On The 13th Day

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Magnum
Etichetta: SPV Records
Uscita: 2012
Durata: 57:14
Voto: 4.5/5

I leggendari campioni inglesi del rock melodico d’impronta art Magnum sono tornati con il nuovo album, il loro sedicesimo in studio, intitolato »On The 13th Day«. La copertina fantasy firmata dal collaboratore di lunga data, il mitico grafico Rodney Matthews, e il ritorno del classico logo Magnum del loro periodo di maggior successo lasciano intuire già prima di premere play che il collettivo di culto, anche con quest’ultimo lavoro, prova a rispolverare dal punto di vista musicale la formula sonora vincente che negli anni Ottanta gli aveva dato fama mondiale. Questa tendenza a mescolare elementi retro dei Magnum con una produzione moderna, con più o meno fortuna, va avanti ormai dai tempi di »Princess Alice And The Broken Arrow« (2007).

»On The 13th Day« segue dunque la formula compositiva dei Magnum, ormai consolidata e rodata, ma contiene parecchi pezzi che spiccano e che dimostrano chiaramente quanto la band fosse particolarmente ispirata durante il processo creativo. I due pilastri del loro sound sono gli stessi dalla seconda metà degli anni Settanta, quindi nessuna sorpresa se il carismatico cantante Bob Catley, in splendida forma vocale anche stavolta, e l’inconfondibile chitarrista/paroliere/compositore principale Tony Clarkin portano a casa ancora una volta i loro compiti tradizionali con lode. I testi di Clarkin si aggrappano di nuovo alla lunga tradizione di prediche intelligenti di critica sociale attraverso metafore fantasy da »Dungeons & Dragons«. Dopo il predecessore »The Visitation« (2011), parecchio tosto e relativamente complesso, la componente melodica nel loro collage sonoro torna un po’ più in primo piano nella maggior parte dei pezzi di »On The 13th Day«, perlopiù lanciati a tempo sostenuto, mentre gli arrangiamenti sinfonici curati da Mark Stanway stavolta sono tinteggiati con una sfumatura ancora più sottile.

Curioso che »All The Dreamers«, che porta avanti la lunga tradizione dei Magnum di aperture temperamentali e incisive, con i suoi oltre sette minuti sia il brano più lungo del disco. Il lento montare di un’atmosfera drammatica, con le tende orchestrali che calano una dopo l’altra, è di nuovo quasi inevitabile fino al momento in cui esplode il riff di chitarra devastante di Clarkin e i Magnum, per la prima volta nell’album, flettono apertamente i muscoli. I massicci passaggi di batteria di Harry James sono, come da copione, ancora una volta i garanti principali degli elementi hard rock nel collage sonoro dei Magnum. I momenti più tranquilli e quelli più incisivi si alternano più volte in modo armonioso, mentre il culmine di questo pezzo davvero solido è un ritornello epico in cui Catley, cantando, ci mette una galleria di emozioni potentissime. »Blood Red Laughter« è un catalizzatore di energia melodrammatico con cui riescono a mantenere con successo l’atmosfera energica dell’apertura. Si regge su un pittoresco arrangiamento di pianoforte e su un riff di chitarra bello pieno, mentre il canto di Bob, drammatizzato fino in fondo, aiuta il tutto ad arrivare a un ritornello dal piglio battagliero.

»Didn’t Like You Anyway« per i soliti standard dei Magnum è un brano relativamente nella media, che però cresce piano piano d’intensità ritmica, mentre il riff di chitarra classicheggiante di Clarkin si intreccia alla grande con l’arrangiamento centrale di tastiere. La title track si può già dichiarare pura classica dei Magnum, visto che è un pezzo totalmente retro-anni Ottanta e il candidato numero uno a miglior brano del disco. Il merito va soprattutto all’atmosfera epica, intensissima, guidata da un ritornello maestoso. Qui i Magnum, un po’ alla volta, tra passaggi di chitarra pestati con rabbia, una sottile costruzione di trame dinamiche di sintetizzatore e la prova vocale brillante di Catley, costruiscono un dramma che raggiunge il culmine in un ritornello iper-melodico. Negli ultimi lavori in studio i Magnum non sono stati poi così generosi nel sfornare melodie di questo tipo, quindi ogni volta che riescono a creare nel ritornello un inno ipnotico, il piacere dell’ascolto è tanto più grande.

»So Let It Rain«, uscita anche come singolo, è un’ottima power ballad melodica a tempo medio, con la voce di Catley in splendida forma, le frasi di chitarra infuocate di Clarkin e i raffinati ornamenti orchestrali di Stanway sullo sfondo. Anche qui conquista un ritornello particolarmente bello, fuso con riuscita a un pittoresco arrangiamento sinfonico e ai cori di accompagnamento. »Dance Of The Black Tattoo«, dal taglio hard rock, si piega sotto il peso di passaggi di chitarra distorti e di devastanti stacchi di batteria, mentre la voce furiosa di Catley tesse lentamente una tensione palpabile. L’epico assolo di chitarra di Clarkin fa sì che l’atmosfera di questo pezzo interessante e quanto mai incisivo salga di almeno un livello. »Shadow Town« contiene una melodia trionfale nata dall’incontro tra un arrangiamento sinfonico raffinato e una frase di chitarra dinamica, mentre il canto di Catley è ancora una volta la garanzia di un’epica ipnotica. In realtà è uno dei pezzi più melodici e più allegri degli ultimi anni, il che si merita un elogio a parte.

La power ballad d’amore »Putting Things In Place« ha un arrangiamento melodrammatico a tinte orchestrali e una prova vocale di Catley emotivamente travolgente, mentre per tutto il brano regna un tempo pacato con tanti sottili inserti di pianoforte. »Broken Promises« contiene tutti i classici elementi sonori riconoscibili dei Magnum, a partire dal riff di chitarra incisivo, passando per le trame melodiche di sintetizzatore e i passaggi di batteria creativi, fino al canto di taglio epico: vuol dire che rientra tra i pezzi del disco che conquisteranno in un attimo il cuore dei fan di lunga data. »See How They Fall« è un altro standard incisivo, lanciato a tempo sostenuto e avvolto da una vera pleiade di arrangiamenti orchestrali drammatici, che avrebbe potuto fare benissimo da apertura energica del disco, se avessero scelto diversamente. Anche stavolta i Magnum mettono tutte le forze nel ritornello trionfale ed epico. Il brano conclusivo, »From Within«, in cui la voce di Catley è sostenuta da una frase di chitarra robusta e da arrangiamenti sinfonici epici, è una chiusura più che dignitosa di quello che forse è il miglior album dei Magnum degli ultimi dieci anni.

»On The 13th Day« è un album eccellente, capace di far felice senza fatica la maggior parte dei fan di lunga data di questa leggendaria band: ci sono un bel po’ di pezzi particolarmente ispirati, e allo stesso tempo si resta fedeli alla collaudata formula sonora e compositiva dei Magnum, quella con cui negli anni Ottanta hanno costruito la maggior parte dei loro lavori migliori. Chi dai Magnum si aspetta ancora, a ogni disco, una dose abbondante di grandiosi elementi prog/arena rock o di pomposi inni di rock melodico, stavolta potrebbe restare un filo deluso, perché in »On the 13th Day« non ci sono molti momenti in cui prevalga una delle due direzioni stilistiche, ma il quintetto di culto, con una produzione fenomenale, ha preferito trovare ‘la via di mezzo’, senza estremi stilistici, e alla fine ha creato un lavoro eccellente e perfettamente equilibrato, con cui i Magnum portano avanti l’encomiabile serie di uscite in studio di qualità, che va avanti dal loro ritorno sulla scena musicale nel 2002.

Formazione

Bob Catley – voce
Tony Clarkin – chitarra, voce di accompagnamento
Mark Stanway – tastiere
Al Barrow – basso
Harry James – batteria

Produzione

Tony Clarkin

Tracklist

1. All The Dreamers (7:09)
2. Blood Red Laughter (4:40)
3. Didn’t Like You Anyway (4:33)
4. On The 13th Day (5:35)
5. So Let It Rain (4:50)
6. Dance Of The Black Tattoo 5.16
7. Shadow Town 5.57
8. Putting Things In Place 4.41
9. Broken Promises 4.55
10. See How They Fall 4.56
11. From Within 4.42

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