. Curioso che persino mister Turner, da sempre noto per le sue capacità vocali estremamente variabili, qui provi a imboccare un approccio un po’ diverso, diciamo più bluesy, che però non gli sta granché bene. Anche stavolta non manca l’improvvisazione solista infuocata all’organo di Lord, mentre Blackmore alla chitarra varia con convinzione, dall’inizio alla fine, tra sognante malinconia blues e intransigenza hard rock.
Il dolente sfogo d’amore »Truth Hurts«, che ancora una volta riporta alla memoria la versione “americana” dei Rainbow, si distingue per una produzione AOR un po’ più dominante, che calza a pennello, molto meglio che nel lavoro precedente, alla voce tradizionalmente melodica di Turner. L’atmosfera drammatica generale cresce grazie a malinconici passaggi di chitarra e a imponenti decorazioni sinfoniche di tastiera. Ritchie evoca ancora una volta un assolo di chitarra gastronomico, mentre Turner è eccellente nel passare con passione dai registri alti a quelli bassi. Il solido »Breakfast In Bed« è di nuovo un pezzo dal taglio un po’ più blues, con sfumature ritmiche un po’ assonnate, frasi di chitarra maliziose ma allo stesso tempo complesse, linee d’organo trattenute e una prova vocale dal colore irritato dell’unico cantante con cui Blackmore riusciva più o meno ad andare d’accordo anche fuori dal palco.
»Love Conquers All« è una power ballad sconvolgente, con arrangiamenti orchestrali e una melodia di chitarra marcatamente malinconica, creata per così dire su misura per la voce di Turner. Il culmine del brano arriva nel ritornello elegiaco, dove si aggiungono anche le voci di accompagnamento, mentre la combinatoria chitarristica variegata di Ritchie è ancora una volta l’immagine perfetta di un misticismo inconsolabile. Quest’ultimo segna anche il brano successivo, »Fortuneteller«, che, attraverso il testo e la sua atmosfera misteriosa, richiama l’ottima copertina dell’album. La parte introduttiva, relativamente tranquilla, con una decisa frase di chitarra si trasforma ben presto in una sezione energica, con passaggi di chitarra irritati e massicce texture di sintetizzatore. La voce di Turner si occupa ancora una volta di costruire in modo convincente un dramma carico di tensione, anche se si tratta di un pezzo a cui manca un ritornello melodico marcato, quello che avrebbe potuto essere la “ciliegina sulla torta”.
»Too Much Is Not Enough«, segnato da un ritmo festaiolo, da “party”, è un pezzo dichiaratamente commerciale. Qui i membri della formazione MK V, con un riff di chitarra sporco e una maliziosa giostra di sintetizzatori, mentre Turner mette alla prova l’elasticità delle sue corde vocali con un’interpretazione sfacciata e impertinente, cercano di suonare il più “in” possibile. Stavolta la produzione tira persino verso quella che segnava le band hair metal dell’epoca, il che significa che l’esperimento non è esattamente riuscito. Tanto meglio fa invece il hard rocker conclusivo »Wicked Ways«, che contiene tutti gli elementi sonori che può desiderare il fan medio dei Purple, con la possibile eccezione dell’ottima voce di Turner. Quest’ultima, sorretta stavolta da temperamentosi passaggi di chitarra e infuocati passaggi di batteria, ricorda ancora una volta alcuni lavori dei Rainbow nello stile del classico »Death Alley Driver«. Gli strati orchestrali di Lord sullo sfondo contribuiscono in modo sostanziale a far salire l’atmosfera drammatica, mentre l’uomo in nero intreccia per l’ultima volta nell’album un assolo di chitarra inconsolabile, segnato da numerosi manierismi orientaleggianti.
»Slaves and Masters« è stato un album estremamente solido e senza dubbio del tutto unico, che per un breve periodo ha realizzato la visione melodic rock di Blackmore del suono “vero” dei Deep Purple, come logica prosecuzione stilistica di dove si erano fermati per ultimi i Rainbow. Škoda, che oggi la maggior parte dei membri (attuali e passati) e anche dei fan dei Deep Purple si comporti quasi come se questo capitolo della loro carriera non fosse mai esistito, visto che i membri della band di allora non hanno davvero nulla di cui vergognarsi. Come prevedibile, l’album è stato un flop commerciale, anche se il tour, soprattutto nei paesi dell’Europa centrale, dove ancora oggi la gente ha il maggior ascolto e comprensione per questo tipo di musica, è andato relativamente bene.
Uno dei lati positivi di quella formazione MK V, condannata a vita breve, era anche il fatto che dal vivo eseguivano classici (»Burn«) del periodo MK III, che Gillan si era sempre rifiutato di cantare. Nonostante i Deep Purple con Turner in formazione siano andati avanti fino al 1992 e avessero già iniziato i preparativi per il disco successivo, il management pretese a ogni costo il ritorno di Gillan, a cui alla fine anche Blackmore dovette acconsentire, a denti stretti e con disgusto, dopo aver ricevuto (su sua stessa richiesta) un bel mucchio di soldi sul conto in banca. Così si è consumata l’ennesima reunion della formazione MK II, che è stata allo stesso tempo il suo canto del cigno, perché l’uomo in nero, già un anno dopo, è esploso del tutto nel suo odio sconfinato per Gillan e, con la dichiarazione che il “rock non gli interessa più”, ha fatto per sempre le valigie dei Deep Purple.
Formazione
Joe Lynn Turner – voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Roger Glover – basso, cori
Jon Lord – organo, tastiere, arrangiamenti orchestrali
Ian Paice – batteria
Produzione
Roger Glover
Tracklist
1. King of Dreams
2. The Cut Runs Deep
3. Fire in the Basement
4. Truth Hurts
5. Breakfast in Bed
6. Love Conquers All
7. Fortuneteller
8. Too Much Is Not Enough
9. Wicked Ways