Ummagumma

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Pink Floyd
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1969
Voto: 4/5

I primi anni dopo l’addio del “diamante pazzo” Syd Barrett furono senza dubbio un periodo estremamente turbolento per i Pink Floyd, fatto di continui e sterminati esperimenti in studio e dal vivo, compresa la ricerca di una nuova definizione sonora che tagliasse una volta per tutte con l’eredità psichedelica e space rock di Syd e li presentasse come una band con una visione musicale e un suono tutti suoi, riconoscibilissimi. La psichedelia dei ’60 si avviava lentamente verso il suo epilogo, le fondamenta del progressive rock erano ormai state gettate, ma uno dei principali padri fondatori di tutte le forme sperimentali del rock si stava ancora cercando e attraversava una piccola crisi di identità sonora.

Nei due album precedenti, “A Saucerful Of Secrets” (1968) e “More” (1969), erano riusciti a mettere in mostra il talento del successore di Syd, il chitarrista e cantante principale David Gilmour, che insieme al bassista/cantante Roger Waters era diventato a poco a poco uno dei due fulcri creativi della formazione, dove all’epoca i processi decisionali erano ancora relativamente democratici, anche se già allora si sapeva che ogni membro registrava per conto suo in studio. Entrambi i dischi erano prodotti di altissimo livello di psichedelia/progressive rock delle origini. I Pink Floyd, però, restavano comunque una band di culto ma relativamente oscura, senza grossi exploit commerciali all’estero, se non si conta il successo dei primi singoli dell’era Syd. Eppure non avevano la minima intenzione di rinunciare alla sperimentazione continua, che di solito c’entrava poco con le forme melodiche e di immediata presa del rock.

Il doppio album “Ummagumma” è stato senza dubbio il progetto più sperimentale, oscuro e d’avanguardia di tutta la loro storia. Nella parte in studio era un miscuglio imprevedibile di tutti gli esperimenti psichedelici fatti fino a quel momento, di avanguardia completamente spontanea e dei talenti strumentali dei singoli membri. Per questo lavoro i Pink Floyd decisero di pubblicarlo come progetto doppio, diviso in una parte dal vivo e una in studio. Per l’epoca fu una mossa originalissima, e allo stesso tempo un successo garantito, visto che chi non riusciva proprio a farsi strada nella parte in studio, tanto ostica, trovava conforto nelle registrazioni live.

La parte dal vivo, che è anche il primo disco di “Ummagumma”, è molto più accessibile di quella in studio. In realtà si tratta del loro primo album live, un documento prezioso di questo periodo psichedelico delle origini della band, che proprio qui toccò il suo apice. Le registrazioni arrivano dai concerti del 1969 a Birmingham e Manchester. Tra le esecuzioni dominano soprattutto i loro amatissimi pezzi space rock dei primi tempi. In prima fila c’è la sempre popolare “Astronomy Domine”, l’unico brano dell’era Syd (“Interstellar Overdrive”, che pure suonavano all’epoca, fu lasciata fuori per motivi non del tutto chiari). Questa versione si distingueva parecchio dall’originale di Syd, perché c’erano le voci di Gilmour e Wright e la prima strofa veniva ripetuta due volte. Anche la sezione strumentale era allungata e, prima di sfociare nel finale, includeva un lungo assolo d’organo di Wright. Ci trovi anche un’ottima versione di “Careful With That Axe, Eugene”, interessante strumentale progressive rock la cui versione in studio uscì per la prima volta sulla raccolta “Relics” (1971). Con i suoi drammatici suoni d’organo, la linea semplice del basso e gli strilli di Waters (che sarebbero diventati un suo marchio di fabbrica in alcuni pezzi floydiani successivi) costruisce piano piano un’atmosfera tesa, che resta intatta anche quando il pezzo si trasforma in una lunga jam strumentale. L’esperimento space rock “Set The Controls For The Heart Of The Sun” era un altro dei pezzi fissi dei concerti di allora. Questa versione era decisamente dilatata e con un po’ più di dinamica, soprattutto nell’uso degli effetti elettronici, e anche l’atmosfera suonava molto più orientaleggiante. L’esecuzione finale del capolavoro d’avanguardia “A Saucerful of Secrets” si distingueva a sua volta nettamente dalla versione in studio. I suoni dei piatti nella sezione d’apertura sono sostituiti dal basso, ci sono più passaggi d’organo e una parte conclusiva più ricca, in cui tutti gli strumenti entrano a poco a poco in modo drammatico. Il pubblico premiò questa versione eccellente con un applauso fragoroso. Per il loro primo album live ufficiale, “Delicate Sound Of Thunder” (1988), ci vollero quasi vent’anni, il che sembra assurdo. Ancora più strano è che, se non conto “Is There Anybody Out There” (2000), questa parte live di “Ummagumma” resta (per ora) la loro unica testimonianza dal vivo ufficiale dell’era Waters.

La parte in studio, ovvero il secondo disco, è una gita nel territorio delle creazioni soliste più spontanee e sperimentali dei quattro membri, e la si potrebbe descrivere nel modo più semplice proprio con la traduzione della parola “Ummagumma”, un’espressione gergale inglese per indicare attività sessuali ricreative. Ed è esattamente così che suona la maggior parte di queste composizioni, create di sicuro sotto l’effetto delle più svariate sostanze psicoattive (di quelle leggere, senza dubbio), anche se i membri della band non l’hanno mai confermato (e non lo faranno mai). La maggior parte di chi conosce solo i brani più recenti e radiofonici del gruppo bollerebbe questa parte in studio come qualcosa di assolutamente indigeribile già dopo il primo ascolto, ma i buongustai della musica scopriranno presto i suoi tanti fascini nascosti, che stanno soprattutto in certi momenti atmosferici di altissima tensione dentro le sezioni, tutte completamente spontanee. Sono divise in quattro parti, con ogni membro della band che ha avuto il suo spazio per presentare le proprie composizioni. Da non trascurare nemmeno l’ottima copertina, unica nel suo genere e dai toni psichedelici, firmata dallo storico collaboratore dei Floyd Storm Thorgerson, che mostra un continuo scambio di posizioni dei membri della band, finché nel ritratto l’immagine diventa piccolissima e indistinguibile. Accanto alla sedia, a sinistra, si intravede anche un vinile con la musica del film “Gigi”.

Il primo a presentare le sue visioni sinfoniche sperimentali è il tastierista Rick Wright con la suite “Sysyphus”, una suite d’avanguardia in quattro parti sul tragico personaggio della mitologia greca condannato a far rotolare per sempre un masso in cima a una collina, nell’oltretomba, solo per vederlo ricadere giù ogni volta che arriva in vetta (e così di nuovo, senza fine). È un pezzo estremamente sperimentale e psichedelico, in cui Wright, alternando arrangiamenti sinfonici di pianoforte, organo e mellotron, crea atmosfere incredibilmente varie. L’atmosfera della prima sezione, dominata dai suoni drammatici di mellotron e organo, è cupissima e evoca alla perfezione l’immagine dell’eterno condannato che deve patire le pene infernali nell’Ade. La seconda parte, dove domina una delicata melodia di pianoforte, è molto più sottile. Già verso la fine della seconda sezione, però, arriva una lunga cacofonia con altri inserti di percussioni d’avanguardia sui timpani di Mason, effetti strampalati che ricordano lo strillare delle scimmie e gli ornamenti inarticolati di Waters al basso. La quarta e ultima sezione, con le sue oscure cortine orchestrali di mellotron, strizza un po’ l’occhio ad alcuni pezzi dei primi King Crimson, anche se i suoni d’organo nel mezzo e gli effetti che ricordano il cinguettio degli uccelli smorzano un po’ il clima cupo. Ciononostante, i suoni cacofonici d’organo e gli effetti tintinnanti del finale sono inquietantissimi e totalmente oscuri e psichedelici. Con “Sysyphus” Wright si è presentato di nuovo sul disco non solo come tastierista eccellente, ma anche come straordinario maestro di atmosfere variegate e autore di una delle parti migliori dell’album. L’atmosfera cupa e tesa, in certi punti addirittura un filo epica, che dà vita alla tragica figura di Sisifo è proprio ciò che rende così affascinante questa composizione d’avanguardia totalmente spontanea.

Segue il pezzo solista di Waters, “Grantchester Meadows”, una piacevole ballata folk psichedelica e pastorale con la sua voce e la chitarra acustica. Lungo tutto il brano, grazie a effetti speciali registrati a parte, si sente il cinguettio degli uccelli, che crea l’atmosfera di un pezzo registrato in mezzo a un prato. A metà brano si sente anche il richiamo e il volo di un’oca decisamente troppo agitata. Il testo di Waters descrive l’idillio pastorale del tipico villaggio inglese di Grantchester, il paese natale di quello che sarebbe diventato il suo “migliore amico” David Gilmour. Dopo la cupa “Sysyphus” è stato un momento graditissimo e rilassante dell’album, anche se non rientra tra quei classici dei Pink Floyd che ti si stampano nel cuore per sempre. Questa ballata folk era comunque tipica dello stile compositivo di Waters di allora, come si vide poi anche nel suo esordio solista “Music From The Body” (1970) e in “If”, dal successivo album dei Pink Floyd “Atom Heart Mother” (1970). Verso la fine del brano arriva il celebre, quasi leggendario effetto del ronzio fastidioso e sempre più forte di una mosca, che va avanti finché qualcuno non scende le scale e la schiaccia con un giornale.

Ma Waters non sarebbe Waters se, oltre al pezzo più accessibile dell’album, non avesse messo sul piatto anche il più d’avanguardia e oscuro. Segue infatti una creazione ultra stramba con un titolo non meno strambo – “Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict”, che posso tranquillamente definire il culmine d’avanguardia del disco e il candidato numero uno al titolo di pezzo più sballato della storia della band. Questo bizzarro esperimento di Waters contiene un sacco di effetti oscuri, tipici della musica concreta, quella che di solito si associava ad alcuni lavori di Frank Zappa. Qui si tratta di un miscuglio estremamente oscuro e completamente fuori di testa di effetti sonori e smorfie vocali di Waters che ricordano il verso degli uccelli e di vari roditori. Waters ha usato un sacco di effetti di registrazione per regolare la velocità e varie manipolazioni al microfono. Particolarmente grottesca risulta poi la sua smorfia vocale del tutto indistinguibile e incomprensibile con accento scozzese (i Pitti erano gli antichi antenati degli scozzesi, ed è da qui che la trovata prende almeno un minimo di logica). Alla fine del suo borbottio, ascoltando con attenzione e con la registrazione rallentata, si sente un “thank you”. E nel mezzo, sempre a velocità ridotta, c’è anche un “messaggio nascosto”, dove si può sentire Waters dire “that was pretty avantgarde wasn’t it?” Più d’accordo con questa affermazione non potrei essere.

Nell’interessante “The Narrow Way”, composizione perlopiù acustica divisa in tre sezioni, anche Gilmour ha i suoi “cinque minuti di gloria”, e soprattutto nella prima sezione, alla chitarra acustica, sfodera qualche suo tipico passaggio bluesy. Sullo sfondo si sentono di continuo effetti insoliti. La seconda sezione, suonata alla chitarra elettrica, è molto più oscura e contiene a sua volta tanti suoni psichedelici. La sezione conclusiva, che si può definire addirittura uno dei momenti migliori dell’album, ha la riconoscibile voce vellutata di Gilmour e un ottimo sottofondo di slide, mellotron e pianoforte. Di tutti i momenti del disco, questo è il miglior assaggio del loro futuro sonoro, soprattutto grazie alla voce di Dave, ai sognanti passaggi di slide e ai suoni eterei delle tastiere, che sarebbero poi diventati parte inseparabile del suono del loro periodo migliore. È curioso che ognuna delle tre sezioni abbia un tempo e un suono diversi. Oltre alla solita voce e alla chitarra, qui Gilmour ha suonato anche basso, pianoforte, mellotron e batteria, dimostrando con successo le sue doti da polistrumentista. Questa composizione si potrebbe definire una specie di giusto equilibrio tra gli effetti psichedelici oscuri e d’avanguardia e i passaggi strumentali acustici e melodici che dominano la parte in studio dell’album.

“The Grand Vizier’s Garden Party” è lo strumentale conclusivo di Mason, in tre parti, e un altro dei vertici d’avanguardia dell’album, visto che contiene una serie di suoni d’avanguardia alle sue percussioni. Nella prima sezione il “Gran visir dell’impero ottomano” Mason è accompagnato per un breve tratto al flauto dall’allora moglie Lindy. Ed è anche il momento più melodico dell’intero strumentale, perché già con l’inizio della seconda sezione arriva una sfilza di percussioni oscure e dal suono psichedelico, che per lo più suonano come se qualcuno stesse battendo sul fondo delle pentole di cucina. Il tutto suona parecchio cacofonico e totalmente spontaneo, frutto dell’ispirazione del momento, e non riesce affatto a creare una vera atmosfera, come invece è riuscito alla maggior parte delle composizioni soliste precedenti. Alla fine di questa sezione Mason, con un lungo assolo di batteria, dimostra comunque perché oggi è considerato uno dei batteristi più influenti. L’ultima parte della composizione, e insieme della parte in studio dell’album, si chiude con una combinazione di flauto e percussioni e dura meno di un minuto. Delle quattro sezioni dell’album questa è di gran lunga la meno interessante, e se non fosse per il buon assolo di batteria in chiusura non ne sentirei affatto la mancanza.

“Ummagumma” è stato, almeno per quanto riguarda la sua parte in studio, senza dubbio uno dei progetti più d’avanguardia e controversi della storia del rock, oscuro in modo estremo perfino in mezzo ai più diversi esperimenti musicali di un periodo musicale a braccia spalancate, quello della fine dei ’60. Per i Pink Floyd allora non c’erano né ostacoli né limiti per affermarsi come la band rock britannica più sperimentale dell’epoca, e il pubblico era anche molto più aperto a imprese del genere di quanto lo sia oggi, e sapeva ricompensarle come si deve (nonostante tutta la sua oscurità, fu il loro primo album a entrare nella top cento della classifica americana e anche in patria raggiunse un piazzamento molto solido, il migliore di tutti i loro album fino ad allora). È un disco che, come insieme (e non solo per la sua parte live, più accessibile), sapranno apprezzare come si deve solo gli ascoltatori più aperti e dai gusti più esigenti, un tipo di pubblico che oggi purtroppo non è più molto numeroso. Tra loro, di sicuro, tutti i veri fan della band. “Ummagumma” non è certo uno di quei capolavori dei Pink Floyd che stanno bene in ogni casa, ma, nonostante tutti i suoi difetti, si è guadagnato un posto importante tra i dischi che hanno contribuito a definire il progressive rock e la musica sperimentale moderna in generale. In questo modo resta un magnifico esempio di spontaneità totale e di libertà dai pareri di etichetta e management, oltre che il prodotto di tempi molto più semplici.

Formazione

David Gilmour – voce, chitarra, organo, pianoforte, basso, batteria, mellotron
Roger Waters – basso, voce, chitarra acustica, gong, effetti
Richard Wright – organo, pianoforte, tastiere, voce, mellotron
Nick Mason – batteria, percussioni, timpani, effetti

MUSICISTA OSPITE:
Lindy Mason – flauto

Produzione

Pink Floyd (prima parte), Norman Smith (seconda parte)

Tracklist

CD1 (album dal vivo):
1. Astronomy Domine (8:29)
2. Careful With That Axe, Eugene (Instrumental) (8:50)
3. Set the Controls for the Heart of the Sun (9:12)
4. Saucerful of Secrets (12:48)

CD2 (album in studio):
1. Sysyphus, Pt. 1 (1:08)
2. Sysyphus, Pt. 2 (3:30)
3. Sysyphus, Pt. 3 (1:49)
4. Sysyphus, Pt. 4 (6:59)
5. Grantchester Meadows (7:26)
6. Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict (4:59)
7. Narrow Way, Pt. 1 (3:27)
8. Narrow Way, Pt. 2 (2:53)
9. Narrow Way, Pt. 3 (5:57)
10. Grand Vizier’s Garden Party: Enterance, Pt. 1 (1:00)
11. Grand Vizier’s Garden Party: Entertainment, Pt. 2 (7:06)
12. Grand Vizier’s Garden Party: Exit, Pt. 3 (0:38)

Durata dell’album: 86:11

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