Octane
Artista: Spock's Beard
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2005
Voto: 3/5
“Octane” conferma la tendenza che i ragazzi, dopo l’addio del carismatico cervellone Neal Morse, avevano già accennato con “Snow” (2002) e poi con “Feel Euphoria” (2003). Sempre meno assoli, sempre meno duelli solisti tra tastiere e chitarre, sempre meno incursioni psichedeliche, insomma meno “pesantezza” da prog rocker. Gli Spock’s Beard perdono in imprevedibilità, ma guadagnano in compattezza e in impatto espressivo dei singoli pezzi. Soprattutto brani come I Wouldn’t Let It Go (con un feeling country), There Was A Time, Climbing Up That Hill o la conclusiva As Long As We Ride portano con sé una bella dose di rilassatezza rock, compatta e groovy. Che Nick D’Virgilio (voce principale/batteria) stia diventando il piccolo leader della band, come lo era prima di lui Neal Morse, non ci sono più dubbi. Le canzoni sono cucite al massimo sulla sua voce. Certo, i passaggi sono ancora sostenuti da parti soliste, ma con gusto e dentro i limiti della norma: sul nuovo disco non c’è più traccia di pretenziosità.
Il disco non è “V” (2000) e non è “Snow”, ma ancora una volta è ottimo, tutto d’un fiato. Un neo progressive rock vero, dai mille colori stilistici, di quelli che sanno evocare solo gli americani Spock’s Beard. I primi sette pezzi vanno sotto un unico titolo, A Flesh Before My Eyes, e ognuno di loro è davvero una storia a sé, a livello di genere. Il primo brano di questa suite, The Ballet Of The Impact, si apre con un vero assalto, o meglio suona come un “musical” uscito da un qualche Rocky (il grande vincitore), quando a metà del motivo d’apertura entrano dei veri Memphis Bells e a sostenere il tema di base arrivano perfino i fiati. Inutile dire che il settimo pezzo è la ripresa del primo, con un finale drammaticissimo. E perché tutto questo? Perché A Flesh Before My Eyes racconta di un uomo che ha avuto un incidente stradale (stavolta purtroppo mortale) e a cui, davanti agli occhi (prima di tirare le cuoia, ah che incoraggiamento, vero?), scorre tutto il film della sua vita. Lo script è solo un filino noioso, perché non offre nulla di nuovo. Qualcosa di simile i ragazzi l’avevano già usato in A Guy Named Sid (“Feel Euphoria”). Un bambino che diventa un ragazzino monello, si innamora e così via…Il livello che può permettersi solo gli USA (alla Home Alone), e anche i Dream Theater in questo finiscono nello stesso calderone.
Surfing Down The Avalanche è un brano ribelle, con un riff metallizzato che a metà sfocia in una vera esperienza doom, con la voce eccezionale di Nick D’Virgilio, che cambia colore al canto come un camaleonte cambia colore alla pelle: una canzone bravurosa, che si occupa soprattutto di tenere alta la dinamica dell’atmosfera del disco. Dopo di lei i ragazzi passano alla atmosferica She Is Everything, dove un marchio speciale lo lascia l’assolo di chitarra sentitissimo di Al Morse, che ha messo insieme i suoi assoli in modo geniale e rifinito, tanto che puoi dire che meglio di così un assolo per una canzone non si può comporre. Naturalmente Al “Sustaniac” ricorre di nuovo al suo effetto “sustain” come un neonato al ciuccio e, in combinazione con il mellotron di Ryo, in certi punti accende davvero tutto, creando una profondità sonora ampia. Riff e mellotron bruciano in particolare in NWC, che ha parecchie svolte folli, di cui i vecchi dischi degli Spock’s Beard erano peraltro pieni zeppi. Sul nuovo disco tutti i veri “progressive freaks” sentiranno soprattutto la mancanza dei lunghi stacchi solisti di Ryo Okumoto alle tastiere, che stavolta sono davvero pochi. Il brano più spiritoso per quanto riguarda il lato sperimentale della band è The Planet’s Hum, con un ingegnoso intreccio tra chitarra e organo, un coro “alieno” e un ritornello condotto nello stile di certi Ayreon.
Insomma, la band porta ancora con sé un potenziale pazzesco in senso progressivo, ma al momento le va di tessere la sua storia in modo più sofisticato. Nel nuovo ruolo i ragazzi si trovano alla grande. La loro musica resta unica, inconfondibile e riconoscibile, quindi ripetibile in modo convincente e superabile solo dagli Spock’s Beard stessi. La fusione non è così intensa, il disco non è dilatato come quelli con Neal Morse, ma gli Spock’s Beard non hanno perso nemmeno un briciolo della loro solita carica. Restano dei tipi spiritosi e scanzonati, capaci di tirar fuori letteralmente “dal nulla” una festa selvaggia. Come sempre! Nel cuore sempre dei veri “The Beatles freaks”, solo progressivamente potenziati.
Formazione
Nick D’Virgilio – voce principale, batteria, percussioni, chitarra, basso, programmazione, tastiere
Alan Morse – chitarra, “theremin”, sega, violoncello, cori
Ryo Okumoto – tastiere, cori
Dave Meros – basso, pedaliera del basso, corno francese, cori
Tracklist
1. The Ballet Of The Impact (5:34)
(I) Prelude To The Past
(II) The Ultimate Quiet
(III) A Blizzard Of My Memories
2. I Wouldn’t Let It Go
3. Surfing Down The Avalanche (3:43)
4. She Is Everything (6:46)
(I) Strange What You Remember
(II) Words Of Forever
5. Climbing Up That Hill (3:31)
6. Letting Go (1:52)
7. Of The Beauty Of It All (4:53)
(I) If I Could Paint A Picture
(II) Into The Great Unknowable
8. NWC (4:16)
9. There Was A Time (4:58)
10. The Planet’s Hum (4:42)
11. Watching The Tide (5:07)
12. As Long As We Ride (5:35)
Durata dell’album: 55:50
Bonus CD dell’edizione speciale:
1. When She’s Gone
2. Follow Me To Sleep
3. Game Face
4. Broken Promise Land
5. Listening To The Sky extras from “A Flash Before My Eyes”:
6. Someday I’ll Be Found
7. I Was Never Lost
8. Paint Me A Picture
9. The Formulation Of Octane (video)