The Battle Rages On
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Deep Purple
Etichetta: Sony BMG
Uscita: 1993
Durata: 49:25
Voto: 4/5
»The Battle Rages On« è stato l’ultimo album dei leggendari campioni inglesi dell’hard rock Deep Purple registrato dalla loro formazione più amata, quella che di solito si chiama semplicemente Mark II, nonché l’ultimo lavoro con il misterioso ma anche lunatico-bizzarro virtuoso della chitarra Ritchie Blackmore in line-up. L’ultimo ballo della versione classica della band fu orchestrato dal loro management di allora, che voleva a tutti i costi vedere tornare il carismatico cantante Ian Gillan, il che è ironico, visto che erano gli stessi che, sotto la bacchetta di Blackmore, quattro anni prima avevano contribuito al suo licenziamento e all’arrivo di un sostituto di breve durata, l’americano Joe Lynn Turner (ex-Rainbow), con cui i leggendari hard rocker incisero un solo album in studio, »Slaves and Masters« (1990).
Dato che con quel lavoro in studio i Deep Purple avevano fatto un bel flop commerciale e che la maggior parte dei fan non accettava Turner come cantante dei Purple, con il venticinquesimo anniversario della band ormai alle porte il management di allora intuì che la formazione Mk II era l’unica formula giusta in grado di portare ancora un po’ di successo commerciale ai vecchi cavalli di battaglia dell’hard rock, anche negli anni Novanta, tutt’altro che benevoli verso il rock classico. Blackmore, il cui rapporto con Gillan fin dagli anni Settanta si basava su un odio implacabile, davanti a questa decisione del management era ovviamente fuori di sé e col volto contratto dal disgusto all’idea di dover dividere il palco con il suo vecchio nemico. Per riuscire in qualche modo a tenere l’uomo in nero, che più volte aveva dichiarato che ‘il rock non gli interessa più’, nella stessa band con Gillan, gli versarono sul conto in banca, su sua richiesta, una somma niente male (250.000 dollari). Ma la repulsione di Blackmore verso un cantante amatissimo dai fan, con cui non si parlava ormai da anni, non migliorò per niente. Anzi, tutto il contrario.
I Deep Purple si buttarono nella registrazione di »The Battle Rages On« quando in formazione c’era ancora Turner, e a quanto pare avevano già messo in cassaforte buona parte del materiale. L’arrivo di Gillan alla fine del 1992, però, significò che con il ritorno di un altro songwriter importante la maggior parte dei pezzi fu registrata di nuovo, riarrangiata e adattata alle sue esigenze vocali, a cominciare dai testi nuovi di zecca. L’uomo in nero ribolliva di rabbia e accusò il carismatico cantante, che in presenza di Blackmore si comportava come se accanto a lui ci fosse un uomo invisibile, di avergli rovinato con le sue idee compositive e con le versioni reincise di brani già scritti un sacco di elementi melodici concepiti in origine, una cosa di cui lo accusava fin dalla prima reunion della formazione Mk II nel 1984.
Con tutta questa energia negativa accumulata che regnava allora tra cantante e chitarrista, è un vero miracolo che »The Battle Rages On«, titolo che non potrebbe essere più azzeccato, sia venuto fuori alla fine come un lavoro sorprendentemente solido e riuscito. Gran parte del merito va al bassista/produttore Roger Glover, che non solo ha messo in campo una serie di linee di basso melodiche e un’ottima produzione, con cui la leggendaria band è entrata definitivamente negli anni Novanta scrollandosi di dosso una volta per tutte le influenze AOR degli anni Ottanta, ma ha continuato a fare da principale paciere tra i due acerrimi avversari. A dargli una mano ci hanno pensato anche il membro più anziano, il maestro delle tastiere Jon Lord, l’unica autorità che persino Blackmore ascoltava e rispettava, e il genio della batteria Ian Paice, all’epoca ancora il più giovane della band. Proprio il contrasto tra il misticismo chitarristico tradizionale e melodico di Blackmore, nobilitato da una passionale malinconia blues, e le idee compositive più sperimentali di Gillan, con tanto di sfuriate vocali protettive e rauche da sbornia, ha contribuito in modo decisivo a creare alcuni dei pezzi più incisivi, innovativi e a tratti epici, il che significa che »The Battle Rages On« nel suo insieme risulta un lavoro estremamente coerente, senza un solo brano sbagliato.
La title track è un’apertura d’album decisamente travolgente, in cui l’atmosfera carica sale di secondo in secondo. L’irritato riff di chitarra di Blackmore poggia su strati massicci dell’organo di Lord, mentre la voce di Gillan è incattivita come solo lui sa fare, soprattutto quando guarda un po’ troppo a fondo nel bicchiere. I rullate spietate di Paice dettano un tempo piuttosto sostenuto, mentre l’atmosfera raggiunge il picco in un ritornello epico. Quanto al testo, Gillan scrivendolo aveva senza dubbio in mente la sua eterna guerra con il testardo virtuoso della chitarra. Ritchie, tra una cosa e l’altra, si tira fuori dalla manica un assolo da brividi, mentre il gran maestro dell’organo Lord evoca uno sfondo iperdrammatico con l’Hammond.
»Lick It Up«, uno dei momenti meno ispirati dell’album, si muove su un tempo più lento, scandito da un frase di chitarra blues sporca e salata, mentre nel testo Gillan cerca in tutti i modi di calarsi nel ruolo dell’eroe della chitarra, e di sicuro non pensava al suo ‘migliore amico’. La variazione chitarristica blues è armata di passaggi di batteria pieni di temperamento, mentre l’incorreggibile bevitore allegrone al microfono dimostra che negli anni Novanta riusciva ancora a prendere qualche nota altissima tutt’altro che trascurabile.
L’epico ultra-drammatico hard rock »Anya«, che nel testo racconta di una ragazza rom amante della libertà, rappresenta senza dubbio il vertice creativo dell’album e al tempo stesso il pezzo più ambizioso della formazione Mk II rimessa insieme per la seconda volta. All’introduzione sinfonico-pastorale segue un passaggio improvviso a una sezione epica, dove regnano un riff di chitarra incisivo e il fondale massiccio di sintetizzatori dai toni orchestrali. Gillan racconta con trasporto la storia appassionata del suo incontro mistico con la ragazza rom, che raggiunge il culmine in un ritornello epico. Il regno organistico di Lord, guidato da un maestoso arrangiamento orchestrale, tra un cambio di tempo e l’altro si intreccia più volte alla perfezione con le variazioni di chitarra struggenti e complesse di Blackmore.
»Talk About Love« è invece un hard rocker piuttosto basilare, con cori a più voci e una struttura ritmica abbastanza minimalista, con in primo piano ancora una volta la frase di chitarra blues sporca, che calza a pennello con l’interpretazione vocale ruvida e salata da sbornia di Gillan, un’altra tipica confessione sul doloroso incontro tra il celebre ubriacone del rock e la prossima femme fatale dalle gambe lunghe della serie. »Time To Kill« è un pezzo spiccatamente melodico, che poggia sui complessi binari chitarristici di Blackmore, sulle ramificate parti d’organo di Lord e sui possenti passaggi di batteria di Paice, mentre Gillan, con un’altra ottima prova vocale, contribuisce con convinzione a creare l’atmosfera epica. Le sottili linee di synth che Lord inserisce qua e là contribuiscono in modo decisivo a un suono bello pieno.
»Ramshackle Man« è un blues rocker energico, con tante sfumature ritmiche boogie e massicci inserti d’organo di Lord. Gillan, nel mezzo di un’interpretazione vocale piena di partecipazione, si cala di nuovo alla perfezione nei panni dell’ubriacone barcollante, mentre Blackmore si preoccupa con dedizione di sottolineare il melos blues impastando complesse variazioni di chitarra, che raggiungono il culmine con l’assolo finale da leccarsi i baffi. »A Twist In The Tail«, hard rock ai confini con l’heavy metal, segna un nuovo scatto verso un tempo decisamente sostenuto, in cui Paice ha una bella occasione per mostrare la sua incredibile velocità e precisione nel fare a pezzi il suo set di batteria. Gillan è di nuovo scatenato come un astemio, mentre Blackmore si diverte parecchio a intrecciare complesse trame di chitarra, completato da Lord con i suoi capolavori d’organo frusciante. »Nasty Piece Of Work« è un altro pezzo perfettamente rappresentativo dei Purple, dove il tempo lo dettano lo strato drammatico di Hammond di Lord e la voce appassionata di Gillan, di nuovo allungata al massimo. Le rullate sorde ma complesse fanno da buon sostegno alle frasi di chitarra nitrenti dell’uomo in nero, che subito dopo un breve assolo di Lord tira fuori un’altra improvvisazione innovativa.
»Solitaire« vanta un’atmosfera misteriosa e un po’ cupa, in cui Blackmore, che stavolta detta il tempo con una possente frase di chitarra, si è sempre trovato benissimo. Sulle sfumature ritmiche secche, la voce di Gillan è stavolta spinta di proposito un po’ sullo sfondo in fase di produzione, finché sul massiccio sfondo d’organo non passa in primo piano e raggiunge il culmine in un ritornello epico. L’assolo d’organo finale di Lord, funambolico, fa venire una bella nostalgia e riporta ai ‘bei vecchi tempi’ dei primi anni Settanta. »One Man’s Meat«, con una frase di chitarra decisa, strati d’organo feroci e il culmine in un ritornello dai toni sporchi, è una chiusura d’album più energica che mai. Gillan, aiutato dai cori di Glover, cerca di suonare il più sporco possibile, anche grazie a qualche strillo qua e là, mentre Blackmore, accompagnato dall’armonica, mette a segno il suo ultimo sensuale assolo di chitarra da membro dei Deep Purple.
»The Battle Rages On«, il canto del cigno della formazione Mark II dei Deep Purple, è stato a sorpresa un lavoro di grande qualità e coerente nel suo insieme, nonostante Blackmore e Gillan fossero come due draghi, in guerra perenne. Anche se l’album sul piano commerciale non andò granché bene, il tour che seguì la sua uscita ebbe un discreto successo. L’uomo in nero, durante i concerti del tour di »The Battle Rages On«, tentò comunque in tutti i modi di rendere la vita difficile agli altri, Gillan in testa, soprattutto pretendendo che nella scaletta finisse un’abominazione country intitolata »Anyone’s Daugter«, che in origine viene dall’album »Fireball« (1971).
Questi dispetti andarono avanti fino al giorno fatale di metà novembre 1993, quando alla fine mise in atto le sue minacce e li piantò in asso nel bel mezzo di un tour difficile. Nonostante avesse minacciato di aver chiuso con il rock per sempre, per un breve periodo rimise in piedi i Rainbow come progetto solista, dopodiché buttò definitivamente alle ortiche il rock classico, fondò con una ex modella e futura moglie, la cantante americana Candice Night, la bizzarra band folk-pop rock Blackmore’s Night e si trasformò in un vero trovatore da villaggio, che potrebbe in qualsiasi momento dare una mano a Kekec e Rožle a rubare le mele al padrone del castello. Per le restanti date dal vivo verso la fine del 1993 e per il 1994 lo sostituì il cult virtuoso americano della chitarra Joe Satriani, che però rifiutò l’offerta di unirsi ai Deep Purple come membro fisso, chiudendo così la formazione Mark VI ancora prima che iniziasse davvero. Al posto lasciato libero alla chitarra arrivò poi l’altrettanto stimato gran maestro americano della chitarra Steve Morse (Dixie Dregs, ex-Kansas), che è ancora oggi membro della band.
Formazione
Ian Gillan – voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Roger Glover – basso
Jon Lord – organo, tastiere
Ian Paice – batteria
Produzione
Roger Glover e Thom Panunzio
Tracklist
1. The Battle Rages On (5:48)
2. Lick It Up (3:50)
3. Anya (6:28)
4. Talk About Love (4:05)
5. Time To Kill (5:44)
6. Ramshackle Man (5:32)
7. A Twist In The Tale (4:12)
8. Nasty Piece Of Work (4:34)
9. Solitaire (4:35)
10. One Man’s Meat (4:38)