Popular Music

0 6

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Marillion
Etichetta: Racket Records
Uscita: 2005
Durata: 115:49
Voto: 4.5/5

»Popular Music« è un doppio album dal vivo registrato dai leggendari campioni dell’art rock britannico Marillion durante la convention dei fan, quando nel 2005 si è tenuto il secondo ‘Marillion Weekend’. Con il tempo questo evento celebrativo è diventato parte della tradizione annuale dei Marillion, e alla sua conclusione di regola esce anche un documento live ‘commemorativo’. La particolarità principale delle dieci canzoni in scaletta quella sera è che sono state scelte dai fan stessi con una votazione speciale. Significa che su »Popular Music« trovi alcune scelte musicali graditissime e al tempo stesso piuttosto insolite, cosa che vale soprattutto per certi classici dell’era Fish, che i Marillion di oggi non suonano proprio spesso: è bello risentirli dopo tanto tempo in repertorio dal vivo, anche se Steve ‘Mr. H’ Hogarth da sempre si sente cantando molto più a suo agio sui pezzi nati dopo il 1989.

Già l’apertura non convenzionale con »A Few Words From the Dead«, la traccia conclusiva dell’album »Radiation« (1998), è una bella sorpresa. Questa lunga epopea ambient dagli elementi space rock, piuttosto impegnativa all’ascolto, contiene ancora più effetti elettronici di Kelly rispetto alla versione originale, mentre Mr. H tra ornamenti ritmici complessi e gli sfoghi chitarristici di Rothery, ora sottili ora furiosi, improvvisa a più non posso con una prova vocale emotivamente vissutissima.

Il classico »Dry Land« da »Holidays In Eden« (1991), con cui per un attimo veleggiano verso acque diciamo più pop rock, è suonato a un ritmo appena più lento rispetto all’originale in studio, mentre per tutto il resto lo segue alla lettera. Quando arriva il momento del ‘piangente’ assolo di chitarra di Rothery, l’atmosfera in sala esplode per l’entusiasmo. Di momenti così su »Popular Music« ce ne sono tanti, e a modo loro contribuiscono all’ottimo umore sul palco del quintetto di culto.

Anche un pezzo così impegnativo dal vivo e strutturalmente complesso come il classico epico »When I Meet God« da »Anoraknophobia« (2001) è venuto fuori alla grande quella sera, il più fedele possibile all’originale, con la band che si è goduta ogni secondo grazie al sostegno strepitoso dei fan appassionati. Per Mr. H la sfida più grossa della serata, com’era prevedibile, sono state le esecuzioni dei classici dell’era Fish, che nonostante l’ottimo talento vocale di Hogarth non suoneranno mai più uguali senza il carismatico gigante scozzese. Quella sera ha dovuto cantarne ben cinque. Curioso che tra questi non ci fossero »Kayleigh e »Lavender«, anzi nessun brano da »Misplaced Childhood« (1985): a dominare sono stati i classici di »Clutching At Straws« (1987), a partire da »White Russian«. Come c’era da aspettarsi, quest’ultima non ha tutto quel melodramma vocale che garantiva Fish ai suoi tempi, ma anche l’interpretazione di H, a modo suo, è abbastanza decente e interessante da portarci dentro qualcosa di nuovo.

»Estonia«, pensata prima di tutto per i fan estoni, soprattutto per chi ricorda la tragica sciagura della nave omonima, è uno di quei classici dell’era H che suonano praticamente a ogni concerto dal 1997 in poi, quindi la sua esecuzione non è certo una sorpresa. Resta comunque un evergreen ambient di altissima qualità, sempre bello da sentire dal vivo. La trilogia nostalgica di »Holidays In Eden«, cioè »This Town«, »The Rakes Pogress« e »100 Nights«, è uno dei momenti più intensi di »Popular Music«: con l’esecuzione perfezionista del terzetto si percepisce chiaramente quanto la band si stia godendo ogni secondo. La sempre struggente ballata evergreen di »Clutching At Straws«, »Sugar Mice«, Mr. H la porta a casa con totale sicurezza, a modo suo, con quel suo stile vocale unico. Per la sua natura malinconica la canta ancora molto più facilmente e in modo più convincente di, che so, un »Incommunicado«, dove è del tutto impossibile catturare il carisma e la fiamma narrativa dello scozzese, ‘compagno di bevute’.

Il secondo disco si apre con una splendida versione della power ballad »Berlin« da »Seasons End« (1989), scritta all’epoca in omaggio all’imminente caduta del muro di Berlino e agli abitanti della capitale tedesca, divisi da un confine disumano. La nuova grande sfida vocale per H è il terzetto di brani dell’era Fish che segue. »Warm Wet Circles« e »That Time Of The Night«, altri due classici di »Clutching At Straws«, le canta, com’era prevedibile, con molta meno introspezione e ardore del suo celebre predecessore, ma in compenso non gli manca una sensibilità emotiva convincente. Il pubblico partecipa con trasporto ai ritornelli e, nell’atmosfera intima generale, è come previsto il più rumoroso possibile. Inutile precisare che i compagni strumentisti di H riescono a ricreare esattamente la stessa magia ambient che distingueva gli originali in studio dei suddetti standard dei Marillion.

Il tuffo nel romantico passato neo prog dell’era Fish prosegue con una versione convincente del classico »Script For A Jester’s Tear«, dal capolavoro omonimo, ovvero dal loro mitico debutto in studio uscito nel 1983. Qui H, che nemmeno si sforza di suonare come una copia di Fish ma interpreta il tutto in modo del tutto personale, è aiutato attivamente dal pubblico nel cantare i singoli versi. Hogarth sa benissimo che qui si tratta di classici neo prog che apparterranno per sempre al suo predecessore al microfono, ma dal punto di vista tecnico, se non da quello emotivo, porta comunque a termine la sua missione con piena sicurezza.

L’esecuzione completa del super epic »This Strange Engine«, dal classico in studio omonimo del 1997, allungato dai quindici minuti originali di durata effettiva a ventidue, è puro balsamo per le orecchie. Questo pezzo molto impegnativo e complesso, che richiede cento per cento di attenzione e una coesione perfetta tra tutti i membri della band, regala ancora una volta uno dei momenti migliori dell’intera serata. Come finale trionfale eseguono in modo straordinario anche l’ultramalinconico ep »The Space…« da »Seasons End«, il loro equivalente del classico dei Queen »The Show Must Go On« (in realtà questo evergreen dei Marillion è nato due anni prima, ma i due pezzi condividono un motivo centrale quasi identico). Quest’ultimo H lo canta su un registro appena più basso rispetto all’originale, ma è solo un ‘difetto’ minimo, appena percettibile.

»Popular Music« è una doppia delizia dal vivo pensata soprattutto per i fan di lunga data di tutti i capitoli dell’emozionante carriera del ‘segreto musicale britannico più gelosamente custodito’. Sarebbe difficile immaginare una scaletta live migliore, visto che contiene la maggior parte dei capitoli migliori della loro variegata carriera. Forse sorprende solo il fatto che quella sera non abbiano suonato nulla dal capolavoro in studio di allora, »Marbles« (2004), né dall’eterno classico »Brave« (1994), che contengono alcuni standard oggi irrinunciabili in qualsiasi scaletta live dei Marillion che si rispetti.

Formazione

Steve Hogarth – voce
Steve Rothery – chitarra
Pete Trewavas – basso
Mark Kelly – tastiere
Ian Mosley – batteria

Produzione

Marillion

Tracklist

CD1 (57:28)
1. A Few Words For The Dead (9:40)
2. Dry Land (4:58)
3. When I Meet God (10:14)
4. White Russian (6:17)
5. Estonia (7:51)
6. This Town (3:48)
7. The Rakes Progress (2:43)
8. 100 Nights (5:14)
9. Sugar Mice (6:40)

CD2 (58:21)
1. Berlin (8:40)
2. Warm Wet Circles (4:18)
3. That Time Of The Night (5:58)
4. Script For A Jester’s Tear (9:59)
5. This Strange Engine (22:13)
6. The Space (7:13)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie