Pawn Hearts

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1971
Durata: 45:08
Voto: 5/5

Il monumentale capolavoro “Pawn Hearts” è il momento più alto nella storia dei giganti del prog rock Van Der Graaf Generator, uno dei gruppi più elettrizzanti, unici e innovativi di tutti i tempi. A questi visionari irriducibili e indomabili, di cui l’allora manager Tony Stratton-Smith ripeteva spesso che non erano una band nel vero senso della parola, ma una compagnia di individui straordinari tenuti insieme da idee musicali rivoluzionarie, è finalmente riuscito il colpo di scrivere il proprio nome tra le icone immortali del rock. Ancora oggi “Pawn Hearts”, più che meritatamente, finisce quasi regolarmente nella top ten dei migliori traguardi della storia del progressive rock.

Il processo creativo durante la sua gestazione avrebbe però potuto portare a un volto musicale parecchio diverso, anche se non meno eccitante e ambizioso. In Italia, dove hanno sempre avuto un orecchio decisamente più fino per la musica sperimentale, ricca di spiritualità e intelligente al punto da far lavorare le celluline grigie di chi ascolta, l’album è arrivato addirittura al primo posto della classifica, che resta anche il più grande successo commerciale di questa band totalmente anticommerciale.

Questi scienziati del prog rock, guidati dal genio visionario di Peter Hammill (in ambito musicale soprattutto cantante, chitarrista occasionale e poeta, nonché uno dei musicisti e cantanti britannici più innovativi e originali), vivevano in quel periodo uno slancio creativo straordinario, che dopo l’uscita del fenomenale “H to He, Who Am The Only One” (1970) non aveva fatto che crescere.

Hammill e i suoi compagni di avventura, ovvero Hugh Banton a organo e pedali del basso, Guy Evans, uno dei migliori batteristi jazz-rock di allora, e David Jackson, eccentrico sassofonista e flautista, avevano appena finito di registrare il primo album solista di Hammill, “Fool’s Mate” (1971), che rispetto alla musica dei VDGG era di natura parecchio più leggera e, sotto questo aspetto, quasi un prodotto pop. Come musicista ospite li aveva aiutati su quel disco nientemeno che l’eccentrico maestro della chitarra Robert Fripp (King Crimson). Per questo Fripp non aveva potuto dire di no all’invito di Hammill a partecipare anche alle registrazioni del nuovo album dei VDGG, e così la chitarra elettrica di Fripp ha giocato un ruolo importante su “Pawn Hearts” (soprattutto i suoi riconoscibilissimi assoli “frippoidi”). Un’accoppiata decisa in paradiso o, più propriamente, quando si parla di VDGG e King Crimson, all’inferno.

Con Fripp alla chitarra elettrica, Hammill ha potuto alleggerirsi quasi del tutto nel ruolo di strumentista (come al solito sono rimasti di sua competenza pianoforte, piano elettrico e chitarra acustica) e concentrarsi sul canto, da sempre fantastico e unico sotto ogni punto di vista. Come autore dei testi, questo professore di fisica mancato ha toccato uno dei vertici della carriera, offrendo tre grandi storie accomunate da tematiche apocalittiche di fantascienza e da numerosi messaggi metafisici, con il trionfo nel capolavoro concettuale “A Plague of Lighthouse Keepers”, che è anche il brano centrale e migliore di questo album.

Il suo stile di canto, teatrale e poetico da far venire i brividi, con continui passaggi tra registri alti e bassi, spesso addirittura brutali, anche stavolta ha lasciato sull’album il suo segno principale. Più che mai i singoli arrangiamenti ti tolgono il fiato, non tanto per l’estrema complessità quanto per la straordinaria bellezza e la leggerezza con cui si passa da un motivo all’altro e si innestano improvvisazioni intelligenti. Nonostante le tante forme libere che sull’album si trovano in abbondanza, nulla è lasciato al caso. Per tutto il tempo si assiste a una fusione estremamente armoniosa di elementi di musica classica, jazz, rock e avanguardia.

Il pregio principale del disco, com’è ormai quasi tipico della loro musica, è un’atmosfera straordinaria e inconfondibile, che si può descrivere al meglio come uno stato intermedio tra paradiso e inferno. I VDGG erano una delle pochissime band capaci di trasportare l’ascoltatore, nel giro di un secondo, dalle maestose altezze celesti di una sinfonica melodica alle profondità infernali di una dissonanza ritmica totale, condita di jazz. I VDGG potevano essere, se mi concedete una parentesi poetica, più bui della notte oppure più luminosi dell’alba.

Fa quasi fatica a credere che un lavoro così ambizioso fosse stato inizialmente pensato come doppio album, ma i membri del gruppo, su richiesta dell’etichetta, all’ultimo momento hanno cambiato idea. La prima parte avrebbe dovuto comprendere tutti e tre i brani usciti nella versione ufficiale, mentre la seconda sarebbe stata composta dalle creazioni individuali dei singoli membri. Queste ultime sono uscite nella ristampa come bonus track. Ne parlerò un po’ più avanti nella recensione; prima, però, ecco la descrizione di tutte e tre le composizioni che hanno fatto di “Pawn Hearts” un capolavoro che non si potrà mai lodare abbastanza.

Il viaggio attraverso il mondo post-apocalittico dei VDGG comincia con il fantastico epico “Lemmings (including Cog)”, che racconta una storia di fantascienza su misteriosi “lemming” (il nome, che di per sé indica una specie di roditore, è solo una delle tante metafore hammilliane per gli emarginati), ultimi superstiti di una civiltà un tempo grandiosa, che in un mondo post-apocalittico dominato da caos e anarchia dopo il trionfo delle macchine, ovvero dell’intelligenza artificiale, cercano il loro posto sotto il cielo. Di conseguenza, lungo tutto il brano domina un’atmosfera inquietante, in certi punti volutamente paranoica, con tanti sinistri effetti sonori sullo sfondo, opera del sintetizzatore ARP di Banton.

Dopo un’introduzione relativamente innocente, un sottofondo di chitarra acustica e organo, irrompe la voce fantasmagorica di Peter e la composizione si aggancia in un attimo a elementi atmosferici sinistri. L’organo di Banton, in coppia con i passaggi di sassofono di Jackson, costruisce una serie di motivi da brividi, mentre Evans alla batteria mette in scena un mucchio di stacchi infernali. Tanto spazio è lasciato a improvvisazioni sparse, spesso dissonanti ma brillanti, di taglio jazz, che passeggiano alla grande attraverso i vari motivi. Ma soprattutto anche stavolta in primo piano c’è la prestazione fenomenale di Hammill, che brilla di tutto il suo carisma teatrale e in cui si coglie un ventaglio di emozioni ricchissimo: dalla rabbia allo smarrimento fino alla malinconia.

Poi è il turno del maestoso epico “Man-Erg”, una delle loro creazioni migliori e più amate, in cui emergono con forza anche le loro straordinarie capacità nel forgiare arrangiamenti sinfonici melodici e teatrali. Dopo una delicata melodia d’apertura al pianoforte, accompagnata dall’organo sullo sfondo, dal canto mozzafiato di Hammill prende forma un ritornello maestoso che ti fa correre i brividi lungo la schiena con una facilità incredibile. L’arrangiamento centrale, dove si fondono organo e mellotron, è da leccarsi i baffi. Questo Parnaso sinfonico, ovviamente, non dura in eterno, e i VDGG ben presto, del tutto inaspettatamente, si gettano nelle profondità infernali con improvvisazioni jazz impazzite su batteria, organo e sassofono.

Segue una sezione più calma, con canto pacato accompagnato dall’organo, arguti ornamenti di sassofono e stacchi di batteria ben oliati. Nel mezzo arriva in soccorso anche zio Fripp con il suo tipico assolo di chitarra, e lo spuntino strumentale è completo. Segue una sezione strumentale più lunga, che prepara il terreno al ritorno del ritornello maestoso, dove la prestazione da spaccare la gola di Hammill conferma ancora una volta il suo posto tra i migliori cantanti della storia del progressive rock. Il motivo centrale si ripete ancora più volte verso la fine della composizione, che poi si spegne in modo del tutto apocalittico attraverso inserti improvvisati impazziti.

Quanto al testo, tra tutti i loro brani è secondo me quello che coglie meglio la natura duale di questa band, perché parla di un individuo consapevole del suo essere lacerato tra bene e male, cosa che illustra anche il sostantivo “erg”, unità di misura fisica dell’energia nel sistema cgs (il Sistema Internazionale la classifica tra le unità non ammesse e oggi la sostituisce volentieri con il joule). È una metafora del fatto che il personaggio del brano, con la sua straordinaria energia creativa, è capace sia di azioni buone sia di azioni cattive ma, non distinguendo tra le une e le altre, resta nella sua confusione una specie di antieroe (né santo, né fuggitivo, né dittatore, come si esprime Hammill nei suoi versi).

Sia “Lemmings” sia “Man-Erg” sono ancora oggi tra i vertici della loro carriera, composizioni che da sempre scuotono e scuoteranno per sempre gli animi degli appassionati di prog, ma rispetto a ciò che segue nel proseguo dell’album non possono proprio contendere il titolo di miglior composizione di “Pawn Hearts”. Parlo di “A Plague of Lighthouse Keepers”, suite epica di oltre 23 minuti composta da ben dieci sezioni diverse, capolavoro senza tempo e creazione più ambiziosa della loro storia. Fino ad allora l’avevano eseguita dal vivo una volta sola (a Bruxelles, per la TV belga), perché per la sua estrema complessità è una sfida durissima anche per musicisti come i VDGG. Con questa hanno senza dubbio raggiunto il loro apice compositivo e creato un’opera che rientra tra i più grandi traguardi della storia del rock, quando si parla di virtuosismo, atmosfera, ampiezza spirituale e poetica. Prima toccherò il suo aspetto lirico, poi spenderò ancora qualche parola sulla sua struttura musicale, ovvero sulle singole sezioni, così che chi legge capisca meglio come si legano alla storia vera e propria.

Il testo di Hammill è semplicemente incredibile e si sposa alla perfezione con l’atmosfera inquietante dell’intera composizione. Ne do solo un breve riassunto: attraverso i singoli capitoli, che in sostanza sono le singole parti della suite, racconta una storia misteriosa e cupa su un guardiano del faro solo e invecchiato che, a causa di un morbo contagioso, muore lentamente nel suo faro. Il guardiano desidera sempre più la liberazione dalla sua solitudine e dal suo dolore. Così ogni notte guarda dalla finestra verso le onde del mare, struggendosi per una redenzione il più presto possibile. Una notte dal mare arrivano sulla riva spiriti e morti, che cominciano a chiamarlo a sé. Il guardiano è combattuto: lasciare il suo faro e unirsi a loro nella loro dannazione, oppure provare a riscoprire Dio, che a causa delle delusioni della vita, anche di un amore infelice, aveva represso dentro di sé (ancora una volta quella lacerazione poetica di Hammill tra buio e luce, inferno e paradiso).

Alla fine prende la decisione fatale, per poter trovare la pace eterna. Esce dal faro e si unisce agli spiriti sulla riva, perché in loro riconosce tanti volti noti della giovinezza, tra cui anche il suo amore perduto, il che in termini razionali significa che alla fine annega in mare. Non esagero affatto se dico che con questo capolavoro lirico Hammill si è messo al fianco dei più grandi maestri della letteratura e della poesia dell’orrore, come Edgar Allan Poe, H.P. Lovecraft e Robert E. Howard.

Ancora qualche parola sulla struttura musicale di questo super epico senza tempo. La sezione d’apertura, “Eyewitness”, crea piano piano un’atmosfera misteriosa e sinistra grazie al falsetto di Hammill, agli ornamenti di sassofono e al suono possente dell’organo. Subito dopo arriva una brusca svolta verso un’atmosfera più brutale e la sezione “Pictures/Lighthouse”, con tante improvvisazioni di organo e flauto. Sullo sfondo si mescolano numerosi effetti sonori da brivido del sintetizzatore ARP, che in certi punti ricordano il suono di una sirena di piroscafo e il tintinnio delle armi degli spiriti dei marinai mentre strisciano fuori dal mare. A poco a poco si inserisce un maestoso assolo d’organo di Banton, poi ritorna il motivo centrale della sezione “Eyewitness”, che è anche l’unico momento di tutto l’epico in cui un motivo viene ripreso. Dopo un altro inserto teatrale eccezionale di Hammill segue la sezione “S.H.M.”, con possenti passaggi di sassofono e organo e con stacchi di batteria assassini.

Dopo l’inserto d’organo entrano anche gli ornamenti di chitarra di Fripp, e a questo segue la cupa sezione “Presence of the Night”, dove Hammill con il suo canto, sostenuto dal suono marcato dell’organo, crea una malinconia straordinaria. Segue la sezione “Kosmos Tours”, con in primo piano gli stacchi di batteria impazziti di Evans, un assolo di sassofono fenomenale e la prestazione vocale quasi paranoica di Hammill. Poi arriva una sezione più lunga con un’alluvione di improvvisazioni impazzite e complessissime (soprattutto su sintetizzatore ARP e batteria), che rappresentano il momento più complesso e strano della suite. Con la sezione epica “(Custard’s) Last Stand” la suite assume all’improvviso tinte un po’ più luminose e ottimiste. Hammill, che qui canta di colpo con una dolcezza quasi angelica, lascia ancora una volta a bocca aperta con la varietà camaleontica della sua estensione vocale. Sullo sfondo, intanto, scorre una delicata melodia di pianoforte, organo e mellotron.

Questo raro momento di luce nell’abisso del buio viene spazzato via in modo brutale dalla sezione schizoide “The Clot Thickens”, che attraverso improvvisazioni vocali precipita in improvvisazioni strumentali impazzite, con una marcia infernale di batteria, pedali del basso e sassofono. Poi Hammill letteralmente perde la testa, cioè si cala alla perfezione nel ruolo del vecchio guardiano del faro, che la ragione abbandona piano piano. Dopo le folli improvvisazioni arriva la sezione calma “Land’s End (Sineline)”, caratterizzata dal falsetto di Hammill e da un delicato accompagnamento di pianoforte. L’atmosfera qui si risolleva di nuovo verso toni più luminosi e raggiunge il culmine nel ritornello, dove a Hammill, nel ruolo di coristi, si uniscono anche Banton e Jackson. La conclusione di questo incredibile poema epico arriva con “We Go Now”, sezione strumentale a metà strada tra la brillantezza epica degli assoli di organo e sassofono e l’inquietudine dei suoni dissonanti che scorrono sullo sfondo. Grazie a questi ultimi, chi ascolta ha davvero davanti agli occhi quel momento sconvolgente in cui, alla fine della storia, gli spiriti si trascinano il vecchio guardiano del faro nelle profondità del mare. Che altro dire di questa creazione migliore e più ambiziosa nella storia del gruppo, se non che un’opera d’arte della musica contemporanea come questa andrebbe proposta per l’elenco delle più importanti reliquie artistiche britanniche.

È giusto spendere qualche parola anche sui brani pensati per l’ipotetica versione doppia di “Pawn Hearts”, che oggi si trovano come bonus nelle ristampe in CD più recenti di questo capolavoro, perché alcuni sono davvero riuscitissimi. Al primo posto tra questi c’è senza dubbio “Theme One”, che nella versione dell’album per il mercato americano e canadese compariva come quarta traccia (tra “Lemmings” e “Man-Erg”). Si tratta della rielaborazione dell’arrangiamento epico del famoso tema con cui la vecchia emittente BBC 1 chiudeva ogni sera le trasmissioni. I VDGG, per i quali era l’unica cover di tutta la carriera, ne hanno cambiato bene l’arrangiamento centrale e ne hanno tirato fuori una creazione estremamente potente, caratterizzata da un motivo maestoso, melodico, sinfonico-jazz, che per i loro standard suona stranamente allegro. L’arrangiamento originale lo scrisse il leggendario George Martin, che divenne celebre soprattutto come produttore degli ancora più leggendari The Beatles (lo chiamavano spesso anche il quinto Beatle). In Europa il brano uscì come singolo insieme a “W” sul lato B. La versione che si trova nella ristampa è diversa da quella della versione americana e canadese dell’LP e del singolo europeo.

Anche “W” è una creazione interessante che merita attenzione. Dopo le improvvisazioni iniziali segue un maestoso arrangiamento sinfonico, quasi gotico, di organo, sassofono e chitarra acustica. C’è anche qui un’altra ottima prova vocale di Peter, con tanti passaggi tra registri alti e bassi. Il maestoso arrangiamento sinfonico altamente melodico, nel frattempo, si ripete più volte. I VDGG, ovviamente, non sarebbero i VDGG se più avanti non si concedessero un lungo inserto strumentale per le improvvisazioni. Anche questa versione del brano è diversa da quella apparsa sul singolo.

Seguono tre composizioni individuali, in cui ognuno dei tre strumentisti principali del gruppo ha lasciato il proprio segno. Il primo è “Angle Of Incidents” di Evans, parecchio condito di avanguardia, composto da un assolo di batteria, ornamenti ritmici folli e improvvisazioni selvagge di sassofono che nella parte centrale e nel finale contengono un effetto di piatti fracassati. È solo una delle tante improvvisazioni d’avanguardia che hanno prodotto nella loro carriera, ma poche hanno trovato la strada verso i loro album (spesso all’interno di certe composizioni, e solo di rado come creazioni a sé).

“Ponker’s Teme” è invece un breve e semplice, ma ottimo, strumentale jazz rock fusion di Banton. Banton a organo e pianoforte, in coppia con il sassofono di Jackson, crea un arrangiamento piacevolissimo e molto melodico, che potrebbe essere usato anche come sigla di qualche sitcom umoristica. “Dimunitions”, esperimento d’avanguardia e ambient di Jackson, offre ancora un aspetto musicale completamente diverso. Dopo le sinistre onde iniziali del mellotron arrivano le improvvisazioni sulle percussioni. Nell’ultima parte si aggiungono anche l’organo e un accompagnamento di effetti dissonanti. Senza dubbio una delle loro opere più d’avanguardia, che mi ricorda parecchio certi esperimenti simili fatti alla fine degli anni ’60 dai Pink Floyd. È musica che richiede molta attenzione e che non va assolutamente ascoltata solo con le orecchie.

Per chiudere questa recensione è difficilissimo trovare le parole giuste per esprimere la mia ammirazione per l’eccellenza musicale immortale che “Pawn Hearts” rappresenta. Con questo disco i VDGG hanno scritto una delle favole prog rock più belle di sempre, che certo non ha avuto il successo commerciale di certi classici dei loro coetanei, ma che si è iscritta per sempre nel cuore di ogni buongustaio della musica che se ne infischia delle classifiche. Come detto, sotto questo aspetto l’album ha avuto grande successo solo in Italia, e il gruppo ha ricompensato i suoi fan italiani come si deve, con ben due tour italiani consecutivi. Quella mossa si è poi rivelata molto faticosa, e i membri della band hanno messo i VDGG in stand-by per tre anni (dal 1972 al 1974). Il che, ovviamente, non vuol dire che nel frattempo dormissero: soprattutto Hammill in quel periodo è diventato attivo come artista solista, mentre gli altri membri, oltre a partecipare ai suoi album, si sono fatti notare anche con il progetto strumentale “The Long Hello” (uscito in Italia nel 1974, negli altri paesi europei nel 1976). Quel “riposo” alla fine si è rivelato estremamente utile, ma questa è già la storia per un’altra recensione.

Con “Pawn Hearts” i VDGG sono finiti per un breve periodo in cima al mondo del prog rock. Ogni tanto si trova qualcuno, anche tra i fan del gruppo, che preferisce “Godbluff” (1975) come loro vertice, ma di solito anche questi concordano sul fatto che con “Pawn Hearts” i VDGG abbiano creato la loro composizione migliore e raggiunto così il loro apice compositivo e lirico. “Pawn Hearts” è un album leggendario sotto ogni punto di vista, che ancora oggi resta il metro di paragone della perfezione nella musica ad alto tasso di sperimentazione, e uno di quei dischi che chiunque dovrebbe ascoltare almeno una volta nella vita.

Formazione

Peter Hammill – voce, chitarra acustica e slide, piano elettrico, pianoforte
Hugh Banton – organo hammond e farfisa, pianoforte, mellotron, sintetizzatore ARP, pedali del basso, basso, voce di accompagnamento
Guy Evans – batteria, timpani, percussioni, pianoforte
David Jackson – sax contralto, tenore e soprano, flauto, voce di accompagnamento

MUSICISTA OSPITE:
Robert Fripp (King Crimson) – chitarra elettrica (su “Man-Erg” [5:55-7:10] e “Plague…” [8:10-10:20 e verso la fine della suite])

Produzione

John Anthony

Tracklist

1. Lemmings (Including Cog)
2. Man-Erg
3. A Plague of Lighthouse Keepers
including:
a. Eyewitness
b. Pictures/Lighthouse
c. Eyewitness
d. S.H.M.
e. Presence of the Night
f. Kosmos Tours
g.(Custard’s) Last Stand
h. The Clot Thickens
i. Land’s End (Sineline)
j. We Go Now” (Jackson/Banton)

Bonus track dalla ristampa del 2005:
1. Theme One (original mix)
2. W (first version)
3. Angle of Incidents
4. Ponker’s Theme
5. Diminutions

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