Phoenix Down

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Dirtswitch
Etichetta: Autoprodotto
Uscita: 2011
Durata: 50:07
Voto: 3.8/5

Nati due anni fa, ma già quest’anno pronti a far fuori i sogni di tutti i mediocri smidollati di qua e di là dal confine: i giovani alternativi di Naklo Dirtswitch sono senza dubbio una band che la sua strada l’ha tracciata in modo chiaro, senza lasciare nulla, ma proprio nulla, in balia del caso. Con questo pensiero in tasca mi sono consegnato a ritmi e melodie del loro debutto Phoenix Down e, visto che sono cresciuto a pane e sfoghi energici di grunge e delle sue ondate successive post-sismiche, era chiaro che mi sarei buttato sull’ascolto di queste novità fresche di forno del mercato di casa nostra con tutta la grinta e lo spirito critico possibili, cercando al contempo di tenere a freno i giudizi affrettati e i paragoni con la soldataglia di suoni che mi sta a cuore.

Partiamo dai fatti: i Dirtswitch sono senza dubbio un nome di cui sui palchi di casa nostra (per ora) avrete sentito parlare pochissimo, il che non può certo essere il metro con cui scartare a priori tutto ciò che non conoscete. I ragazzi di Naklo, vicino a Kranj, l’anno scorso hanno infatti rotto il ghiaccio arrivando in semifinale all’International Live Award, concorso centroeuropeo per giovani speranze musicali, e con un concerto devastante nella sala Gasometer di Vienna hanno mancato la finale per un soffio. Nonostante tutto, in appena un anno di vita sono riusciti a varcare i rubiconi del successo di parecchi musicisti e gruppi di questo nostro piccolo paese, così invidioso, insicuro, competitivo e frustrato. I Dirtswitch hanno capito presto che i confini del pollaio di casa sono troppo stretti e che si meritano un cortile di qualche iarda più grande, e la prova che quel sogno bagnato di molti si è realizzato in modo infernale è proprio il debutto Phoenix Down.

 

Non vi prenderò in giro: non siamo davanti a una rivoluzione totale e i ragazzi pescano eccome da un’ampia gamma di musicisti che anni fa hanno conquistato con successo le onde radio e televisive in patria e nel mondo. Già in partenza vi rovescio addosso un piccolo mare di nomi che a qualcuno diranno tanto e, se siete seguaci delle mode del momento, ben poco. Alla mente tornano in automatico i post-grunger della Florida Alter Bridge, sullo sfondo si intuiscono i contorni del carisma di Chad Taylor e dei sbiaditi eroi della Pennsylvania Live; aggiungeteci un po’ di malinconia e dolcezza, con cui nel 2001 vi corteggiavano gli Staind, e l’ethos mainstream alla Creed e Nickelback, e avrete la cornice grezza dell’ascolto. Niente di male, ma anche poco di originale, direbbero in molti, e su questo mi trovo d’accordo solo in parte. Il fatto è che i sopracitati seguivano le tendenze del momento e cercavano di spremere le ultime gocce di manna nutriente dalle mammelle della vacca da mungere del grunge, mentre gli entusiasti sloveni partono solo dal loro genuino innamoramento per l’immaginario di un tempo potente mondo flanellato di passione, malinconia e musica che picchia (qui mi riferisco piuttosto al mondo primordiale di Soundgarden, Pearl Jam, Nirvana, Stone Temple Pilots, Alice in Chains e di tutti gli altri nomi grazie ai quali la giovinezza, guai a parte, è ancora oggi un tempo che possiamo guardare con sentimentalismo e fede appassionata nell’indistruttibilità dei castelli mentali in aria …).

 

Il disco si riconosce e si conosce già dalla prima nota e dal primo accordo, e a giudicare dalla chitarra slide sporca dell’intro di Restraints, i ragazzi conoscono alla perfezione gli ideali estetici della sezione aurea del grunge. Non disturba nemmeno la voce dolce e più vicina al gentil sesso del cantante Luka Lamut. Secondo fattore di piacere, che ci crediate o no, le chitarre massicce e succose di Jani Nendl, sostenute il giusto dalla batteria di Uroš Markič e da un basso di Rok Seifert abbastanza vario. Restraints è la parte, scritta dai giovani, di un dialogo tra la giovane generazione X (o i figli ormai della generazione indaco) e i tutori e gli anziani del mondo adulto sull’altra sponda del baratro generazionale. Tutti scriviamo i nostri capitoli e i nostri spunti con cui scolpiamo monumenti nei mattoni della nostra esistenza, e i Dirtswitch con l’opener hanno tracciato la linea lungo cui vi guideranno per i successivi 50 minuti.

https://www.youtube.com/watch?v=OaDBfruHsww

Gli arrangiamenti sono impeccabili e non c’è un briciolo di troppo nemmeno nel costrutto produttivo bombastico e ad alto numero di ottani del rock alternativo, che fa immaginare senza fatica i ragazzi sui grandi palchi dei festival di mezzo mondo. Un altro zuccherino da paroliere lo offre Too Much, mentre a me le orecchie si drizzano di più sulla terza traccia Sulfur, che il nome lo prende in prestito dai mascherati dell’Iowa Slipknot, ma i Dirtswitch hanno meno istinti assassini. Another Breath, con le sue pennellate alla Creed, fa sciogliere le ginocchia al gentil sesso, mentre la metrica dei testi non sfonda le cupole dorate di questo universo piuttosto claustrofobico, di un patetismo per i miei gusti un po’ troppo zuccherato ma comunque destinato alle onde radio, che viene elevato da uno degli assi del disco, il più probabile candidato a hit del debutto: Looking Back. Come Scott Stapp aveva sempre pronti nella manica assi come My Sacrifice, i Dirtswitch hanno scritto i versi “Hey, I know it’s not too late / To make it better / Hey, are we the ones / Meant to stay together / Forever” e ve lo garantisco: con la giusta illuminazione e la giusta compagnia più di un occhio diventerà lucido, e non alludo soltanto al sesso proverbialmente più sentimentale … Comatose custodisce nel suo grembo una sinistra combinazione tra l’energia degli Staind di Dysfunction e l’eleganza dell’album Throwing Copper dalla discografia dei Live (e se siete più portati per l’orientaleggiante, sentirete perfino degli inserti da Secret Samadhi).

 

 

 

In realtà è piuttosto evidente che i ragazzi se la cavano sia con le ballad che spezzano il cuore sia con una virilità più organica e una spietatezza più dura. Le prove si susseguono. Già Over & Over rimescola di nuovo la superficie finora piuttosto assopita dell’anima, e tra nebbioline morbide di sogno vi culla una delle ballad più belle dell’album: Innocence. Dopo la meditazione di calma, suona come un’esplosione di passione e di colori della vita. My Story è una calamita iperenergetica per ravvivare l’aria in sala e, con il cuore che batte un po’ più veloce, non sanguinerete inutilmente da tutti gli orifizi (anche da quelli meglio nascosti agli occhi). Io sono più entusiasta del ritmo più incisivo dei riff primordiali del pezzo Overhang, dove però disturbano di una sfumatura (due o tre) le voci troppo pulite e cristalline, di cui forse vi siete già un po’ abbuffati e che vi fanno rimpiangere un urlo più crudo, non depurato dal testosterone, o uno sfogo rauco di rivolta e rabbia sfrenata. Prima della fine i Dirtswitch tornano quindi al rifugio più sicuro e, per i più, più godibile della prevedibilità da ballad, come conferma il penultimo standard Forever, mentre l’album lo chiude il balsamo sognante e metafisicamente compiuto di Today, con cui il debutto si chiude in un pacchetto completo e più che consigliato per serate intime in due.

A tutti i paragoni e le allusioni velate alla somiglianza con la vecchia serie A di MTV devo concedere che il disco Phoenix Down mi ha sorpreso piacevolmente, con un senso approfondito per l’estetica e gli arrangiamenti. I Dirtswitch sono infatti riusciti a cucire i riff pesanti sulle proprie capacità e sul proprio raggio di cuore, per cui Phoenix Down è un prodotto che può davvero aspettarsi un cammino ricco e vario anche in futuro; ai ragazzi, nonostante tutta la melodiosità e le galanti esecuzioni, metto sulla coscienza di aprire un po’ di più i propri registri la prossima volta e di lasciare uscire, accanto agli angeli, anche qualche diavolo o demone meno fotogenico …

Formazione

Luka Lamut – voce
Jani Nendl – chitarra, cori
Rok Seifert – basso
Uroš Markič – batteria

Produzione

Tine Janžek & Dirtswitch

Tracklist

1. Restraints
2. Too Much
3. Sulfur
4. Another Breath
5. Looking Back
6. Comatose
7. Over & Over
8. Innocence
9. My Story
10. Overhang
11. Forever
12. Today

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