Union
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Yes
Etichetta: Arista Records
Uscita: 1991
Durata: 65:04
Voto: 2.5/5
Immaginando la scena, o meglio: se sei un passante e ti pianti in un punto qualsiasi in mezzo all’Oceano Atlantico, “Union” è il disco che ha riunito geograficamente gli Yes dell’est e quelli dell’ovest. Allora, dove eravamo rimasti? Ah, ecco. Gli occidentali – gli Yes veri, quelli “americani” (di stanza in California) – nel 1990 erano rappresentati da Kaye, Squire, Rabin e White, mentre gli orientali – i britannici “finti Yes” – erano riuniti nel progetto “Anderson, Bruford, Wakeman, Howe” (A/B/W/H), che nel 1989 aveva pubblicato con quell’etichetta anche l’omonimo album in studio, con l’aiuto del superbo bassista Tony Levin, presente anche su “Union”. Le due formazioni avevano ciascuna il proprio materiale. Poi il destino ha evidentemente voluto che gli agenti riuscissero a fare pressing su entrambe le parti per farle riunire sotto lo stesso tetto. Così le aspettative delle masse sono di nuovo schizzate alle stelle, visto che si trattava di una nuova super band, composta da gente di grido che maneggia la musica fin nei minimi dettagli. Era perfino possibile sperare, “devotamente”, in un album che facesse l’occhiolino all’eredità degli Yes degli anni Settanta.
Macché! Se guardiamo i presupposti con la lente d’ingrandimento, in realtà non c’era proprio niente di simile in vista. Tutte le teste in studio viaggiavano su frequenze diverse. Steve Howe, appena uscito dagli Asia e dai GTR, aveva imparato di fresco a suonare breve e incendiario in chiave rock, l’album “Anderson Bruford Wakeman Howe” (1989) trasudava un approccio pop art leggero con un pizzico di progressività più coraggiosa rispetto a “Big Generator” (1987), mentre gli Yes occidentali vivevano ancora e sognavano a fondo i sogni del loro album “Big Generator” (1987). “Union” in quanto tale è un’interessante miscela liberale delle due formazioni, che però non è per forza la chiave dell’eccellenza che cerchi quando pensi a come nasce un disco.
Di musica ce n’è quasi 70 minuti, i pezzi sono quindici e la democrazia è stata rispettata. Come? Alcuni brani sono allungati a dovere, giusto perché ogni musicista abbia modo di dire la sua. “Union” è un disco scritto ancora chiaramente per gli amanti degli Yes anni Ottanta. Howe qui c’è, senza dubbio (l’strumentale acustico Masquerade, ma a anni luce dalla spiritosa esplorazione di The Clap), e nei pezzi non si può certo non sentirlo. Se vuoi riconoscibilità dentro i limiti dell’AOR, metti Howe nel gruppo e ottieni la formula vincente (Asia). Una simile appendice avventurosa ed esplorativa l’hanno avuta anche i brani degli Yes su “Union”. Su questo disco a dover ingoiare di più il proprio ego sono stati probabilmente Bill Bruford e Rick Wakeman, due che di solito hanno bisogno di un sacco di spazio per sé, come Howe, ma lui aveva già dimostrato di essere il più adattabile dei tre ai cambiamenti del nuovo decennio. Insomma, Wakeman non ha nascosto la delusione per il disco e per il progetto, e nelle sue dichiarazioni successive lo chiamava volentieri con disprezzo “Onion”, sostenendo che fosse “senza testa” come “Tormato” (1978) e che il solo pensarci lo faccia sempre piangere (da cui la cipolla).
Che si trattasse di una trovata assolutamente commerciale lo dimostra anche il gigantesco tour di “Union”, in cui gli Yes salivano sul palco dentro una speciale scenografia “girevole”, con Anderson circondato da entrambi i tastieristi e “sospeso” al centro, mentre i due set di batteria si abbassavano e si alzavano durante il concerto.
“Union” è un album “art pop” commerciale, che ti si attacca subito alle orecchie, con prolungamenti negli assoli progressive che possiamo risentire, visto che c’è con noi Steve Howe, e allo stesso tempo a tenerlo insieme ci pensa la compattezza degli attacchi riffati di Rabin. Di certo, nessuna “frammentazione” nei pezzi. I ragazzi si attengono a motivi espressivi ben rifiniti. “Union” soffre di coerenza, perché in studio c’erano decisamente troppe teste, quindi anche troppe idee, e manca una direttiva o una visione chiara che regga il disco. Per questo il liberalismo, ovvero la pluralità, in questo caso gli fa male. Si sente che è incollato insieme da tanti pezzettini e che a suonarci non è una band nel senso classico del termine. “Union” è semplicemente più un progetto messo insieme a tavolino, che avrebbe dovuto restare Union e non Yes! Eppure il disco lo vendi più facilmente se usi la parola Yes! Di qui la fregatura che ha fregato più di uno: comprato il disco appena uscito, poi maledetto in lungo e in largo perché non c’era dentro quello che si cercava. Di certo, da questo punto di vista, è un disco molto più adeguato a quello che facevano allora gli A/B/W/H che non gli Yes con Rabin, e sarebbe stato meglio se “Union” fosse stato il nuovo disco degli A/B/W/H, e non degli Yes.
Formazione
Jon Anderson – voce
Trevor Rabin – chitarra, voce
Steve Howe – chitarra
Chris Squire – basso
Tony Levin – basso
Tony Kaye – tastiere
Rick Wakeman – tastiere
Alan White – batteria
Bill Bruford – batteria
Produzione
Jonathon Ellias
Tracklist
1. I Would Have Waited Forever (6:32)
2. Shock to the System (5:09)
3. Masquerade (2:18)
4. Lift Me Up (6:30)
5. Without Hope You Cannot Start the Day (5:18)
6. Saving My Heart (4:42)
7. Miracle of Life (7:30)
8. Silent Talking (4:01)
9. The More We Live – Let Go (4:34)
10. Angkor Wat (5:24)
11. Dangerous (Look in the Light of What You’re Searching For) (3:39)
12. Holding On (5:24)
13. Evensong (0:52)
14. Take the Water to the Mountain (3:10)
15. Give and Take