Pepper’s Ghost
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Arena
Etichetta: Verglas Records
Uscita: 2005
Durata: 52:27
Voto: 5/5
‘La Lega degli Straordinari Gentlemen’ era un fumetto che solo gli inglesi potevano inventarsi, uno di quelli che nascono soltanto nelle circonvoluzioni cerebrali di uno svitato come il celebre fumettista Alan Moore, che a modo suo, cioè in chiave tipicamente critica verso la società e un po’ eccentrica, ha infuso un’anima anche ad alcuni amatissimi eroi della produzione fumettistica americana. L’eterno bastian contrario del colosso a stelle e strisce DC ha preso la classica idea dei supereroi, l’ha sbattuta nella cupa Inghilterra vittoriana e ha messo nei ruoli principali (anti)eroi letterari dei grandi romanzi britannici: il carismatico capitano Nemo, il vanesio immortale Dorian Gray, lo schizofrenico dottor Jekyll/mister Hyde, il vecchio volpone cacciatore Allan Quatermain, l’appassionata vampira Mina Harker e lo sfortunato Uomo Invisibile Hawley Griffin, personaggi dal passato tragico e tutt’altro che eroico, che reagivano alle situazioni con una montagna di humour nero e autoironia. Dall’altra parte ha piazzato i classici cattivi della letteratura, come Fu Manchu e il professor Moriarty, vecchia ‘conoscenza’ di Sherlock Holmes.
Evidentemente il rodato tastierista di Arena e Pendragon Clive Nolan era un lettore appassionato de ‘La Lega degli Straordinari Gentlemen’: da lì ha preso l’ispirazione per il concept del sesto album degli Arena, »Pepper’s Ghost«, in cui i membri della band, in alcuni testi e anche attraverso un fumetto disegnato apposta per il disco, si trasformano in un gruppo di supereroi vittoriani chiamato ‘I Cavalieri della Nebbia di Londra’, il cui compito principale è proteggere Londra dagli attacchi di tutta la feccia della società agli ordini del demoniaco Lucius. Il titolo dell’album, d’altra parte, è legato all’invenzione dello scienziato John Henry Pepper, che nell’Ottocento ideò una speciale tecnica illusionistica: con un proiettore di luce e degli specchi riusciva a creare uno strano effetto per cui gli attori sul palco sembravano diventare una specie di spiriti immateriali. Assistere ai suoi spettacoli diventò un passatempo di moda nei circoli altolocati dell’era vittoriana.
Il concept appena descritto dimostra che una band più tipicamente inglese degli Arena, nel neo-prog, è difficile da trovare. Eppure »Pepper’s Ghost« ha proseguito in modo del tutto logico la serie di capolavori concettuali come »The Visitor« (1998) e »Contagion« (2003), che insieme all’ottimo »Immortal« (2000) hanno fissato uno standard compositivo invidiabile su come si fa un album prog moderno con un messaggio profondo: le aspettative dei fan prima dell’uscita del nuovo disco degli Arena erano quindi, com’è comprensibile, altissime. Dopo un traguardo concettuale complesso come »Contagion«, su »Pepper’s Ghost« ci stava proprio bene un’idea un po’ più rilassata e, diciamo, semplice: quella di supereroi non convenzionali nei panni dei membri della band, con una bella dose di autoironia. La maggior parte dei brani, a parte l’opener e il pezzo conclusivo, che fanno da introduzione e da finale epico, racconta con musica e testi (molto più complessi di quanto sembri a prima vista e pieni, come è tipico di Nolan, di allegorie che col fumetto non c’entrano nulla) le origini dei singoli membri della squadra dei ‘Cavalieri della Nebbia di Londra’.
Quanto all’atmosfera, »Pepper’s Ghost« è un filo meno cupo del predecessore, ma i singoli arrangiamenti suonano ancora più vittoriani ed epici, quindi anche sotto questo aspetto è un disco speciale nella loro discografia. Inoltre, soprattutto grazie al chitarrista/corista John Mitchell, alle sue armonie multistrato e ai suoi passaggi infuocati, ma anche a certe rullate selvagge e a qualche uso occasionale della doppia cassa da parte del batterista Mick Pointer, gli Arena si sono avvicinati al prog metal più che mai, anche se certe tendenze metal si erano già fatte sentire in alcuni lavori precedenti. Per fortuna non si lasciano mai trascinare troppo sul terreno metal, e il merito va soprattutto al maestro Nolan, uno dei migliori ‘allievi’ del leggendario Rick Wakeman (ex-Yes), che con i suoi capolavori tastieristici si occupa con cura di mantenere sempre l’equilibrio sinfonico. Il cantante Rob Sowden, per il quale »Pepper’s Ghost« è stato, come si sarebbe scoperto anni dopo, purtroppo l’ultima collaborazione in studio con gli Arena (e lo stesso vale per il bassista Ian Salmon, che con le sue linee di basso melodiche creava un ottimo contrappeso ritmico alla veemenza con cui Pointer lavorava sulla batteria), grazie a un’immedesimazione eccezionale nei personaggi del concept ha lasciato senza dubbio la miglior prova vocale della sua carriera.
»Pepper’s Ghost« si apre con »Bedlam Fayre«, un catalizzatore di energia complesso che, dopo una breve intro con suoni da carnevale, grazie a passaggi di chitarra drammatici e a divagazioni di sintetizzatori sacrali, sostenuti da rullate di batteria assassine, si trasforma in una confessione epica su ciò che accade nella Londra vittoriana, dove in ogni ombra si nasconde un coltello insanguinato e dove la sola presenza dei suddetti eroi scaccia la nebbia opprimente e il buio nel cuore della gente. Rob Sowden, con la sua interpretazione carica di emozione e condita dalle opere sinfoniche di sapore sacrale di Nolan, mentre i passaggi di chitarra di Mitchell sono un mix originale di raffinatezza e impatto, evoca con incredibile efficacia l’atmosfera cupa di una Londra apatica, avvolta nella nebbia e moralmente distorta, quale in fondo sotto molti aspetti è ancora oggi. »Smoke And Mirrors«, in cui spicca in particolare il ritornello, fatto apposta per ravvivare i concerti degli Arena, è segnata da arrangiamenti sinfonici epici e da passaggi di chitarra ‘piangenti’, mentre Sowden racconta in modo eccellente la nascita e l’ascesa del ‘suo’ personaggio, il misterioso Conte, che pur essendo nato albino è stato dotato di virtù soprannaturali e per questo è entrato in possesso di una spada fuori dal comune.
»The Shattered Room«, la storia della tragedia e della ‘rinascita’ di Samuel Gunn (Mick Pointer), ex giubba blu e unico sopravvissuto a un attacco dei nativi nordamericani, che alla fine, attraverso i rituali, impara la loro saggezza, con i suoi quasi 10 minuti è uno dei due brani più complessi dell’album, dove non mancano cambi di tempo drammatici e improvvisi sbalzi d’atmosfera. La parte iniziale eterea si trasforma in fretta in una sezione strumentale incisiva e complessa, da cui nasce un arrangiamento in crescendo, nel cuore del quale Sowden cambia di colpo il timbro della voce e rievoca ancora una volta un’atmosfera indimenticabile. Gli arrangiamenti vittoriani alle tastiere ricordano parecchio quelli che negli anni Settanta creava il leggendario Tony Banks (Genesis), un altro complimento alle virtuose capacità di Nolan. Nella parte conclusiva, dopo una breve sezione ‘psichedelica’, arriva un passaggio drammatico verso una sezione ‘metal’ con una base di batteria rombante e note acute al mini moog, mentre Mitchell continua a far impazzire tutti con le sue improvvisazioni di chitarra.
»The Eyes of Lara Moon«, uno dei brani più pittoreschi di »Pepper’s Ghost«, è quello in cui l’ascoltatore scopre come il signor Parish (Clive Nolan) abbia ottenuto i suoi poteri mistici, dopo lo scontro in una casa abbandonata con lo spirito vendicativo di Lara Moon, con cui da allora combatte una battaglia interiore eterna. L’intro misteriosa e pastorale è segnata dagli accordi della chitarra acustica di Mitchell e dall’approccio vocale struggente di Sowden, mentre Nolan con le sue trame sinfoniche si preoccupa subito di creare la grandiosità melodrammatica che annuncia l’arrivo dell’anima maledetta e inquieta della defunta Lara Moon. Le armonie di chitarra epiche di Mitchell contribuiscono in modo riuscito al motivo centrale, solenne.
Di tutti i brani dell’album »Tantalus« è senza dubbio il più tragico, sia per la musica sia per il testo, in cui Michael Tempus (John Mitchell), condannato alle eterne pene di Tantalo e, insieme a Parish, sicuramente il personaggio più simpatetico, è presentato come un individuo che, pur avendo inventato un modo di manipolare il tempo, non può in alcun modo cambiare il proprio destino. Tempus ha infatti inventato una macchina del tempo con cui può riavvolgere il tempo, ma solo di pochi secondi, il che aumenta la sua tragedia personale quando scopre che Jack lo Squartatore, poco prima del test dell’invenzione, ha ucciso la sua fidanzata. Nonostante i ripetuti tentativi di tornare indietro nel tempo, non riesce in alcun modo a fermare l’evento tragico ed è quindi condannato a una sofferenza eterna. Anche musicalmente »Tantalus« non è solo uno dei pezzi migliori dell’album, ma dell’intera carriera degli Arena, e lascia a Mitchell un sacco di spazio di manovra per i suoi numeri alla chitarra. La parte iniziale, fragile, pianistica e decisamente malinconica, sorretta da una possente prova vocale, si trasforma gradualmente in una sezione epica dove il ritmo è dettato da passaggi di chitarra incisivi e da trame di sintetizzatori stratificate. La sezione ritmica mantiene sempre un bell’equilibrio tra impatto e sottigliezza, che lottano di continuo per il primato ambientale, mentre Sowden di solito dà il meglio proprio quando deve far da mediatore tra emozioni in conflitto. Nel finale Mitchell, con un assolo fenomenale, non dimentica di mandare in estasi tutti i buongustai della chitarra.
Tra tutti i retroscena dei vari personaggi, la storia dell’origine del signor Katana (Ian Salmon), raccontata in modo pittoresco nell’ottima »Purgatory Road«, è la meno interessante, perché si tratta di una vicenda piuttosto trita su un bambino inglese, orfano, adottato da qualche parte in Asia da monaci buddisti nepalesi, che da adulto, diventato il loro miglior guerriero, ha dovuto scegliere il proprio destino. Qui gli Arena si concedono parecchie imprese sperimentali inaspettate e tutt’altro che scontate, come già l’improvvisazione di chitarra iniziale, ma allo stesso tempo mantengono sempre la componente melodica dominante, che irradia soprattutto dall’arrangiamento sinfonico centrale, dal suono davvero grandioso. Anche il possente ritornello è costruito in mezzo a pittoreschi ornamenti ambientali, in cui si sentono distintamente le armonie vocali di accompagnamento di Nolan e Mitchell.
Gli Arena non sarebbero gli Arena se per chiudere l’album non sfoderassero una composizione fantastica dalle dimensioni epiche, un capolavoro di 13 minuti intitolato »Opera Fanatica«, che è addirittura uno dei seri candidati a miglior creazione della loro carriera. Già solo l’apertura epica e sacrale con possenti voci liriche maschili e femminili, anche dopo innumerevoli ascolti, fa venire i brividi in tutto il corpo, poi arriva inaspettatamente il passaggio a una sezione prog metal ultradrammatica e un po’ brutale, con la doppia cassa che martella e arrangiamenti orchestrali solenni. Col tempo si inseriscono anche le sottili improvvisazioni di chitarra di Mitchell, che portano l’atmosfera a un altro livello, mentre l’ingresso ‘in scena’ della voce di Sowden evoca definitivamente lo scontro finale tra gli eroi vittoriani e Lucius, dopo che questi, in mezzo a una rappresentazione operistica, si trasforma in demone e ‘come premio’ si becca una pallottola in ‘fronte’. Dopo la morte del maniaco demoniaco il teatro brucia fino alle fondamenta, ma dei ‘Cavalieri della Nebbia di Londra’, a missione compiuta, non si sa più nulla. I numerosi inserti orchestrali di sapore sacrale alzano in modo riuscito la drammaticità, e lo stesso vale per le infuocate improvvisazioni di chitarra e tastiere nella complessa parte centrale, che sottolineano ulteriormente il finale epico. Questo sboccia definitivamente con un ritornello solenne in cui Sowden, con l’aiuto dei cori, ha messo tutto il suo talento vocale.
L’opera concettuale »Pepper’s Ghost« è stata la prova lampante che gli Arena avevano ancora energia a sufficienza per forgiare nuovi capolavori e che la formazione nata nel 1998 aveva sviluppato nel frattempo un’incredibile alchimia reciproca. Proprio per questo è stato un peccato in più che dopo »Pepper’s Ghost« si siano esauriti creativamente per diversi anni e abbiano preferito prendersi una pausa più lunga, così questa incarnazione della band si è sciolta prima ancora di riuscire a registrare il successivo album in studio. L’era Sowden, che ha raggiunto il suo apice con »Pepper’s Ghost«, accompagnato all’uscita da un tour per il decimo anniversario della nascita del gruppo, resterà ancora per un bel po’ (e a ragione) la più riuscita e stabile della loro carriera, e la grande domanda è se riusciranno mai a superarla.
Formazione
Rob Sowden – voce
Clive Nolan – tastiere, cori
Mick Pointer – batteria
John Mitchell – chitarra, cori
Ian Salmon – basso, chitarra acustica
Produzione
Clive Nolan & John Mitchell
Tracklist
1. Bedlam Fayre (6:08)
2. Smoke and Mirrors (4:42)
3. The Shattered Room (9:45
4. The Eyes Of Lara Moon (4:30)
5. Tantalus (6:51)
6. Purgatory Road (7:25)
7. Opera Fanatica (13:06)