Powerslave
Autore: Rok Klemše
Artista: Iron Maiden
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1984
Piece of Mind ha incoronato definitivamente gli Iron Maiden tra le leggende della musica e come più grande band heavy metal di tutti i tempi. Con Piece of Mind gli Iron Maiden sono entrati nei loro anni d’oro, durati quasi fino all’inizio dei Novanta, ed è stato anche il disco che ha mostrato un enorme salto di qualità della band, che si è scrollata di dosso quasi del tutto le radici NWOBHM e ha sviluppato quasi per intero il vero, classico suono Iron Maiden come lo conosciamo dalle uscite degli anni Ottanta. Piece of Mind è stato anche l’album che ha dimostrato come i Maiden fossero ben lontani dall’aver detto tutto, e infatti, quando pensi che sia impossibile superare i momenti migliori dei primi quattro album, i Maiden nel 1984 sfornano lo spartiacque Powerslave. Ognuno ha il suo preferito degli Ottanta, che sia Somewhere in Time o Seventh Son of a Seventh Son, ma senza dubbio Powerslave è l’essenza del suono dei classici Iron Maiden. La formazione classica, rimasta invariata, ha dato vita a un documento indimenticabile della storia della musica, che cattura alla perfezione l’atmosfera, la magia, le emozioni e la forza inarrestabile che i Maiden offrono ancora oggi. E non sono stati solo gli Iron Maiden a toccare il vertice: dopo una breve gita tra le pareti imbottite, Eddie è volato nell’antico Egitto e, su una delle copertine più memorabili di Derek Riggs, si è fatto incoronare faraone.
Powerslave si apre con un pezzo così maestoso e magico che può essere paragonato solo all’indimenticabile attacco degli esordi dei Maiden, Prowler. Anzi, Aces High è forse addirittura il miglior “opener” di tutti i tempi! Puoi ascoltarlo quante volte vuoi, ma i riff d’apertura delle chitarre cristalline ti fanno venire i brividi ogni volta, e il tempo aggressivo e veloce, che culmina in un assolo eccezionale e nella splendente sirena “air-raid” di Bruce Dickinson, è heavy metal ai massimi livelli. La brillante atmosfera di riff supersonici, del basso profondo di Harris, degli splendidi passaggi di Nicko e di uno dei momenti più luminosi di Dickinson trasporta in musica, in modo fantastico, l’adrenalina di un pilota britannico durante la prima grande battaglia aerea, combattuta tra luglio e ottobre del 1940. Aces High prosegue la serie di pezzi di guerra iniziata già con Invaders e The Trooper, e questo eterno classico, con un testo eccezionale e un ritornello indimenticabile, è diventato un demolitore dei live e un beniamino dei fan. Con 2 Minutes to Midnight i Maiden, nel pieno della guerra fredda, si sono avventurati per la prima volta in acque politiche. Lo sguardo critico sulla corruzione e sull’immoralità della politica porta con sé un messaggio notevole, che il titolo stesso del brano mette ancora più in risalto. Si riferisce infatti al cosiddetto “Orologio dell’Apocalisse”, che indica la minaccia delle armi nucleari e l’avvicinarsi della fine dell’umanità. L’orologio si è fermato al punto più vicino alla fine, a 2 minuti dalla mezzanotte, nel settembre del 1953, dopo la detonazione sovietica di una bomba nucleare di potenza spaventosa. Oggi l’orologio segna cinque minuti a mezzanotte, e 2 Minutes to Midnight porta ancora un messaggio forte: insieme a un ritornello possente e a un assolo un po’ più hard rock, in cui si nasconde forse l’ultima influenza della NWOBHM, è uno dei pezzi più famosi dei Maiden e un habitué dei concerti. Segue il quarto e, a oggi, ultimo strumentale registrato dalla band, Losfer Words (Big ‘Orra). Un pezzo più che solido, che però non regge il confronto con la forza dei precedenti; non è certo un brutto pezzo, ma la magia di Transylvania o Genghis Khan non la raggiunge. Forse è anche per questo che il brano si chiama Losfer Words (“lost for words”) (Big ‘Orra) (“big horror”). Uno dei tanti talenti di Bruce è la scherma, e senza dubbio è anche grazie a questo che è nato il classico, purtroppo sottovalutato, Flash of the Blade. Tra l’intro dall’atmosfera cupa costruita da riff splendidi, la base eccezionale nelle strofe, un ottimo assolo in terze e, non ultimo, il fantastico testo sul giovane spadaccino che vuole vendicare la famiglia uccisa, è ancora più difficile capire perché Flash of the Blade non sia mai stata suonata dal vivo. Lo stesso vale per il successivo inno schermistico, The Duellist, ispirato all’omonimo film di Ridley Scott del 1978. Il film racconta l’eterna rivalità tra due ufficiali francesi ai tempi di Napoleone. È un vero peccato che The Duellist non sia mai stata suonata dal vivo, perché contiene una delle migliori parti strumentali in assoluto e al tempo stesso traspone in modo fenomenale, nel testo e nella musica, l’ideale di onore, coraggio e amore dei classici spadaccini. Back in the Village continua la storia del brano The Prisoner dall’album The Number of the Beast, ispirato alla serie britannica di culto The Prisoner. Il testo si basa su un episodio verso la fine della serie, quando il protagonista “Number 6” torna nel misterioso Villaggio. Anche Back in the Village vanta una parte strumentale brillante e un testo misterioso, ma in mezzo agli altri pezzi eccezionali finisce un po’ in ombra. Per gli Iron Maiden era ormai diventata una consuetudine chiudere il disco con un pezzo epico, e anche da questo punto di vista Powerslave va oltre ogni aspettativa. L’intero disco, infatti, sbiadisce quasi del tutto quando arriviamo alle epiche conclusive. Sì, stavolta ce ne aspettano ben due, colossali, che insieme superano i venti minuti. Su Powerslave Dickinson si è mostrato davvero nella sua luce migliore. Non solo la sua voce è già un po’ maturata e spesso sembra che stia per sputare le corde vocali/i polmoni, ma si è rivelato anche uno scrittore eccellente: con Flash of the Blade e con la prima delle due epiche, la title track Powerslave, che è probabilmente persino il suo miglior contributo in tutta la storia dei Maiden. Questo pezzo di sette minuti è il culmine dell’album: con un’intro inquietante fatta di soffio del vento, ululati di lupi, battito cardiaco, urla e risate malvagie, esplode in riff di chitarra geniali dal sapore orientale/egiziano e in linee di basso eccezionali, sopra cui veglia la voce malvagia di Dickinson nelle strofe. Il testo epico sul faraone morente chiude in modo magistrale la title track, ispirata alla mitologia egizia, che è anche uno dei brani più potenti dei Maiden e brilla in tutta la sua bellezza in una parte strumentale spettacolare, dove si alternano un assolo bellissimo e malinconico, due assoli geniali e fulminei e le incredibili linee di basso del mastermind Steve Harris. Powerslave è senza dubbio uno dei più grandi momenti dei Maiden e allo stesso tempo uno dei punti più luminosi della storia dell’heavy metal. Ma come se niente fosse, proprio alla fine gli Iron Maiden si tirano fuori dal cilindro un’epica da tredici minuti e mezzo su marinai e albatri. Rime of the Ancient Mariner resta ancora oggi il pezzo più lungo degli Iron Maiden, pieno di parti indimenticabili, da brividi e possenti, che ti rizzano qualche pelo senza nemmeno accorgertene. Forse, insieme a Hallowed Be Thy Name, è addirittura il pezzo più possente di tutta la discografia degli Iron Maiden. L’epica, nel vero senso della parola, si basa sul poema di culto del 1798, The Rime of the Ancyent Marinere, del celebre Samuel Taylor Coleridge. Il brano, che forse meglio di ogni altro mostra il genio di Harris, è un vero viaggio pieno di riff eccezionali e di fantastiche linee vocali di Bruce, che funzionano come le frasi del narratore. A metà circa il pezzo viene attraversato da una parte mistica e ambientale, con un’atmosfera indimenticabile, misteriosa e da brividi, costruita solo dal basso di Harris, dalla base di tastiere, dalla parola parlata e dallo scricchiolio del legno della nave; poi il brano viene portato a un livello del tutto diverso dall’irruzione, sulla parte calma, di linee di basso più veloci, chitarra e voce, eseguita in modo così magistrale che i brividi arrivano da soli. Un momento che regge il confronto solo con la straordinaria parte strumentale dell’epica Seventh Son of a Seventh Son. Se non sapessi quanto dura il pezzo, non te ne accorgeresti nemmeno: i continui cambi di tempo e di ritmo, il lavoro di Adrian e Dave con le loro linee indimenticabili e una sezione ritmica variegata rendono Rime of the Ancient Mariner così vario e sfaccettato che passa in un lampo. Una chiusura enorme e quanto mai adatta per un album monumentale!
Powerslave si può descrivere con una sola parola, già ripetuta più volte: indimenticabile! Con Powerslave gli Iron Maiden hanno scritto un documento indelebile dell’heavy metal. La magia dell’album, il suono virtuoso e una delle migliori prestazioni vocali in assoluto non le ha ancora superate nessuno; forse solo i Maiden stessi con le uscite successive. Powerslave è uscito poco prima della mia nascita e purtroppo non ho potuto vivere la monumentale World Slavery tour, quindi è ancora più difficile descrivere la mia gioia per il tour attuale, che riporta in vita la spettacolarità degli anni Ottanta con la leggendaria scenografia egizia e classici indimenticabili. Ci vediamo quindi al Somewhere Back in Time tour!
Formazione
Bruce Dickinson – voce
Steve Harris – basso, tastiere
Dave Murray – chitarra
Adrian Smith – chitarra
Nicko McBrain – batteria
Produzione
Martin Birch
Tracklist
1. Aces High 04:29
2. 2 Minutes to Midnight 05:59
3. Losfer Words (Big ‘Orra) 04:12
4. Flash of the Blade 04:02
5. The Duellists 06:06
6. Back in the Village 05:20
7. Powerslave 06:47
8. Rime of the Ancient Mariner 13:36