Please Don’t Touch

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Hackett, Steve
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1978
Voto: 4/5

Tre anni dopo il magistrale esordio “Voyage of the Acolyte” (1975) e un anno dopo aver lasciato i Genesis, che non appoggiavano più le sue idee musicali innovative, Steve Hackett decide di pubblicare “Please Don’t Touch”, il suo primo vero album solista, quasi del tutto libero dall’influenza musicale del fenomeno chiamato Genesis. Certo, un po’ di quell’influenza c’è ancora, ma stavolta, a differenza dell’esordio, Steve non collabora più con i suoi ex compagni e mette sul piatto un approccio musicale tutto suo. “Please Don’t Touch” è il passo successivo della sua carriera da solista, saldamente rivolto al futuro e a nuove sfide. Del resto, che senso avrebbe avuto partire in proprio e continuare a farsi dare una mano dai vecchi soci?

Al loro posto, stavolta a dare una mano a Steve ci sono altri musicisti di primo livello, sia del mondo del progressive rock che di altri generi. Tra tutti spiccano senza dubbio Steve Walsh alla voce e Phil Ehart alla batteria (entrambi membri dei Kansas, attrazione americana del prog rock). La scelta di questi due musicisti prog rock americani va assolutamente applaudita, e chi si è mai chiesto cosa uscirebbe unendo alcuni elementi musicali di Genesis e Kansas qui troverà pane per i suoi denti. Gli altri musicisti che partecipano all’album (e anche loro in gran parte vengono dagli USA) sono il batterista dei Genesis dal vivo (ed ex batterista di Weather Report e Frank Zappa) Chester Thompson, il bassista Tom Fowler (ex-Frank Zappa), il fratello di Steve, John, a flauto e tastiere, l’icona americana del folk rock (fin dai tempi di Woodstock) Richie Havens e la diva del rhythm & blues Randy Crawford. Qualche prog rocker purista potrebbe storcere il naso davanti alla scelta di Havens e della Crawford, ma entrambe si rivelano azzeccatissime.

Già al primo ascolto di “Please Don’t Touch” è chiaro che l’album è completamente diverso dal predecessore, che era molto segnato dall’influenza dei Genesis. A pesare più di tutto sono i cantanti americani, che con i loro timbri e le loro tecniche vocali portano nel tradizionale prog rock sinfonico inglese una bella dose di pop, soul e rhythm & blues. Le tavolozze orchestrali del mellotron che avevano segnato il predecessore stavolta lasciano il posto a tastiere sofisticate, che contribuiscono anch’esse a un suono diverso, più commerciale e accessibile. Allo stesso tempo l’album si distingue per la tecnica chitarristica di Steve, riconoscibile a un chilometro, e per i tanti elementi sinfonici, creati soprattutto dall’intreccio sempre ingegnoso di armonie melodiche di chitarra, flauto e tastiere. “Please Don’t Touch” è un album che ti cattura in un attimo, anche se quasi tutti i brani sono completamente diversi l’uno dall’altro.

Già l’iniziale “Narnia”, che si apre con l’inconfondibile chitarra acustica di Steve, a cui si unisce la voce melodica ed energica di Walsh, presenta un approccio completamente nuovo nella musica di Steve. Nel brano si fondono un affiatamento e un’energia fuori dal comune con una melodia intensa. Se ci fossero anche dei violini, sarebbe un vero pezzo dei Kansas. Così invece la chitarra acustica di Steve “sostituisce” le parti in cui altrimenti ci sarebbero i violini. “Narnia” rappresenta l’approccio più duro e pomposo di Steve al prog rock e con gli anni è diventata uno dei suoi classici più amati. Tra l’altro, “Narnia” è ispirata al celebre testo letterario di C.S. Lewis, da cui di recente è stato tratto anche un film. “Carry On Up The Vicarage” è una creazione spiritosissima, dove grazie a degli effetti speciali sentiamo il coro di piccoli “gnomi” dispettosi che cantano a squarciagola la loro canzoncina mentre le tastiere disegnano un’ottima melodia orchestrale. Con questo pezzo Steve dimostra di essere, oltre a Peter Gabriel, un altro ex membro dei Genesis con un senso dell’umorismo (nero) spiazzante. “Racing In A”” è un brano che si fa notare ancora una volta per l’ottima voce di Walsh, per la batteria variegata di Erhart e per la chitarra di Steve, e che ricorda i Kansas, forse ancora più di “Narnia”. Il pezzo si distingue anche per i variegati arrangiamenti orchestrali e per gli assoli ingegnosi di Steve alla chitarra acustica, che non lasciano mai calare l’intensità della composizione. Senza dubbio è tra i migliori dell’album. “Kim” è uno splendido strumentale, frutto della riuscita collaborazione dei due fratelli Hackett a flauto e chitarra acustica, dedicato alla moglie di Steve (che è anche l’autrice della maggior parte delle copertine dei suoi album). “How Can I?” è una ballata acustica costruita sulla chitarra acustica e sulla voce bluesy di Richie Havens, icona di Woodstock. Questo approccio totalmente diverso di Steve sorprendentemente funziona, nonostante il brano suoni parecchio americano. Un’unione davvero solida dei talenti di due icone musicali. “Hope Love Will Last”, con l’eccellente voce soul di Randy Crawford, è sicuramente il brano meno tipico dell’album e per le orecchie “progressive” rappresenta di certo una sfida particolare, visto che alla base è una ballata soul. Ciononostante, grazie a Steve contiene abbastanza elementi sinfonici e jazz da non annacquarsi in una banale ballata pop. Segue il breve strumentale “Land of Thousand Autumns”, che con tastiere e chitarra acustica crea un’atmosfera celtica. Col tempo sfocia nella title track “Please Don’t Touch”, che è senza dubbio il culmine dell’album e sarà una delizia e una gioia per tutti gli amanti del prog sinfonico britannico tradizionale, cioè per la maggior parte dei fan di Hackett. Negli intrecci tra l’ottima base ritmica della batteria dell’indistruttibile Chester Thompson e del basso di Tom Fowler da una parte e tastiere e assoli di chitarra dall’altra, crea quell’atmosfera misteriosa e carica di tensione, così tipica della maggior parte delle migliori opere del rock progressivo. Di tutti i brani dell’album è quello che ricorda di più le creazioni di Steve con i Genesis. Subito dopo arriva “The Voice of Necam”, con tastiere straordinariamente sofisticate che creano un’atmosfera astrale fuori dal comune. L’effetto si approfondisce quando si aggiunge la chitarra acustica di Steve, che porta il brano in una dimensione completamente diversa. In chiusura d’album c’è anche uno dei migliori brani di tutta la carriera di Steve, “Icarus Descending”, dove alla voce torna a brillare Havens con un approccio di una profondità eccezionale. È un pezzo dall’atmosfera straordinaria e dai tanti elementi sinfonici (in particolare deliziano le splendide armonie tra gli assoli di Steve e le tastiere nella parte strumentale), nello stile dell’indimenticabile “Shadow of the Hierophant” dell’album precedente, che impreziosiscono questo mini EP sulla tragedia dell’aviatore mitologico.

La ristampa uscita nel 2005 contiene anche tre bonus track. Si tratta di due versioni diverse di “Narnia”. La prima ha alla voce John Perry (chitarrista dei The Only Ones), mentre la seconda ha la voce originale di Walsh, solo in una veste strumentale un po’ diversa. Oltre a queste c’è anche una versione dal vivo, ovvero il medley ”Land of Thousand Autumns/Please Don’t Touch”.

“Please Don’t Touch” è, nella migliore tradizione di Steve, un album estremamente vario, che offre all’ascoltatore un’ampia gamma di idee musicali ingegnose, ma stavolta (per l’ascoltatore medio) in una forma un po’ più accessibile. L’album, infatti, riesce per tutto il tempo a fondere con grande successo il prog sinfonico britannico tradizionale con elementi di generi come il rhythm & blues e il pop rock. Steve ha così dimostrato di saper creare un bel disco anche fuori dal suono consolidato che aveva contribuito a creare con i Genesis. In questo modo ha fatto un passo importante verso l’affermazione del suo percorso musicale in solitaria. Anche se “Please Don’t Touch” in qualche modo non raggiunge quella maestria senza tempo e quell’atmosfera maestosa che distinguevano l’irripetibile “Voyage of the Acolyte”, resta comunque un ottimo album, fatto su misura sia per gli amanti del prog sinfonico classico di gruppi come Genesis e Kansas, sia per chi ama il rock classico e apprezza anche un approccio un po’ più “diretto” alla musica rock, e rientra così tra le cose migliori di Steve. Grazie al successo commerciale di questo album Steve formò una band di accompagnamento e con lei iniziò a suonare intensamente dal vivo, anche se non raggiunse un successo commerciale grande come avrebbe potuto (in fondo l’album era ancora troppo complesso per le masse e Steve ai loro occhi era fin troppo un “eccentrico musicista inglese”). Proprio come Steve non ha mai ripetuto la maestria del suo album d’esordio, anche “Please Don’t Touch” è un album irripetibile, che rappresenta uno dei più maturi di questo grande musicista.

Formazione

Steve Hackett – chitarra, voce, tastiere, percussioni

MUSICISTI OSPITI:

John Hackett – flauto, ottavino, basso a pedali, tastiere
Steve Walsh – voce
Richie Havens – voce, percussioni
Randy Crawford – voce
Dave LeBolt – tastiere
John Acock – tastiere
Tom Fowler – basso
Chester Thompson – batteria, percussioni
Phil Ehart – batteria, percussioni
James Bradley – percussioni
Graham Smith – violino
Hugh Malloy – violoncello

Produzione

Steve Hackett e John Acock

Tracklist

1. Narnia (4:06)
2. Carry On Up the Vicarage (3:11)
3. Racing In A (5:07)
4. Kim (2:14)
5. How Can I? (4:40)
6. Hoping Love Will Last (4:09)
7. Land of a Thousand Autumns (1:57)
8. Please Don’t Touch (3:39)
9. The Voice of Necam (3:11)
10. Icarus Ascending (6:21)

Durata dell’album: 38:38

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