Rush: Permanent Waves

0 144

Durata album: 35.25
Produzione: Rush & Terry Brown
Data di uscita: 1980
Etichetta: Atlantic Records

“Permanent Waves”, ovvero l’album di transizione dei Rush, lascia piano piano la scena del mondo fantasy della band e del gergo prog rock per sostituirli con un atterraggio solido, fatto di un confronto sempre più stretto con l’essenza dell’art rock e con il rock “mainstream” degli anni Ottanta. Un ottimo disco di passaggio, con una traccia che si piazza decisa negli Ottanta e che anticipa la direzione musicale futura della band: pezzi più brevi, più compatti nei motivi e più accessibili. Con i due ottimi predecessori “Hemispheres” e “A Farewell To Kings” i Rush si erano garantiti l’approvazione generale della massa critica. Questo ha giovato a una straordinaria scioltezza in studio e a un fuoco chiaro nell’affrontare le nuove sfide musicali, che hanno portato a una trasformazione radicale e a un rinnovamento dell’immagine futura della musica dei Rush.

Era logico che Geddy Lee non potesse strillare all’infinito e che prima o poi si sarebbe fatto saltare tutte le corde vocali e i muscoli del collo. Così il primo dei cambiamenti radicali è che Lee per lo più ripiega su un canto con voce “normale”, anche se restano dei passaggi in cui “gli si gonfia la gola” (ad es. la terza strofa nel pre-ritornello di Freewill).

Per la prima volta i Rush puntano in modo netto e radicale sul ridurre al minimo le idee usate nei pezzi. Il brano tipico dei nuovi Rush per il nuovo decennio è proprio l’opener The Spirit Of Radio. Già i versi nascono dal modo in cui la band vive la magia che ti regala la libertà di creare e di esprimersi attraverso la musica. Ma quella vera. Quella del rock, ovviamente. È tutto scritto nei versi, persino che si tratta solo di una questione di “sincerità”, ma alla fine è tutta un’illusione, perché la bellezza senza confini della musica creata viene svilita proprio dall’inevitabile andirivieni dei mercanti del profitto. Il pezzo ha un cinismo pieno di vita, note positive, e verso la fine i Rush ci imprimono il marchio della loro nota arguzia esplorativa, quando si buttano in un trucchetto reggae perfettamente a tema. Questo brano è decorato da una delle più grandi qualità della band. Qui i Rush sono riusciti a unire una struttura complessa (soprattutto le svolte ritmiche intricate) con un ascolto perfetto! Anche Freewill, subito dopo, mantiene l’indole radiofonica del disco. È un pezzo ancora più fluido, con una componente melodica ancora più in primo piano, di una compattezza straordinaria, che ti entra sotto la pelle in un attimo. Ancora oggi è uno dei grandi favoriti dei Rush nel loro repertorio live di ferro, dove a infiammarsi è soprattutto la chitarra di Lifeson (e in più con assoli maledettamente veloci).

A tutti quelli che hanno cominciato a farsi venire il singhiozzo quando hanno acutamente scoperto che “Permanent Waves” non è “Hemispheres”, e nemmeno “Farewell To Kings”, ridà un po’ di speranza il brano Jacob’s Ladder. Il testo parla dei raggi che bucano la coltre di nuvole e creano una scala apparente verso il sole, ma si può anche pensare al patriarca biblico Giacobbe, alla sua scalata sulla scala e alle sue frequentazioni ravvicinate con gli angeli (anche se quest’ultima osservazione non è il messaggio del pezzo). Nonostante la sofisticazione e la rifinitura del suono in studio, Jacob’s Ladder è un tipico brano progressive, che si distingue soprattutto per la lunga parte strumentale centrale, con un pizzico di misticismo in più, alimentato soprattutto dalle tastiere aggiunte sullo sfondo. Il pezzo è il primo momento del disco che mostra anche il lato oscuro del modo di vivere la musica dei Rush, e la ciliegina sulla torta arriva dagli arrangiamenti di chitarra acuti di Lifeson, che si legano in modo pittoresco, dinamico e coerente alla piattaforma ritmica e al sipario delle tastiere di sottofondo. La chitarra di Lifeson letteralmente spinge avanti l’intero brano, infilando una serie di svolte tematiche variopinte dentro un accompagnamento straordinario e un dialogo continuo con la linea ritmica che la circonda. L’atmosfera spiccatamente mistica e il momento etereo di navigazione tranquilla sui synth, all’inizio dell’ultimo terzo del pezzo, sono un vero cerotto sulla ferita per gli amanti del periodo prog della band.

I brani che “semplificano” il disco nel prosieguo sono Entre Nous e Different Strings. Acustica ed elettrica mixate alla grande, e in Different Strings c’è un pianoforte classico intrecciato con gusto. Entrambi i pezzi hanno un taglio da ballad, con un pizzico dell’essenza di tentativi simili del passato, non ancora troppo lontani nel tempo, come ad esempio Madrigal o The Trees, ma il suono più controllato della chitarra elettrica in produzione già indica dove andranno i Rush in futuro.

Il culmine dell’album è piazzato in chiusura. Natural Sience è il secondo “ep” progressive rock del disco. Una suite che ripropone la magia ormai in via di sparizione degli anni Settanta, già catturata in Jacob’s Ladder. In questa trilogia sono usati alcuni motivi che Peart aveva creato per scrivere un lungo poema dedicato alla storia di Sir Gawain e del Cavaliere Verde (Sir Gawain And The Green Knight), che risale al XIV secolo, cioè al tempo della leggenda di re Artù, ma poi ha abbandonato l’idea. Il tema guida dei versi è sempre attuale, anche oggi. La negazione della natura dovuta al bisogno innato dell’uomo di sottometterla. E di conseguenza l’uomo che perde le radici che lo legano alla natura. Il brano è costruito in tre parti e sfiora i 10 minuti di durata. L'”uomo sincero”, nel senso della suddivisione in una marea di caratteri umani, rientra nella categoria delle specie più minacciate della Terra. Così era nel 1980 e così è anche oggi. Comunque vada, il mondo andrà avanti. In un modo o nell’altro. Con l’uomo o senza (terza parte: Permanent Waves). Apocalittico, ma concreto. Il mondo della fantasia o quello della logica? L’eterna questione della coesistenza di questa dualità, senza la quale non possiamo esistere. E rompiamo l’equilibrio quando ci pieghiamo a favore dell’una o dell’altra. Il brano è una ramificata brochure progressive dei Rush, in cui per una volta in più la band è riuscita a fondere in modo ottimale tutti i fattori della propria unicità. Tante transizioni pittoresche, tempi complessi, con un pizzico di spontaneità nell’imprevedibile successione di svolte tematiche, e con una nota magistrale di grande dinamica e ascoltabilità.

“Permanent Waves” è uscito il 14.01.1980. È uno dei primi album usciti nel nuovo decennio e indica con precisione dove sarebbe andato a svilupparsi il rock “mainstream” stesso. È un esempio vivido di album di transizione, che ritrae una band che con un piede varca cauta la soglia dei nuovi confini musicali del suo sviluppo e strizza l’occhio senza paura alle nuove sfide di direzione sonora e stilistica.

9/10

Tracklist:

  1. Spirit of the Radio (4:56)
  2. Freewill (5:21)
  3. Jacob’s Ladder (7:26)
  4. Entre Nous (4:37)
  5. Different Strings (3:48)
  6. Natural Science (9:17)

Musicisti:

Geddy Lee – voce, basso, pedali bassi, synthesizer
Alex Lifeson – chitarra, pedali bassi
Neil Peart – batteria, percussioni

MUSICISTI OSPITI:
Hugh Syme – pianoforte classico su Different Strings
Erwig Chuapchuaduah – tamburi di metallo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie