Trespass

0 12

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Genesis
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1970
Voto: 4.5/5

Con “Trespass”, il loro primo disco progressive, la band ha fatto un salto in avanti pazzesco rispetto al lavoro precedente, dimostrando che, nonostante la giovane età dei membri, erano uno dei gruppi più maturi dell’epoca. O meglio: la musica che hanno iniziato a creare da questo disco in poi, fino a metà anni Settanta, è stata il loro periodo “d’oro”, quello in cui erano praticamente inarrestabili e in pochissimi potevano competere con la cura, la complessità e l’intelligenza delle loro composizioni. Insomma, una band che già così presto, e nonostante la giovane età, era anni luce avanti rispetto al suo tempo e che ancora oggi fa discutere. Anche se erano dei ragazzini, la loro musica suonava come se arrivasse da un’era leggendaria, dimenticata, antidiluviana, fatta di fiabe e leggende celtiche. E proprio “Trespass” è stato anche il primo gradino lungo la strada che li ha portati tra le leggende della musica.
Il geniale cantante, ancora oggi incompreso dai più, e flautista a tempo perso Peter Gabriel è diventato su “Trespass” la figura centrale del gruppo. Con le sue interpretazioni dei testi così marcate e le sue apparizioni sul palco indimenticabili e originali, che includevano addirittura una lunga serie di costumi, è diventato l’anima della band, una specie di Lennon dei Genesis, insomma, una personalità “più grande della vita”.

Il chitarrista Anthony Phillips, con i suoi assoli romantici e celtici e la chitarra acustica dal sapore folk rock, portava nei brani un tocco di mistica campagna inglese. Ma anche atmosfere cupe e misteriose. Ed è proprio questa combinazione a dominare la loro musica del periodo “d’oro”, quello classico, quando la band ha scritto la storia del progressive rock e ha creato la maggior parte dei suoi lavori migliori.
Il possente organo Hammond di Banks e l’uso eccellente del mellotron hanno aggiunto la dose maggiore di mistero e drammaticità. Il mix di questi tre elementi è stato decisivo perché il gruppo diventasse riconoscibile e iniziasse a distinguersi completamente da tutte le altre rock band dell’epoca. Il cambio di batterista, con John Mayhew al posto di John Silver del primo disco, è stato un bel passo avanti, anche se pure lui non è rimasto a lungo nel gruppo. Ha portato una linea ritmica molto più rock rispetto al predecessore. Se qualcuno per caso sa che fine abbia fatto Mayhew, mi farebbe un grande favore a dirmelo.
Mike Rutherford aveva già inventato il suo modo caratteristico e melodico di suonare il basso e, anche se oggi viene spesso dimenticato accanto a tutti i musicisti geniali di questa band, posso dire che è stato sicuramente uno dei bassisti più originali dell’epoca.

“Trespass” si apre con l’epica drammatica e romantica “Looking For Someone”, anzi con il grido drammatico di Gabriel che esprime solitudine. Lo sfondo sonoro, fatto dell’organo di Banks e del mellotron, fa salire il climax di tutto il brano, in cui l’atmosfera cupa si mescola a quella ottimistica. I riff ingegnosi e a tratti malinconici di Phillips e la splendida linea ritmica di Rutherford e Mayhew nella parte finale alzano la tensione di tutto il pezzo. E la voce malinconica e drammatica di Gabriel è ovviamente quella che trasforma l’intero brano in un classico immortale, per sempre.
Ancora più drammatica e tesa, una canzone davvero tragica, è l’epica “White Mountain”, che racconta la storia di un lupo solitario tratta dal romanzo Zanna Bianca. Non è difficile immaginarsi le montagne innevate dove corre il lupo solitario, braccato da cacciatori spietati. La voce di Gabriel, malinconica e a tratti anche rabbiosa, quasi un’accusa diretta all’umanità per il tragico destino di questo nobile animale, non ti lascia mai indifferente. I tanti elementi folk e il mellotron si incastrano alla perfezione con questa atmosfera tesa e “invernale”. 

“Visions” of Angels è un’altra epica drammatica, che però nel ritornello si fa un po’ più luminosa, anche se il testo è di nuovo pieno del sarcasmo di Gabriel nei confronti di un’umanità che ha rinnegato il Dio che porta dentro e l’ha sostituito con idoli falsi e materiali. Anche stavolta Banks brilla all’organo e al mellotron, Mayhew sorprende con un ottimo drumming. La chitarra acustica di Phillips, invece, è coerente dall’inizio alla fine.

“Stagnation” è un pezzo pieno di motivi e atmosfere diverse. L’intro è luminoso e positivo, aperto dalla chitarra acustica di Phillips e dallo sfondo di mellotron di Banks. La parte migliore arriva nella sezione centrale, quando tutta l’atmosfera si calma del tutto e segue un ritmo tranquillo, quasi trascendentale, sulla chitarra acustica, dove Gabriel entra con i versi “and each will find a home, and there will still be time, for love in my friend…”. Poi arriva l’assalto di organo, mellotron, batteria e chitarra, e dopo di nuovo una parte melodica e tranquilla con il flauto e un ritornello a più voci, ottimista. In generale è proprio questo il brano centrale del disco, quello che riflette meglio il suo spirito mistico e misterioso, con i testi di Gabriel pieni dell’eterno conflitto dell’uomo e della sua battaglia personale tra bene e male.

“Dusk”, con i cori nel ritornello, è una canzone bellissima che stempera un po’ l’atmosfera del disco ed è una sorta di preparazione al gran finale. A costruirla sono la chitarra acustica melodica di Phillips, il flauto di Gabriel e il mellotron di Banks, più le armonie vocali già citate.

“The Knife”, il dramma conclusivo sulla brutalità delle istituzioni di controllo, non è solo uno dei brani migliori di questo album, ma anche una delle composizioni più “heavy” di tutta la loro storia. È anche il pezzo meno mistico e più terra terra del disco. Riflette inoltre lo spirito di allora della maggior parte dei membri, per cui la musica significava, tra le altre cose, una fuga dal sistema britannico ingessato, che a questi artisti offriva ben poche prospettive nella vita. Questo brano è stato per molto tempo la chiusura fissa dei loro concerti. Anthony Phillips, che sul disco usa per lo più la chitarra acustica, qui con tanti riff elettrici e crudi e un assolo eccellente nella parte centrale, pieno di armonie a tre voci, chiama proprio allo scontro tra le forze delle tenebre e della luce, tra controllo e libertà. A mio parere è anche il suo lavoro migliore con la band, o meglio la migliore dimostrazione del suo straordinario talento musicale. Il suo successore Steve Hackett ha imparato un sacco proprio da lui. Il ritmo è veloce, uno dei più veloci in assoluto tra i loro pezzi, e anche il batterista Mayhew dimostra di non essere uno qualunque e di essere rimasto largamente ignorato, al contrario del suo successore Phil Collins, diventato una delle icone musicali più famose. Questa critica sarcastica di Gabriel alla società britannica e alla repressione del regime è stata solo uno dei tanti suoi regolamenti di conti con la “grettezza” dell’umanità. Il disco, con le sue composizioni epiche, brilla dall’inizio alla fine.

Come ho già detto, l’originale e splendido chitarrista Anthony Phillips ha lasciato la band dopo questo disco, ufficialmente per problemi di salute, ufficiosamente, e a detta sua, per la fortissima tremarella da palcoscenico. In seguito ha comunque iniziato una carriera solista e ha realizzato un po’ di dischi splendidi di progressive rock sinfonico. Il suo primo album, “The Geese And The Ghost” (1977), è un ascolto obbligato per tutti i fan dei primi Genesis, perché per stile è quello che ricorda di più proprio “Trespass”. Per i Genesis, intanto, sono arrivati due cambi importantissimi, che hanno dato forma ai Genesis “classici” e alla fine li hanno portati in cima al genere, accanto ai più grandi, e hanno regalato alla musica rock (e anche pop) due icone immortali.

“Trespass” è un disco eccellente, praticamente un classico, che segna l’inizio dei Genesis classici e progressive e proprio perché è stato seguito da dischi che per molto tempo hanno avuto la caratteristica di essere ognuno meglio del precedente, oggi è rimasto, ingiustamente, un po’ trascurato dai fan.

Formazione

Peter Gabriel – voce, flauto, fisarmonica, tamburello e grancassa
Anthony Phillips – chitarra acustica a 12 corde, chitarra elettrica, dulcimer, cori
Anthony Banks – organo, piano, mellotron, chitarra, cori
Michael Rutherford – basso, chitarra acustica a 12 corde, nylon, violoncello, cori
John Mayhew – batteria, percussioni, cori

Produzione

John Anthony

Tracklist

1. Looking For Someone (7:06)
2. White Mountain (6:42)
3. Visions Of Angels (6:50)
4. Stagnation (8:48)
5. Dusk (4:13)
6. The Knife (8:56)

Durata: 42:35

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie