Only Time Can Tell

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Artista: West End Motel
Etichetta: Warner Bros. Records
Uscita: 2012
Durata: 30:22
Voto: 3.6/5

Quando senti il nome di Brent Hinds, molti pensano subito ai suoni succosi di un metal condito di progressive, alla stampede cruda e megatonica dei Mastodon, band da megastar, ma non è tutto ciò che definisce e descrive per intero questo chitarrista di talento. Del resto Hinds aveva una vita musicale anche prima di entrare nel giro con Sanders e compagnia, e parte di quello spettro di passato ancora vivo sono i Fiend Without A Face, i vecchieggianti e sinistri Mister Heavenly e, non ultimi, i West End Motel, la vera stranezza tra le sue gite musicali in universi paralleli.

Da qualche parte ho letto un paragone succoso: la fissa di Hinds per i mille progetti collaterali, oltre al lavoro indubbiamente pesante e impegnativo nei Mastodon, sarebbe come il tizio che resta in contatto con i suoi amori del liceo e dell’università anche dopo essersi messo il giogo al collo sposando una modella, una top model, una miss mondo. Non so, ma è evidente che qualcosa di vero c’è: più di due decenni di conoscenza, contatti e lavoro, quanti ne ha la storia dei West End Motel, devono pur aver lasciato un segno. Una formazione in cui si sono fusi il celebre Hinds, il pianista e chitarrista Mike Shina, il cantante Tom Cheshire, il bassista Stiff Penalty e Ben Thrower, più un paio di poeti, vagabondi, amanti del cazzeggio senza meta, della leggera sballatezza e dello sciroppo per la tosse (che i ragazzi, da qualche parte sotto i ponti di Atlanta, sfruttavano con zelo nel 1993, quando la storia comincia), e il filo conduttore all’inizio era la chitarra acustica, il battere ritmico su contenitori vuoti e il giocare con le armonie su tastierine per bambini. Il tema centrale è l’uomo schiacciato dalle rogne di tutti i giorni, la musica nella sua semplicità è genuina e sincera, e il tutto riflette una stretta amicizia tra gente che ama la bella festa, il casino, ma che al tempo stesso ama un po’ di stranezza e un insolito divagare in musica su amore, perdite e fatti pieni di risate, che capiscono fino in fondo solo loro.

Basta un solo giro d’ascolto del disco uscito l’anno scorso per Warner, Only Time Can Tell , per dire con certezza che resteranno delusi, nonostante il nome altisonante di Hinds, tutti quelli che si aspettano l’ennesima replica del suono Mastodon. Più vicini alla verità e a un’esplosione di felicità saranno quelli che da Hinds si aspettavano un mix di Talking Heads, un Nick Cave completamente ubriaco e Tom Waits, perché in breve è questo che descrive lo strano viaggio per le strade secondarie di un uomo che per il resto è legato con cuore e anima al sostrato sludge dei Mastodon, ambiziosi in chiave progressive e apparentemente senza limiti di idee. Only Time Can Tell è a prima vista un prodotto leggero, da terrazza, che però al tempo stesso rimodella la vecchia definizione del suono rock’n’roll e di proposito ne spella via ogni strato di innocenza, lucentezza e atteggiamento da star. Quello che resta è un roadtrip tutto particolare, un viaggio come preso da uno strano teatro o da un film di Lynch, la storia di gente comune, un collage di impressioni che parla di un’esistenza ultraterrena che, nella sua concretezza e nella sua fissa extratestuale, può essere più aliena di un’occhiata da guardone attraverso i telescopi, dall’altra parte dei quali potresti osservare la quotidianità di strani omini verdi a qualche migliaio di anni luce di distanza. Eppure alla band non si può rimproverare la mancanza di umorismo. Otto brani irradiano in modo schizofrenico otto approcci diversi, otto modi di scrivere, otto stili, otto caratteri e personalità differenti.

L’opener Burn It Down, con la sua cupa semplicità dei versi »Nothing can compare to the ones that you loved«, è il pezzo più vicino all’acid pop, ai classici delle feste in terrazza per la ciurma, solo che stavolta, oltre alle chitarre semplici di Ben Thrower e Brent Hinds, in primo piano ci sono soprattutto le voci dolcemente biascicate di Tom Cheshire e i rinforzi di Hinds, riconoscibilmente psicotici e un po’ sgolati. »I got some coke and it’s in my pocket/ I got some pills and they’re not from a doctor,« ci confida Hinds, per poi decidere con la mente di dare fuoco alla vecchia casa, l’ex dimora. L’acustica nella seconda metà del brano si trasforma in un semplice assolo, lontanissimo dalle esplosioni melodiche dei Mastodon, mentre i due accordi ripetuti ti si piantano in testa come un chiodo lungo un paio di spanne che i West End Motel, rinforzati dai sassofoni di Raines e da un organo mascherato, spingono testardamente in mezzo ai due emisferi del tuo cervello.

Uno dei brani più orecchiabili del disco, l’inno alla bettola El Myr, veleggia poi verso acque più reggae, la chitarra rock eterea si incolla bene all’organo sincopato, il duo delle due voci intreccia una meditazione straordinariamente ascoltabile su sbornie e sballi, e l’upgrade armonico di tutti e sette i pezzi della formazione prosegue il suo contraddittorio elogio di narcotici, guidate nel nulla, solitudine ed ex amori, e ti sembra del tutto naturale che con un brano come Witch Is Dead ti svegli in una mattina di sole a Salem, con alla radio il grande boss dell’Americana Bruce Springsteen che ti canta la sveglia. Un sentimentale orecchiabile che, con un sassofono uscito direttamente da Grease, porta la bizzarra colonna sonora sempre più avanti, verso una positività e un’oscurità totali insieme. Carichi dei succhi mentali di una simbiosi a sette, i West End Motel tornano in modo rustico ai tempi di Salem, dove, appoggiati al muro di una chiesa, decidono di svuotarsi la vescica, e come premio per la loro sfrontatezza li aspetta una dondolata sulle altalene. Sembra un pezzo scritto da Nick Cave in persona, solo che stavolta la depressione viene bucata dal sole acceso di una musica all’apparenza ingenua. If I Only Had Tomorrow (Second Chances) con la sua meditatività ricorda un po’ di più gli inserti melodici dello straordinario disco Crack The Skye, solo che stavolta, al posto della metallurgia compatta, l’organo del lavoro è più vicino al post rock dei Red Sparowes.

https://www.youtube.com/watch?v=CZiPVPsXIZw

Ci sono tante ripetizioni e un graduale passaggio a nuove sfere. Poche sorprese, e di quella sfilza inattesa ma ripetitiva di scene simili il disco si sta quasi sfinendo. Che Brent sia cresciuto con i suoni di chitarra di Chet Atkins, Brian Setzer, Jimmy Bryant, Speedy West e degli altri maestri country del pizzico di corde, l’ho scoperto solo dopo. Faccio fatica a immaginare che un uomo di stampo sludge e prog tripasse al tempo stesso sui rockabilly Stray Cats e fischiettasse melodie country, mentre un conforto un po’ più duro nelle orecchie te lo versa il brano Bite. Una brillantezza sludge e stoner della composizione, dove nell’universo psicotico penetrano chitarre taglienti che con gli assoli rappresentano l’ossatura principale del pezzo. Il più sballato Forgiveness ci porta poi in acque più carnevalesche, e con il pop italiano degli anni Settanta i West End Motel richiamano alla mente la voglia di rivedere un film di Tarantino, mentre la title track Only Time Can Tell, con un sottofondo più psichedelico e un ritmo da cha-cha-cha, ti accompagna quasi alla fine, e dopo il brano conclusivo Valentine non c’è nessun completamento né redenzione, e nemmeno una scarica della tensione iniziale che ti accompagna per tutto l’ascolto di questa stranezza tra le offerte musicali dell’anno scorso.

 Nei polmoni restano tasche di mancanza d’aria e d’angoscia. L’oscurità e l’atmosfera oleosa di sballo, assenza di meta e ripetizione decentrano e fanno deragliare il treno del piacere, prima così lucidamente in carreggiata. È difficile dire in un colpo solo se Only Time Can Tell sia un prodotto che raggiunge il livello qualitativo di perfezione a cui con Hinds ci siamo ormai abituati. Faccio fatica anche a dire se il disco mi piaccia davvero, e a indicare cosa mi dia fastidio in tutto questo. Forse il fatto che non sia un classico prodotto Mastodon? Da una band di compagni d’avventura di Hinds completamente diversi non me lo aspettavo nemmeno. C’è tanta ripetizione e i ragazzi infilano il loro motore psichedelico del piacere in una marcia più alta solo lentamente. L’album è una provocazione ed è fatto solo per scacciare i demoni personali di Hinds, per sfogare gli eccessi d’ispirazione. Probabilmente non l’avrei nemmeno toccato, se non fosse accompagnato proprio dal nome di questo brillante giovane uomo, che è al tempo stesso geniale compositore dell’ornamentale preistorica dei Mastodon e così complessamente frustrato e affamato di sovversione da offrire al mondo, di proposito, pepite d’oro nascoste in tonnellate di zavorra. Only Time Can Tell è, come la struttura schizofrenica di otto mattoni completamente diversi che formano l’insieme, un album che fugge e offusca la chiarezza della percezione. Qualcosa di buono sotto a tutto questo si riesce comunque a trovare, ma l’insieme, nonostante l’apparente semplicità e ripetizione, è così impegnativo che richiede più cicli di ascolto, consumo, dosaggio. Più tempo, quindi: solo dopo eoni di tempo si potrà giudicare se si tratta di un prodotto carico di qualità oppure solo di un momento di relax di una star che, tra tutto il serio lavoro in studio con la sua band madre, aveva un attimo o due per sé e doveva spremere qualcosa nelle orecchie del mondo – solo per la propria anima e per la propria soddisfazione personale.

Formazione

Brent Hinds – voce, chitarra
Phil Raines – sax tenore
Ben Thrower – chitarra acustica
Mark Carbone  – batteria
Mike Shina – chitarra, tastiere
Stiff Penalty – basso
Tom Cheshire – voce
Will Raines – organo

Produzione

Brent Hinds

Tracklist

1. Burn It Down
2. El Myr
3. Witch Is Dead
4. If I Only Had Tomorrow (Second Chances)
5. Bite
6. Forgiveness
7. Only Time Can Tell
8. Valentine

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