Playing The Angel
Artista: Depeche Mode
Etichetta: Mute Records
Uscita: 2005
Voto: 3.5/5
“Playing The Angel”, l’undicesimo album in studio in ordine di uscita, dimostra che i Depeche Mode sono cresciuti e si sono lasciati ben alle spalle i giocattoli con cui facevano i pasticci nella sabbiera vent’anni fa. È incredibile quanto sia cresciuto tutto, quanto la band suoni naturalmente attuale e quanto il tappeto sonoro sia pieno, denso e ricco. Il vecchio spirito da inno con cui riempivano gli stadi lascia il posto all’arte di costruire atmosfere alte e sospese, intrise della sincerità di emozioni profonde. La voce di Dave Gahan diventa sempre più affascinante di anno in anno. Per il nuovo album i Depeche Mode hanno abbassato un po’ l’intonazione in fase di produzione, e così le armonie si sciolgono in collage di colori ancora più lucenti, che costruiscono il delicato puzzle dei loro suoni tipici, colorati da magistrali sample ad ogni angolo, che ormai sono una costante della perfezione Depeche Mode e, a dirla tutta, lo standard richiesto e atteso dalla band. A questo punto l’album non ha nemmeno più bisogno di essere recensito.
Lo sfrigolio industriale di A Pain That I’m Used To ti apre il disco e magari ti fa pensare in fretta ai “chiodi da nove pollici”, ma le cose tornano subito al loro posto, soprattutto quando arriva il ritornello. Il pezzo ondeggia bene tra il rumore “industrial” e “beat” “techno” smussati, con aggiunte di chitarra alla Songs Of Faith And Deviotion. Di sicuro, all’uscita dalla parte strumentale centrale, il motivo scelto sfiora al volo Enjoy The Silence dal disco “Violator”. Nothing’s Impossible è una tentazione simile, dove spicca il trucco collaudato della linea di chitarra in primo piano, sostenuta dalla coerenza del sintetizzare “industrial”. John The Revelator, attraverso il testo, prende apertamente in giro i predicatori autoproclamati. Qui Gahan è aggressivo alla voce, mentre i “synthesizer” analogici richiamano i vecchi trucchi “eighties” con il “feeling” di Master Of Servant, magistralmente avvolto da inserti gospel “neri” nel ritornello alla Condemnation. Con un po’ di “ritocchino”, John The Relevator starebbe benissimo accanto a Pleasure, Little Treasure dal disco “Music For The Masses”. Precious, invece, dimostra che i vecchi felini hanno semplicemente in pugno l’arte di scrivere hit rapaci, che possono essere ancora fresche e inconfondibilmente da band. Questi sono i Depeche Mode. Una band che anche dopo 25 anni sa tirare fuori una canzone candidata a vero “evergreen” (livello hit alla Enjoy The Silence), perfetta da far girare nel lettore CD con qualsiasi umore. Suffer Well porta un “beat” semplice che ti entra nelle orecchie senza fatica e fa da base per un altro potenziale singolone. Più sintetizzare analogico torna con The Sinner in Me, dove i Depeche Mode convincono ancora una volta con la loro inimitabile sfilza di sensazioni cupe di angoscia e desiderio. Anche Macro è un pezzo profondo e atmosferico. Qui Gore, con un effetto particolare sulla voce, contribuisce a un’atmosfera estremamente tetra. Introspectre e Damaged People mantengono alla grande questa oscurità, e Gore alla voce riesce a ridare vita a una sfumatura gelida e agghiacciante della sofferenza dell’anima, ovvero di tutto ciò che sta sotto la superficie e di solito resta nascosto agli occhi. Lillian è il brano in cui riaffiorano di più gli ammiccamenti ai ritmi “dance” classici, e il disco si chiude con una mossa atipica. La ballata cupa e profonda The Darkest Star è davvero la stella più oscura nel vero senso della parola.
“Playing the Angel” è un album incredibilmente maturo e profondo. Allo stesso tempo è incredibile, se ti volti indietro verso il suono della band negli anni Ottanta, vedere come in tutti questi anni, fino a oggi, il suono sia cresciuto e come l’interpretazione sia diventata, se mi concedi di rubare una parola in senso progressivo, molto più sottile e raffinata. Messaggi confessionali ravvivati con efficacia e senza sforzo. Tenerezza fragile e ingenua, vulnerabilità innocente, desiderio, passione, rabbia, dolore, tristezza. Insomma, un album che non insegue lo sfarzo della gloria passata della band, che evita avventure musicali sfortunate e che semplicemente incarna il battito maturo del momento di un trio che si è lasciato alle spalle da un pezzo gli anni del punk elettronico. Un intelletto pop che vive con convinzione nelle sue canzoni, con un fascino e un’eleganza a cui è difficile resistere.
Formazione
Dave Gahan – voce
Martin Gore – tastiere, voce, chitarra
Andy Fletcher – tastiere
Produzione
Ben Hillier
Tracklist
1. A Pain That I’m Used To
2. John The Revelator
3. Suffer Well
4. The Sinner In Me
5. Precious
6. Macro
7. I Want It All
8. Nothing’s Impossible
9. Introspectre
10. Damaged People
11. Lilian
12. The Darkest Star