Permanent Waves
Artista: Rush
Etichetta: Atlantic Records
Uscita: 1980
Durata: 35.25
Voto: 4.5/5
“Permanent Waves”, ovvero l’album di transizione dei Rush, lascia piano piano la scena del mondo fantasy e del gergo prog rock della band, per sostituirli con un solido atterraggio nell’essenza dell’art rock e nella comprensione del rock “mainstream” degli anni Ottanta. Un ottimo album intermedio, con una zampa che sporge decisa negli anni Ottanta e anticipa la direzione musicale futura del gruppo, sempre più vicino a pezzi brevi, compatti nei motivi e più accessibili. Con due predecessori eccellenti come “Hemispheres” e “A Farewell To Kings”, i Rush si erano garantiti l’approvazione generale della massa critica. Un bel toccasana, che ha portato una straordinaria scioltezza in studio e un focus chiarissimo nel realizzare le nuove sfide musicali, quelle che avrebbero rivoluzionato e rinnovato l’immagine futura della musica dei Rush.
Era logico che Geddy Lee non potesse strillare all’infinito e che prima o poi si sarebbe giocato tutte le corde vocali e i muscoli del collo. Così il primo cambiamento radicale è che Lee canta per lo più con una voce “normale”, anche se restano alcuni passaggi in cui gli “scappa” l’urlo (per esempio la terza strofa nel pre-ritornello di Freewill).
Per la prima volta i Rush costruiscono in modo chiaro e radicale sulla riduzione delle idee usate nei pezzi. Il brano tipico dei nuovi Rush per il nuovo decennio è proprio l’opener The Spirit Of Radio. Già i versi nascono dal modo in cui la band vive la magia che ti regala la libertà di creare e di esprimersi attraverso la musica. Ma quella reale. Quella del rock, ovviamente. È tutto scritto nei versi, anche il fatto che si tratti solo di una questione di “sincerità”, ma alla fine è tutta un’illusione, perché la bellezza senza confini della musica creata viene svalutata proprio dall’inevitabile carrozzone dei mercanti. Il pezzo ha un cinismo vitale, note positive, e verso la fine i Rush ci imprimono il marchio della loro nota arguzia esplorativa, quando si buttano in un trucco reggae perfettamente compatibile. Questo brano mette in mostra una delle più grandi qualità della band: qui il gruppo è riuscito a unire una struttura complessa (soprattutto le svolte ritmiche intricate) con un ascolto perfetto! Anche Freewill, subito dopo, mantiene l’impronta radiofonica del disco. È un pezzo ancora più scorrevole, con una componente melodica ancora più in evidenza e di straordinaria compattezza, che ti entra sotto pelle in un attimo. Ancora oggi è uno dei grandi favoriti dei Rush nel loro repertorio live a prova di bomba, dove si accende soprattutto la chitarra di Lifeson (con in più un assolo maledettamente veloce).
A chi aveva cominciato ad avere il singhiozzo dopo aver scoperto, con grande acume, che “Permanent Waves” non è “Hemispheres” e nemmeno “Farewell To Kings”, un po’ di speranza la restituisce Jacob’s Ladder. Il testo parla dei raggi che bucano la coltre di nuvole e creano una scala apparente verso il sole, ma viene da pensare anche al patriarca biblico Giacobbe e alla sua scalata lungo la scala, con tanto di sguardi ravvicinati agli angeli (anche se quest’ultima osservazione non è il messaggio del pezzo). Nonostante l’affinamento e la precisione del suono in studio, Jacob’s Ladder è un tipico brano progressive, che si distingue soprattutto per la lunga sezione strumentale centrale, con una punta di misticismo sparsa dalle tastiere sullo sfondo. È il primo momento del disco che mostra anche il lato oscuro del modo di sentire la musica dei Rush, mentre la ciliegina sulla torta se la prendono gli arrangiamenti di chitarra acuti di Lifeson, che si legano in modo pittoresco, dinamico e armonioso alla base ritmica e al sipario di tastiere sullo sfondo. La chitarra di Lifeson spinge letteralmente avanti tutto il pezzo, infilando una serie di svolte tematiche e colorate dentro uno straordinario accompagnamento e dialogo con la linea ritmica che la circonda. L’atmosfera marcatamente mistica e il momento etereo di navigazione tranquilla sui synth, all’inizio dell’ultimo terzo del brano, sono un vero cerotto sulla ferita per gli amanti dell’anima prog del gruppo.
I brani che “semplificano” l’album nel seguito sono Entre Nous e Different Strings. Acustica ed elettrica ben miscelate, e in Different Strings un pianoforte classico intessuto con gusto. Entrambi i pezzi hanno un taglio da ballad, con un pizzico dell’essenza di tentativi simili del passato, non così lontani nel tempo, come ad esempio Madrigal o The Trees, ma il suono più controllato della chitarra elettrica in produzione fa già intuire dove andranno i Rush in futuro.
Il picco dell’album è piazzato in fondo. Natural Sience è la seconda suite progressive rock del disco. Una suite che replica la magia svanita degli anni Settanta, già catturata in Jacob’s Ladder. In questa trilogia compaiono alcuni motivi che Peart aveva creato per un poema più lungo dedicato a Sir Gawain e il Cavaliere Verde (Sir Gawain And The Green Knight), che risale al XIV secolo, cioè all’epoca della leggenda di re Artù, un’idea che poi abbandonò. Il tema guida dei versi è sempre attuale per i nostri tempi: la negazione della natura a causa del bisogno innato dell’uomo di sottometterla. E la conseguente perdita delle radici dell’uomo con la natura. Il brano è costruito in tre parti e sfiora i 10 minuti di durata. L'”uomo sincero”, nel senso della divisione tra i tanti caratteri umani, rientra nella categoria delle specie più minacciate della Terra. Era così nel 1980 ed è così anche oggi. Comunque vada, il mondo andrà avanti. Così o cosà. Con l’uomo o senza (terza parte: Permanent Waves). Apocalittico, ma concreto. Il mondo della fantasia o quello della logica? L’eterna questione della coesistenza di questa dualità, senza la quale non possiamo esistere. E noi rompiamo l’equilibrio quando ci pieghiamo a favore dell’una o dell’altra. Il brano è un ramificato dépliant progressive dei Rush, in cui la band è riuscita ancora una volta a unire in modo ottimale tutti i fattori della propria unicità. Tanti passaggi pittoreschi, tempi complessi, con un pizzico di spontaneità nella successione imprevedibile delle svolte tematiche, e una nota di bravura fatta di alta dinamica e ascoltabilità.
“Permanent Waves” è uscito il 01.01.1980. È uno dei primi album usciti nel nuovo decennio e indica con riuscita dove sarebbe andato a parare il rock “mainstream”. È un esempio perfetto di album di transizione, che ritrae una band che con un piede varca con cautela la soglia dei nuovi confini musicali dell’evoluzione futura e che, senza paura, strizza l’occhio alle nuove sfide di direzione sonora e stilistica.
Formazione
Geddy Lee – voce, basso, pedali del basso, synthesizer
Alex Lifeson – chitarra, pedali del basso
Neil Peart – batteria, percussioni
MUSICISTI OSPITI:
Hugh Syme – pianoforte classico in Different Strings
Erwig Chuapchuaduah – batteria metallica
Produzione
Rush & Terry Brown
Tracklist
1. Spirit of the Radio (4:56)
2. Freewill (5:21)
3. Jacob’s Ladder (7:26)
4. Entre Nous (4:37)
5. Different Strings (3:48)
6. Natural Science (9:17)