Purpendicular

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Deep Purple
Etichetta: Sony BMG
Uscita: 1996
Durata: 62:16
Voto: 5/5

Autore della recensione 2: Peter Podbrežnik

»Purpendicular« è stato il quindicesimo album in studio delle leggende inglesi dell’hard rock Deep Purple e il primo con il gran maestro americano della chitarra Steve Morse (ex Dixie Dregs, Kansas) in formazione. Segna al tempo stesso la nascita della versione Mark VII della band, venuta fuori quando Morse, con enorme sollievo degli altri quattro, è saltato su quel posto di chitarrista rimasto vuoto. Il mitico virtuoso americano Joe Satriani, infatti, dopo la fine del tour a supporto del disco precedente »The Battle Rages On« (1994), in cui aveva sostituito il leggendario chitarrista Ritchie Blackmore (che aveva mollato i Deep Purple poco prima delle date giapponesi), a causa degli obblighi con la sua nuova etichetta aveva rifiutato di unirsi alla leggendaria band come membro stabile.

L’arrivo di Morse ha funzionato quindi come un vero balsamo rigenerante per il quartetto di membri storici: il cantante bontempone Ian Gillan, il bassista/produttore di buon cuore Roger Glover, il gran maestro delle tastiere dai modi da gentiluomo Jon Lord e il batterista scatenato e instancabile Ian Paice, che erano ormai stufi fino al collo delle bizzarre sparate di Blackmore e non vedevano l’ora di ripartire da zero. Con la sua tecnica chitarristica unica, in parecchi punti piuttosto diversa da quella di Blackmore, il maestro americano ha senza dubbio aiutato su »Purpendicular« a far rinascere una band ormai un po’ stanca sul piano artistico, e ha contribuito a un bel po’ di idee compositive piacevolmente rinfrescanti, che sotto lo sguardo severo del lunatico ‘uomo in nero’ non si sarebbero mai potute permettere.

Morse era un rocker progressive nell’anima, uno che ha sempre amato l’improvvisazione e che, oltre al rock strumentale e all’hard rock, ha sempre adorato anche gli elementi del jazz fusion. Allo stesso tempo ha permesso a Gillan di realizzare alcune idee compositive più sperimentali, che al predecessore di Morse alla chitarra facevano venire il voltastomaco, mentre Lord, per molti il leader non ufficiale del gruppo, su »Purpendicular« è letteralmente sbocciato con arrangiamenti orchestrali innovativi e interessantissimi. La band ha finalmente potuto respirare a pieni polmoni e ha creato un album eccellente, che trabocca di elementi innovativi ma contiene anche tutte le riconoscibili, tradizionali finezze hard rock dei Purple.

Che la band su »Purpendicular« sia rinata del tutto si sente bene già nell’opener, un ibrido funk-hard rock sperimentale, »Vavoom: Ted The Mechanic«, un pezzo tutto incentrato sulla chitarra grazie ai possenti fraseggi di Morse, con gli interventi minimalisti di Lord all’Hammond e la voce incattivita di Gillan a fargli compagnia. L’interpretazione teatrale stavolta non è confessionale: racconta il pittoresco incontro con il meccanico Ted, un tipo scanzonato del sottoproletariato che non si fa nemmeno un po’ problemi per il suo basso status sociale. Questo curioso rompiscatole funk rock, uscito anche come unico singolo dell’album, si è presto imposto come un classico dei concerti dei Purple. Di sicuro è un modo splendido per aprire il disco con un attacco bello temperamentale, proprio quello che l’ascoltatore si aspetta più o meno dai campioni dell’hard rock.

»Loosen My Strings« è un altro pezzo meraviglioso, in cui spunta il lato più sottile della leggendaria band. L’arrangiamento d’apertura dal sapore mistico contiene un riff di chitarra innovativo, una linea di basso melodica e una malinconica trama di sintetizzatori, finché non arriva il passaggio a una sezione più veloce in cui entra la voce di Gillan, immedesimatissimo. Il motivo iniziale di sapore celtico torna più volte e, tra stacchi di batteria incisivi, finezze al pianoforte e passaggi di chitarra pieni di temperamento, nobilita in modo sofisticato le consuete raffinatezze hard rock. Morse intanto, con un assolo da leccarsi i baffi, fa capire di essere un sostituto più che degno del suo famoso predecessore, di cui su »Purpendicular« non si sente la mancanza nemmeno un po’. D’altronde i Deep Purple avevano già dimostrato con l’album »Come Taste the Band« (1975), il breve episodio con la perla perduta della chitarra americana Tommy Bolin, di cavarsela benissimo anche senza l”uomo in nero’.

»Soon Forgotten«, avvolta da un’atmosfera misteriosa e un po’ cupa, è un esperimento parecchio curioso ma divertentissimo, in cui Morse tornisce il collage sonoro d’insieme stendendo fraseggi di chitarra incandescenti, mentre Gillan firma di nuovo una prova vocale teatrale: stavolta, nell’interpretazione emotivamente tesa del testo su un’altra sfortunata esperienza amorosa, suona quasi malvagio. Gli strati di Hammond di Lord, dal sapore sacrale, guidati da un assolo innovativo, rendono ancora più profonda l’atmosfera enigmatica, mentre Paice non molla di un centimetro con i suoi spietati rullanti.

»Sometimes I Feel Like Screaming« è una power ballad complessa e bellissima, che si vanta di accordi piacevolissimi alla chitarra acustica mentre Gillan strega con un canto sottile. Col tempo prende forma una melodia bellissima e che ti solleva. Morse, con i suoi passaggi di chitarra che piangono, approfondisce la natura malinconica di questo splendido pezzo, mentre gli inserti hard rock pieni di temperamento poco prima del ritornello principale fanno in modo che il tutto non diventi troppo sognante. Lord brilla ancora con arrangiamenti orchestrali stratificati, mentre anche gli altri membri sprizzano letteralmente slancio innovativo.

»Cascades: I’m Not Your Lover« parte con un’introduzione d’organo dal sapore sacrale e un’improvvisazione di chitarra piangente, per poi sciogliersi in un brano dei Purple del tutto tradizionale, con passaggi d’organo frusciante, fraseggi di chitarra grezzi, stacchi di batteria che gli corrono davanti e il canto schiumante di Gillan. Quest’ultimo, in un’interpretazione emotivamente intensissima del testo sul doloroso incontro con l’ennesima sfacciata femme fatale, si ritrova ancora una volta su un terreno del tutto familiare. Morse intanto si fa notare con un assolo neoclassico, con cui dimostra in modo evidente anche il suo passato prog rock con i Dixie Dregs e i Kansas.

Il capolavoro »The Aviator«, che con l’hard rock non c’entra praticamente niente, è una delle trovate compositive più rinfrescanti di tutto l’album, perché qui, con un’influenza sottilissima, vengono intrecciati con grande successo elementi di folk e rock sinfonico. La cosa più divertente è che, mentre stendono arrangiamenti pastorali, i Deep Purple non suonano come una copia di second’ordine dei Fairport Convention o dei Jethro Tull, ma mantengono un volto tutto loro e tirano fuori una melodia folk piacevolissima. La voce di Gillan, dal tono alticcio, che sembra arrivare barcollando da un pub scozzese, è adagiata su una magica melodia di chitarra acustica, mentre Lord evoca possenti arrangiamenti orchestrali che approfondiscono ancora l’atmosfera celtica generale. Nella sezione finale si sente anche il suono di cornamuse scozzesi programmato sulle tastiere, la classica ‘ciliegina sulla torta’ di questa splendida creazione. Un vero peccato che in futuro i Deep Purple non abbiano fatto altri esperimenti simili.

»Rosa’s Cantina«, con una spruzzata di blues, che nel testo racconta l’ennesima scorribanda alcolico-conquistatrice di Gillan, contiene una breve introduzione d’organo e il passaggio a una sezione piena di temperamento, con le complesse improvvisazioni di Glover al basso e un malizioso suono d’armonica sullo sfondo. Mentre il simpatico ubriacone al microfono racconta il suo fatale incontro con l’oste Rosa, i suoi compari strumentali si concedono una serie di improvvisazioni entusiasmanti, guidate dalla monumentale prova d’organo di Lord.

»A Castle Full Of Rascals« è di nuovo un hard rock dei Purple un po’ più tradizionale, in cui Gillan sorprende bene con i suoi elastici passaggi tra registri alti e bassi, dimostrando che anche sul piano tecnico la sua voce era allora ancora ben conservata. Il fraseggio di chitarra incisivo di Morse taglia l’aria senza pietà, mentre Lord, con tendaggi di sintetizzatore stratificati sullo sfondo, porta un pizzico di finezza in mezzo alle sfumature ritmiche piene di temperamento. Il leggendario maestro delle tastiere e della composizione su »Purpendicular« ha trovato finalmente, dopo tanto tempo, un terreno fertile per realizzare alcune idee di arrangiamento più audaci, con cui Blackmore non sarebbe mai sceso a patti.

La splendida »A Touch Away«, in cui il mitico quintetto infila di nuovo nel sound tradizionale dei Deep Purple una sottile flebo di elementi folk, è un’altra istantanea dell’innovazione compositiva e di arrangiamento, perché contiene un motivo celtico davvero innovativo. Il collettivo rinato stavolta incanta creando una melodia possente, dal sapore pastorale, alla chitarra acustica, su cui si incastra alla perfezione la voce malinconica di Gillan, mentre Lord con i suoi inserti sinfonici si impegna a fondo nell’approfondire l’atmosfera celtica. È un’altra vittoria perfetta della brillantezza negli arrangiamenti e un’altra bella prova che i ‘vecchi tromboni’, dati spesso per spacciati, nonostante il peso degli anni avevano ancora  un sacco di potenziale artistico sfrenato.

»Hey Cisco« è un’altra creazione molto interessante, con un’introduzione dal tono etereo che fa da preparazione a una sezione tradizionalista piena di temperamento, con numerose finezze hard rock da marchio di fabbrica in mezzo alle quali si infilano parecchi inserti ritmici funk. Gillan si mette di nuovo in luce allungando le sue capacità vocali, mentre i compagni entusiasmano con improvvisazioni piene di temperamento, e per tutto il tempo si sente bene il sonoro scrosciare energico del basso di Glover. Lord regala un altro bellissimo motivo dal sapore sinfonico, mentre il breve duello solistico tra organo e chitarra che segue fa venire in mente i tempi migliori di questa leggendaria band.

Il possente hard rocker »Somebody Stole My Guitar«, basato su un fraseggio di chitarra incisivo, racconta un’esperienza vera di Morse, a cui pare che qualcuno abbia rubato la chitarra mentre alloggiava in un hotel nel cuore di Memphis. La sua natura incisiva è spinta all’estremo da ritmi saltellanti che accompagnano il ringhiare furioso di Gillan, con il culmine in un ritornello pittoresco. Gli inserti d’organo pieni di temperamento di Lord attirano come una calamita le improvvisazioni di chitarra innovative di Morse. La conclusiva »The Purpendicular Waltz« è in sostanza un collage stratificato di elementi hard rock tradizionali dei Purple e regala così più di un momento nostalgico, che per atmosfera ricorda certi classici dei primi anni Settanta. A garantirlo, tra gli stacchi di batteria infuocati, sono in particolare gli strati d’organo frusciante e i fraseggi di chitarra senza compromessi che accompagnano fedelmente l’agitata prova vocale di Gillan. Un assolo appassionato all’armonica porta anche un po’ di sapore blues, finché il suono massiccio dell’organo non porta tutto a un finale trionfale.

»Purpendicular« è stato la rinascita totale di leggende dell’hard rock date per finite chissà quante volte: con l’arrivo di Morse hanno firmato il loro miglior album dalla metà dei Settanta e hanno gonfiato di vento fresco vele ormai un po’ logore. Questo incredibile ritorno, che all’epoca praticamente nessuno si aspettava, ha portato ai Deep Purple un bel po’ di nuovi seguaci della generazione più giovane, mentre persino i tradizionalisti più accaniti, che proprio non riuscivano a farsene una ragione dell’addio di Blackmore, stavolta hanno dovuto ammettere che i loro beniamini avevano fatto uno dei migliori album della loro carriera. I fan di lunga data dei Purple non dovrebbero dimenticare un fatto interessante: quasi ogni cambio di formazione nella storia di questa leggendaria band ha avuto un effetto benefico, rivitalizzando il loro sound e lo stesso processo compositivo.

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Autore della recensione 1: Jernej Vene

Purpendicular è il diciannovesimo disco dei Deep Purple, se tra questi non contiamo le raccolte dei più grandi successi. Rispetto a un po’ di uscite precedenti è sorprendentemente fresco ed estivo. I Deep Purple nella loro carriera hanno ottenuto quasi tutto quello che nel moderno showbusiness si può ottenere. La cosa più importante è ovviamente la popolarità, che fino a oggi non si è spenta. I Purple, nella storia, sono stati per lo più identificati con il carismatico chitarrista Richie Blackmore, che con il suo ruolo nella band aveva contribuito al funzionamento per il resto ottimo della macchina musicale, ma dopo lo stop del 1976 e la reunion del 1984 in qualche modo aveva perso la sua personalità. Con lui perdevano terreno anche gli ascoltatori, perché negli anni Ottanta è difficile trovare un loro disco degno del loro nome. Richie Blackmore, personalità difficile e star con i suoi capricci, nel 1993, durante il tour a supporto del disco “The Battle Rages On”, decise di colpo che non avrebbe più suonato nei Deep Purple. Fino alla fine del tour è subentrato il mago della chitarra Joe Satriani, e nel 1995 gli altri membri dei Purple hanno convinto a lavorare con loro un nuovo chitarrista, l’americano Steve Morse. È noto come un chitarrista estremamente personale, tecnicamente preparatissimo ma anche incredibilmente lirico e delicato. Lo conosciamo per il lavoro nella band madre The Dixie Dregs, per i dischi con la Steve Morse Band e per alcune uscite del gruppo di symphonic art rock Kansas. A quanto pare la scelta del nuovo chitarrista era quella giusta, perché nella musica dei Deep Purple ha portato una freschezza che da loro mancava da un pezzo. Come dichiaravano all’epoca dell’uscita di Purpendicular i membri storici dei Deep Purple, lavorare con Morse li aveva entusiasmati come non succedeva da anni. Nel loro modo di lavorare ha portato una freschezza di cui il gruppo aveva più che bisogno. Con sorpresa dei suoi fan, su Purpendicular Morse suona in modo personale, come sui suoi dischi. Molti pensavano che sarebbe diventato un clone di Blackmore o almeno un imitatore. Come ha raccontato il cantante Ian Gillan, dopo quasi trent’anni hanno sentito l’energia che li pervadeva da ragazzi, quando avevano cominciato il loro percorso musicale. La loro vita, certo, non è più quella di quando erano giovani e ci davano dentro giorno dopo giorno. Gli anni di mezzo li hanno riempiti con lo sport, che dà loro anche una nuova spinta per il lavoro in studio. Tanta freschezza e tanti approcci nuovi per i Deep Purple probabilmente per un bel pezzo non si sentiranno né da loro né da una band affine. I vecchi gatti non mollano, penserete, ma la verità è sotto gli occhi di tutti. Il sound compatto e penetrante di una delle vecchie band che ancora calciano è un modello per tanti più giovani. Il disco Purpendicular l’hanno prodotto anche da soli, il che dà al loro lavoro un’impronta ancora più pesante e migliore. I Deep Purple, dopo Purpendicular, hanno deciso di andare avanti ancora per un po’, così potrete ascoltarli e godervi le loro nuove uscite.

Formazione

Ian Gillan – voce, armonica
Steve Morse – chitarra
Jon Lord – organo, tastiere
Roger Glover – basso
Ian Paice – batteria

Produzione

Deep Purple

Tracklist

1. Vavoom: Ted the Mechanic (4:16)
2. Loosen My Strings (5:57)
3. Soon Forgotten (4:47)
4. Sometimes I Feel Like Screaming (7:29)
5. Cascades: I’m Not Your Lover (4:43)
6. The Aviator (5:20)
7. Rosa’s Cantina (5:10)
8. A Castle Full of Rascals (5:11)
9. A Touch Away (4:36)
10. Hey Cisco (5:53)
11. Somebody Stole My Guitar (4:09)
12. The Purpendicular Waltz (4:45)

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