Never Say Die!
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Black Sabbath
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: 1978
Durata: 45:41
Voto: 3/5
»Never Say Die« fu l’album d’addio dei Black Sabbath classici dell’era Ozzy e il loro lavoro meno convincente di quel periodo, tutto fuorché amato dalla base dei fan tradizionali per via di certe insolite deviazioni sonore dal riconoscibile lessico metal “doom & gloom”. Potremmo dire che rappresenta il tramonto della formazione più amata, finita in piena crisi d’identità classica, quando l’etichetta di padrini dell’heavy metal ha iniziato di colpo a starle stretta: così sono tornati a sorpresa alle radici blues e, nello stesso tempo, hanno provato a sperimentare con varie sfumature sonore prese dal mondo del prog rock, con un bel “vada come vada” in testa. A pesare c’erano parecchi fattori, primo fra tutti il famigerato cantante Ozzy Osbourne, i cui problemi con le sostanze avevano raggiunto il picco proprio in quel periodo, tanto era partito che aveva preso l’abitudine di saltare i concerti.
Prima di registrare »Never Say Die«, successore dell’ottimo »Technical Ecstasy« (1976), Ozzy aveva deciso di mollare la band di sua iniziativa, così ilginnasta della chitarra Tony Iommi, lo stranissimo bassista Geezer Butler e il giocoliere delle bacchette Bill Ward hanno trovato il suo sostituto in Dave Walker, ex cantante di Savoy Brown e Fleetwood Mac. Con Walker in formazione hanno persino suonato dal vivo una volta, in un’apparizione promozionale per la BBC, dove hanno eseguito una versione embrionale del brano »Junior’s Eyes«. Poi, però, un Ozzy ormai furbo come una volpe ci ha ripensato all’ultimo secondo, proprio mentre gli altri stavano per entrare in studio, e ha convinto i suoi vecchi soci a riprenderlo, a patto — sue condizioni — di riscrivere da capo i pezzi a cui aveva lavorato Walker.
In circostanze così bizzarre è nato un disco che, con il suo clima per lo più scanzonato e le sue imprese sonore non convenzionali, è praticamente l’opposto dei soliti, cupi standard “doom & gloom” dei Sabbath e ha ben poco a che fare con l’heavy metal: sono tornati alle radici blues rock, hanno sperimentato con sinfonismo e perfino jazz. Nella migliore delle ipotesi si potrebbe parlare di classico hard rock con elementi sperimentali da art rock.
Niente di male, in fondo, ma »Never Say Die« soffre cronicamente, in certe composizioni, di arrangiamenti privi di ispirazione, e soprattutto a frenarne lo slancio è l’approccio vocale di Ozzy, a tratti apatico fino all’inverosimile. Lo stesso Ozzy ha poi più volte espresso nelle interviste il suo scontento per »Never Say Die«, registrato a Toronto, in Canada. L’album comunque non è affatto privo di pregi e qua e là spuntano perfino lampi della brillantezza che ci si aspetta dai Sabbath, con le finezze strumentali dei singoli membri a farci strabuzzare gli occhi, e anche Ozzy, che con la testa era già mezzo in carriera solista, in certi punti dà ancora segni di “vita”. Ben usati anche gli arrangiamenti orchestrali del collaboratore di lunga data Will Malone, mentre alle tastiere brilla il leggendario Don Airey (oggi nei Deep Purple), che Ozzy avrebbe chiamato nella sua band solista qualche anno dopo.
Tra i momenti migliori di »Never Say Die« c’è senz’altro la solida title track, ultimo singolo dei Sabbath scritto insieme a Ozzy (fino all’album »Reunion«, 1998) e il pezzo più noto del disco: il ritornello è ripetitivo, unto da un riff di chitarra “rabbioso” e adagiato su un sonnolento ritmo bluesy, ma il risultato finale è un’atmosfera sorprendentemente intensa. Il testo è piuttosto ironico, perché si riferisce ai dieci anni precedenti di vita della band e all’idea che non bisogna mai gettare la spugna, anche se Ozzy li avrebbe mollati per la seconda volta subito dopo l’uscita dell’album. »Johnny Blade« ha un’intro sacrale al sintetizzatore e, con il suo riff di chitarra fatalista, il ritmo ripetitivo e il testo su un assassino pazzo, è l’unico momento del disco che richiama un po’ l’eredità dei Sabbath più cupi e inquietanti. Iommi, come sempre, è eccellente nell’intrecciare frasi e assoli di chitarra innovativi e mette una pezza dove Ozzy fallisce nel trasmettere emozioni convincenti.
Il possente hard rocker »Junior’s Eyes« è senza dubbio il pezzo migliore dell’intero album, dove si sente chiaramente che ci hanno messo più impegno ed emozione che nel resto dei brani di »Never Say Die«. Le linee di basso melodiche di Geezer alzano bene la tensione melodrammatica, mentre sopra si stendono decise parti di chitarra e in mezzo passeggiano gli effetti dei sintetizzatori. Anche la voce di Ozzy, mentre canta questa tragica storia di famiglia, suona più convincente che nella maggior parte degli altri pezzi. La complessa sezione strumentale, con un assolo di chitarra da leccarsi i baffi, è una bella vetrina della bravura tecnica dei suoi tre compagni strumentisti.
Il blues rocker »A Hard Road«, secondo singolo dell’album, è celebre perché è l’unico brano della storia dei Sabbath in cui i cori armonici li cantano tutti i membri della band, compreso Iommi, per il quale è ancora oggi l’unica prova vocale in carriera. Purtroppo, nonostante questo, è uno dei brani più deboli e meno ispirati di tutta la loro storia. Il lamento cantato di Ozzy, buttato su un ritmo ripetitivo e un bruciante fraseggio di chitarra, stavolta ricorda più il piagnucolare di un ubriacone di paese che uno dei vocalist più “malvagi” di tutti i tempi. Almeno le finezze chitarristiche di Iommi anche qui risultano affascinanti.
»Shock Wave« è un solido hard rocker dal clima scanzonato e dal ritmo insolitamente accelerato, il che vale soprattutto per i giri di batteria di Ward. Nonostante le buone idee, a livello di atmosfera non riesce proprio a svilupparsi fino in fondo. La sorpresa prog rock »Air Dance«, un’altra delle rare perle di »Never Say Die«, ha un suono epico di chitarra e bei arrangiamenti di chitarra acustica e pianoforte, che rievocano un po’ i loro tempi migliori, mentre Ozzy dal punto di vista emotivo canta di nuovo come gli capita. La complessa sezione strumentale finale, con splendidi arrangiamenti sinfonici, è una vera prelibatezza art rock. Il risultato finale è un’atmosfera intensa, marcatamente eterea, di quelle che purtroppo troppo spesso mancano in »Never Say Die«.
»Over To You« è un altro esperimento interessante, un ibrido piuttosto riuscito tra hard rock e sinfonismo con arrangiamenti orchestrali e un deciso riff di chitarra, ben completato da finezze ritmiche e dal suono dinamico dei piatti. Alla fine delle registrazioni Ozzy era evidentemente così stufo di tutto che non aveva voglia di cantare nemmeno gli ultimi due pezzi dell’album, più interessanti per gli amanti del prog rock che per i metallari, cioè per i fan tradizionali dei Sabbath. Il breve strumentale jazz rock fusion »Breakout« è uno degli esperimenti più strani, si potrebbe dire audaci, della loro carriera: le finezze di chitarra di Iommi fanno compagnia a nervosi arrangiamenti di fiati firmati Will Malone e creano in perfetta sintonia una melodia che si ripete. Nel blues rock ibrido conclusivo »Swinging the Chain« a cantare non è più Ozzy: all’ultimo momento è saltato al microfono Ward, che nel ruolo di cantante si era già fatto onore sul classico di »Technical Ecstasy«, »It’s All Right«. Stavolta la voce di Ward sembra fatta apposta per il blues, perché ricorda un bandito inferocito in mezzo a un saloon da film western, mentre sullo sfondo risuonano le note di un’armonica. Una chiusura piuttosto priva di ispirazione per l’era classica dei Black Sabbath, che dice bene a che punto stavano le cose in quel periodo.
Con la sua natura schizofrenica e il suo scavare tra radici blues ormai morte con una bussola rotta in mano, »Never Say Die« fu il presagio della fine della formazione classica dei Black Sabbath. Nonostante ancora oggi quasi tutti i tradizionalisti dei Sabbath gli voltino le spalle, la sua natura sperimentale e i rari momenti brillanti sanno apprezzarli tutti quelli il cui orizzonte musicale va oltre i rigidi confini heavy metal, perché nel complesso resta comunque un lavoro soddisfacente, la cui grande sfortuna è che i suoi pregi sbiadiscono in fretta al confronto con il resto dell’eredità dell’era Ozzy. I Black Sabbath, come sa la maggior parte degli amanti dell’hard rock fin dalla notte dei tempi, dopo l’addio di Ozzy per la carriera solista e l’arrivo del suo sostituto, il leggendario Ronnie James Dio (1942-2010), omino con una voce enorme, si sono ripresi in fretta e sono entrati in uno dei periodi più brevi, ma più di successo, della loro lunga carriera. »Never Say Die« è invece rimasto a lungo, fino al novembre 2011, quando è stato annunciato che la formazione originale intendeva registrare un nuovo album, l’ultimo lavoro dei Black Sabbath classici. E tutto lascia pensare che manterrà questo status, perché nel 2012 Ozzy, Tony e Geezer sono entrati in studio senza un Bill Ward messo da parte, regalandoci un altro capitolo poco glorioso della loro magnifica carriera, segnata da alti e bassi.
Formazione
Ozzy Osbourne – voce
Tony Iommi – chitarra, cori su “A Hard Road”
Geezer Butler – basso, cori su “A Hard Road”
Bill Ward – batteria, voce su “Swinging the Chain”, cori su “A Hard Road”
MUSICISTI OSPITI:
Don Airey – tastiere
John Elstar – armonica
Will Malone – arrangiamenti per fiati
Produzione
Black Sabbath
Tracklist
1. Never Say Die
2. Johnny Blade
3. Junior’s Eyes
4. A Hard Road
5. Shock Wave
6. Air Dance
7. Over to You
8. Breakout
9. Swinging the Chain