Point of Know Return
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Kansas
Etichetta: Epic Records
Uscita: 1977
Durata: 43:59
Voto: 5/5
Con “Point of Know Return” i Kansas hanno davvero raggiunto il punto di non ritorno, quello in cui non c’era più modo di voltarsi indietro: è il disco del loro più grande successo commerciale e, allo stesso tempo, uno dei vertici creativi della carriera. Con questo album i ragazzi di Topeka, capitale dello stato americano da cui hanno preso il nome, hanno sfondato i confini di casa e si sono presi le simpatie del pubblico di mezzo mondo. Finalmente non erano più dei morti di fame che suonavano per due spiccioli e cinque etti di senape della mensa in bar fumosi di dubbia reputazione, conciati con stracci da cowboy consumati. Nascevano così alcuni dei massimi esponenti del cosiddetto arena rock. Dopo il grande exploit del capolavoro “Leftoverture” (1976) decisero di non cullarsi sugli allori e di fare un passo in più.
“Point of Know Return” segnò anche una svolta chiave nella loro trasformazione dalle acque del rock progressivo verso un arena rock commercialmente più appetibile, che in quegli anni stava mettendo radici anche grazie a gruppi come Styx, Boston, Queen, ELO e compagnia. Il loro sound inconfondibile, costruito soprattutto sull’eredità del prog rock sinfonico britannico, con forte accento su arrangiamenti orchestrali tra violino e tastiere, iniziarono a plasmarlo in pezzi un po’ più brevi e un filo meno complessi di prima, mentre le armonie melodiche si facevano ancora più presenti. Il merito va soprattutto al leggendario cantante e tastierista Steve Walsh, che ebbe un ruolo decisivo nella scrittura della maggior parte del materiale di questo disco.
A differenza del chitarrista e tastierista occasionale Kerry Livgren, da sempre progster e sperimentatore dentro, Walsh ha sempre tirato verso un suono più compatto, rock classico e hard rock. Se “Leftoverture” era il loro picco prog, “Point of Know Return” è il loro album più equilibrato, un ponte tra i due stili che hanno dominato buona parte della loro carriera: il prog rock e il rock melodico.
Il fatto che Walsh abbia avuto più peso nella scrittura (di solito in quel campo il membro centrale era Livgren) fu la conseguenza di un grosso scontro scoppiato tra lui e gli altri prima della nascita del disco. Walsh, già scontento della direzione in cui stava andando la band, arrivò a minacciare di andarsene e per settimane si chiuse offeso nel suo guscio, ma alla fine gli altri decisero di cedere alle sue richieste, perché perdere un cantante di quel calibro semplicemente non se lo potevano permettere. Gli attriti tra Walsh e Livgren sarebbero solo cresciuti negli anni successivi.
Su “Point of Know Return” la direzione del gruppo si è fatta ancora più amichevole per chi ama il loro lato rock melodico, e questo vale soprattutto per la title track di Walsh, un mega hit e classico dei Kansas che alle radio di allora regalò un successo davvero niente male. Il pezzo è carico della pomposità tipica della band, soprattutto grazie a gustosi arrangiamenti barocchi di violino e tastiere che portano una sinfonica magniloquenza dentro una struttura rock melodica con tanto di ritornello da inno. E c’è, ovviamente, l’eccellente voce di Walsh, che ti incanta in un attimo. La cosa più curiosa di questo classico è che fu aggiunto al disco all’ultimissimo momento e fu scritto per ultimo, nonostante poi apra l’album. Dopo questa partenza bombastica arriva “Paradox”, molto più complessa, dove il violino di Steinhardt occupa la posizione centrale. I suoi assoli barocchi sono accompagnati dai brillanti ornamenti chitarristici di Livgren, mentre il tutto è sostenuto da passaggi ritmici arguti ma allo stesso tempo possenti del duo Ehart/Hope.
Anche lo strumentale sfaccettato “The Spider” contiene tanti elementi tipici del prog rock sinfonico, con passaggi maestosi di organo Hammond e violino. Ritroviamo di nuovo quella loro virtuosità altissima e inconfondibile, che ancora oggi ispira un sacco di band prog moderne. Una delle cose migliori del disco è sicuramente “Portrait (He Knew)”, il cui testo parla di Albert Einstein. È un pezzo un po’ più diretto, quasi hard rock, con una sequenza di riff affilati attorno al tema centrale, un cantato ottimo e intervalli ritmici interessanti. L’epica e splendida “Closet Chronicles”, prog rock da capolavoro, con un testo insolito sull’eccentrico miliardario Howard Hughes, poggia su una marea di arrangiamenti sinfonici magnifici. Ha anche una sezione strumentale molto interessante, con tanti assoli notevoli di violino, chitarra e tastiere nella parte centrale, e un contrasto eccellente tra le voci di Walsh e Steinhardt.
Un pezzo piuttosto atipico è l’incisivo “Ligthning’s Hand”, di impostazione hard rock, in cui il ruolo di cantante principale passa a Steinhardt, che cerca di infilare nel suo canto qualche vezzo vocale teatrale alla Peter Gabriel. È uno dei rari momenti meno interessanti del disco, perché si tratta di un pezzo hard rock abbastanza generico, costruito soprattutto su riff e assoli affilati e massicci passaggi di batteria. Chi cerca le radici del metal progressivo ci potrebbe vedere più fascino, mentre per gli amanti del prog non è certo un picco.
Walsh ha sì regalato alla band un grande successo con la title track, ma il brano che ha scritto i Kansas per sempre tra gli immortali e ha garantito loro un posto negli annali del rock classico è la bellissima ma anche tristissima ballata acustica “Dust In The Wind”, diventata il loro classico più famoso. L’autore Kerry Livgren l’ha creata per puro caso, mentre si faceva due risate in compagnia di sua moglie, cosa che succede spesso con i più grandi capolavori. Essendo completamente acustica è un pezzo del tutto atipico per i Kansas, e per questo all’inizio aveva persino dei dubbi se inserirla nell’album. Chi avrebbe mai pensato che sarebbe diventata la loro hit più grande. La melodia malinconica poggia sugli accordi armonici di Livgren, mentre violino e tastiere sullo sfondo rafforzano l’atmosfera struggente. Ma quello che in questo pezzo commuove e scuote di più è la voce di Walsh e il testo stesso, che parla della caducità dell’uomo e della sua insignificanza nelle profondità sconfinate del tempo e dello spazio.
Con “Spark Of The Tempest”, che parla dei cicli di rivoluzioni ricorsi nel corso della storia, arriva un contrasto totale e un’improvvisa schiarita d’umore. È un altro pezzo eccellente che cattura tutti gli elementi chiave della band: cantato possente, passaggi di chitarra incisivi e succosi e potenti stacchi di batteria formano lo scheletro hard rock, a cui poi si aggiungono epici passaggi sinfonici di violino. In “Nobody’s Home”, il cui testo racconta dell’incontro di alieni con una civiltà estinta, torna al centro Steinhardt che, oltre a un’ottima prova vocale, sfodera regali assoli di violino e, attraverso numerosi arrangiamenti sinfonici che aumentano l’atmosfera malinconica, accompagna il disco verso il culmine finale. Parliamo del maestoso epos prog rock “Hopelessly Human”, tra i migliori epici della loro carriera, che spesso sembra uno dei brani dimenticati di “Leftoverture”. Anche stavolta la tensione solenne sale piano, tra una sequenza di riff possenti e un cantato drammatico, poi irrompono ricchi arrangiamenti orchestrali. Nella parte centrale la composizione è piena di assoli strumentali virtuosistici, che ancora oggi ispirano band come Spock’s Beard e Dream Theater. Dopo questo intermezzo strumentale arriva il culmine drammatico e il suono finale di campane da chiesa.
“Point of Know Return” ha rappresentato il vertice creativo e commerciale di una band leggendaria che di colpo è passata dalle bettole impolverate ai grandi stadi in giro per il mondo. Dare un seguito a un album come “Leftoverture”, che resta il loro più grande capolavoro, era un compito durissimo, ma l’hanno portato a casa comunque con lode. Sotto molti aspetti è stato un lavoro ancora più maturo del suo celebre predecessore. I Kansas come collettivo non hanno mai suonato così convincenti, né prima né dopo. Oggi il disco è un capolavoro del rock progressivo almeno quanto dell’arena rock. In vari punti si sentono già i tratti sonori che hanno portato alla successiva svolta AOR, quella che ha dominato il loro sound per tutti gli anni ’80. Quanto al successo commerciale, in America ha migliorato il loro miglior piazzamento in classifica e ha raddoppiato le vendite del predecessore. Il culmine era stato raggiunto e da qui in poi i Kansas hanno cominciato piano piano a salutare il rock progressivo.
Formazione
Steve Walsh – voce, tastiere
Kerry Livgren – chitarra, tastiere
Robby Steinhardt – violino, voce
Rich Williams – chitarra elettrica
Dave Hope – basso
Phil Ehart – batteria
Produzione
Jeff Glixman
Tracklist
1. Point Of Know Return
2. Paradox
3. The Spider
4. Portrait (He Knew)
5. Closet Chronicles
6. Lightning’s Hand
7. Dust In The Wind
8. Sparks Of The Tempest
9. Nobody’s Home
10. Hopelessly Human