New Era
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Heretic
Etichetta: Autoproduzione
Uscita: 2012
Durata: 31:47
Voto: 4/5
In un’epoca in cui tutti si buttano sulle ricette del groove, ci versano dentro un po’ di thrash e di elementi metalcore e lo vendono come qualcosa di unico, è dura separare il grano dal loglio, eppure in mezzo a tonnellate di merda ogni tanto salta fuori qualcosa di potente e dannatamente godibile. La prova non va cercata solo oltre i confini della nostra patria, ma anche in qualche borgo che, per gli standard di Lubiana, è puro esotismo. Gli Heretic sono l’esempio da manuale del fatto che la musica non si giudica dalla copertina o dal posto in cui è nata, ma che le si deve concedere anche il tempo di dimostrare il suo valore all’ascolto. Stavolta il nuovo capitolo della musica slovena si sposta oltre lo spartiacque di Trojane, a Slovenske Konjice, dove dal 2011 rimbomba la formazione Heretic. Dopo l’ultimo assestamento della line-up è arrivato il momento di far cristallizzare le idee e di lavorare sodo, e il frutto, dopo appena un anno di sgobbo, è un disco molto solido: New Era.
Come dicono i ragazzi, si tratta di riflettere e riversare le proprie esperienze di vita su un supporto musicale, e siccome viviamo in tempi di frustrazione, rabbia e malcontento, ogni singola battuta del disco centra il bersaglio: dopo tanto tempo è stato un vero balsamo depilatorio per la mia anima. Lo ammetto, sono un fan dell’aggressività più melodica, e tra i miei favoriti c’è soprattutto la scena svedese, mentre gli Heretic a queste influenze aggiungono erbe e spezie tipicamente americane, che possono conquistare un sacco di amanti dello sfogo coordinato delle tensioni nella zona del collo. Certo, non si tratta di scoprire l’acqua calda, ma è vero che i ragazzi sloveni hanno fatto passi da gigante nel thrash core rispetto agli sfoghi primordiali delle prime band a cavallo del millennio. New Era è un dischetto che parte, com’era prevedibile, con un fade in di due chitarre davvero melodiche, visto che questo tipo di musica si regge proprio sul muro demolitore di distorsioni. Marko e Rok hanno evidentemente fatto la gavetta con The Haunted, Lamb Of God, God Forbid e Lazarus A.D., ma più che i passaggi di chitarra impressionanti, che accendono le passioni con scivolate melodiche e senza mai rompere con assoli infiniti, a catturare l’attenzione sono, oltre all’attacco perfetto di Tilen dietro le pelli, soprattutto la voce di Sebastijan, che ricorda dannatamente Peter Dolving. L’intro giustamente eccitante di Victim Of Endless Lust sfocia nella stampede a colpi di rEVOLVEr di Break On Pressure. L’ingiustizia sociale ha lasciato un marchio recessivo innegabile, che la gioventù senza vere prospettive di prosperità irradia in una caccia spietata al verismo e all’onestà. Agli Heretic questo riesce dannatamente bene, e ciò che si ascolta può pascere le orecchie di qualsiasi amante dei suoni più devastanti, ma mai dissonanti e pesanti. Non si giura sulla bibbia della disobbedienza, e gli Heretic proseguono la loro stampede perfetta anche con un pezzo dal titolo piuttosto banale – Mind Fuck. I God Forbid saltano in primo piano in modo del tutto spontaneo. C’è un sacco di tensione che sale con i break, e il thrash core sgorga da ogni poro di questo set parecchio affilato di riff, assoli ed eccessi vocali. Dal punto di vista della produzione il lavoro è paragonabile a quelli del famigerato Machine, e la presa d’acciaio non cede nemmeno nel pezzo più melodico, Paradox Of Insanity. Non sta a me giudicare se ogni nota sia autoctona e propria, ma è vero che qualcosa di simile l’ho sentito in tutta una serie di band che sanno quel che fanno. La melodicità del ritornello e i duetti, in cui la melodia si trasforma in uno sfogo vocale di gutturale voglia di urlare fuori ogni atomo d’aria intriso di rabbia, guidano il treno megalomane della passione contro ogni ostacolo e abbattono i pregiudizi.
A giudicare dalla melodicità, siamo arrivati a uno spartiacque. You Are Fake è un momento esibizionista, in cui gli Heretic sconfinano in territori estremi, chiamiamolo pussy core. Ma non a ogni costo. Molta prevedibilità generica è tagliata su misura per abbandonarsi senza pensieri al ritmo e al racconto di parole e volti falsi, sia quelli dei piccoli schermi sia quelli della vita di tutti i giorni. La ricetta del successo, per molti, è anche indossare un’immagine altrui, essere qualcosa che non si è, e gli Heretic lo condannano in modo, significativamente, simile a quello che ha dato ali e slancio a band come As I Lay Dying e agli altri esemplari clonati della melodica rabbia metal core. Così la sente almeno il mio paio di orecchie, ma lasciamo da parte i verdetti finali. La melodicità infatti cresce con un pezzo da festa sotto il palco. Drink Fight Fuck è un momento giovanile di ribellione adolescenziale che i ragazzi avrebbero potuto tranquillamente lasciare fuori dal disco, almeno a giudicare dal titolo e dal messaggio di base, ma allora cosa resterebbe sul dischetto? Evidentemente sotto la lente c’erano anche band di casa nostra, e i celjani Last Day Here ogni tanto finiscono anche nei lettori degli Heretic.
Più promettente è dunque il finale, in cui il gran finale lo annuncia lo straordinario pezzo Dead Eyes Don’t Lie, sotto il quale può firmare anche la legione di pionieri che ai suoi tempi suonava attorno a Peter Dolving. Bello, non c’è che dire, e il ricordo dei momenti d’oro del passato si trasforma di nuovo in una scalata un po’ più melodica lungo la scala delle altezze estreme. La carica sexy non cala, nonostante gli ultimi momenti di questo dischetto parecchio palestrato scorrano inesorabilmente. Vi aspetta infatti anche un giochetto solistico un po’ più esplicito delle due chitarre, e l’assolo più lungo del disco si trasforma alla grande in un finale infernale. Devil’s Throat è la ciliegina sulla torta, quella che fa spuntare la lacrima a chiunque brami una colonna sonora per spaccare cristalli e porcellane di casa. Non è un pezzo che avrebbero scritto i DevilDriver, ma nello stile del nuovo gospel americano, di cui sono portabandiera anche gli eccezionali Lazarus A.D., è una serie egregiamente eseguita di scorciatoie d’impatto che coccola dannatamente le orecchie. Il duo di chitarre dà peso all’insieme, è il centro di gravità di tutto il disco, e la voce eccezionale e gutturale di Sebastijan porta l’insieme compositivo di otto pezzi eccezionali a un lieto fine con un gran botto. Manca solo l’outro e la prima storia, il primo capitolo, il primo disco del promettente quintetto di Slovenske Konjice è irrevocabilmente finita, e a voi non resta che dire: »Giù il cappello, ragazzi!«
New Era è un dischetto sexy che restituisce slancio alla scena core slovena un po’ sgonfia, e io dopo il primo contatto ho ottenuto ciò che conta – battito cardiaco accelerato e la convinzione che su questi ragazzi si possa puntare anche in futuro. Non è tutto originale e autoctono, ma da portatori di un sound che in un decennio e mezzo di vita si è già dannatamente consumato, nessuno se lo aspettava. Nonostante il debutto sia qui, faccio anche un appello: che questa tensione e questa voglia di lavorare non abbandonino la band, perché sugli allori non si dorme comodamente a lungo. In ogni caso il quintetto, pentagramma di rimatori sloveni rifiniti con mestiere e di musicisti eccellenti, può darsi una pacca sulle spalle e ammettere che il colpo grosso gli è riuscito al primo tentativo; quanto durerà la storia di successo dipenderà dai seguiti e dalle prove sul palco. New Era è un ottimo viatico per questi, e la deflorazione in studio può essere una svolta anche per far salire ancora di livello il lavoro già buono e di qualità. Bravi!
Formazione
Marko Hlastec – chitarra
Sebastjan Založnik – voce
Tilen Marzidošek – batteria
Rok Satler – chitarra
Klemen Ribič – basso
Produzione
Lorenzo Antonucci & Heretic
Tracklist
- Victim Of Endless Lust
- Break On Pressure
- Mind Fuck
- Paradox Of Insanity
- You Are Fake
- Drink Fight Fuck
- Dead Eyes Don’t Lie
- Devil’s Throat
- Outro