Procol Harum

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Procol Harum
Etichetta: Repertoire Records
Uscita: 1967
Voto: 4.5/5

Il debutto omonimo dei leggendari pionieri del prog rock Procol Harum segna l’inizio del percorso creativo di una delle band più straordinarie e importanti nella storia della musica rock. L’album ha contribuito in egual misura allo sviluppo del rock progressivo, del rock psichedelico, del rock classico e del blues rock, e ancora oggi è considerato l’opera chiave di questa indimenticabile band britannica, che nella sua lunga carriera ha sfornato un bel po’ di album eccellenti.

I Procol Harum  sono stati fondati nel 1966 e per anni guidati insieme, alla pari (a dire il vero ancora oggi è così),  dal cantante, pianista e occasionale fiatista Gary Brooker e dal paroliere Keith Reid. Quest’ultimo può vantare di essere stato il primo autore di testi nella storia del rock a non suonare nessuno strumento, pur essendo comunque un membro a pieno titolo e addirittura uno dei leader della band. Poco più tardi lo stesso status l’ha avuto anche Peter Sinfield nei King Crimson, che da Reid ha imparato parecchio. Brooker e Reid sono sempre stati senza dubbio i due pilastri portanti della band, e hanno firmato tutti i loro più grandi successi.

La loro prima composizione insieme, “A Whiter Shade of Pale” (di cui parleremo più a lungo in questa recensione), è stata anche la migliore e la più famosa, e ha praticamente piantato i paletti della definizione musicale della band. Nei primi tempi li hanno sostenuti alla grande anche il leggendario chitarrista Robin Trower e l’organista hammond Matthew Fisher, che già nel debutto hanno lasciato un segno profondo.

I Procol Harum, da un punto di vista strettamente progressive rock, avevano radici piuttosto insolite, visto che il loro background musicale poggiava soprattutto sul blues. Il merito era in egual misura di Brooker, con il suo modo malinconico di cantare e il suo pianoforte da ‘salotto’, e di Trower, bluesman puro, anima e corpo. Quello che ha fatto dei Procol Harum dei tipi speciali, e che li ha messi in compagnia di gruppi come Pink Floyd, The Nice, The Moody Blues, Soft Machine, Family e Traffic tra i pionieri del rock progressivo, è stato il gusto per gli arrangiamenti classicheggianti, soprattutto grazie alle hammond di Fisher. La musica classica, insieme al blues, è stata un fattore chiave nel dare forma al linguaggio riconoscibile della band. Non è mai stato possibile etichettarlo con facilità, ma la definizione migliore è forse barocco rock o rock sinfonico

L’album è uscito più volte anche con il titolo “A Whiter Shade of Pale”, e non c’è da stupirsi, perché questo magnifico evergreen, che spunta sempre nelle classifiche dei migliori brani rock di tutti i tempi, in molti sensi definisce l’intero disco. Si potrebbe dire che tutti gli altri pezzi dell’album restano nella sua ombra, visto che per intensità, melodia e testo spicca così tanto da essersi iscritto per l’eternità come il brano con cui il mondo ha scoperto, e ancora oggi conosce meglio, i Procol Harum. Allo stesso tempo è stata una delle creazioni chiave per la crescita di popolarità del rock psichedelico e per la nascita del rock progressivo. Per molti versi è diventata anche l'”inno” della generazione dei figli dei fiori.

Il testo di Reid, per quei tempi, era piuttosto insolito: carico di un misticismo idilliaco e misterioso, che si intrecciava alla perfezione con la melodia e l’atmosfera della composizione. Il racconto delle 16 vergini vestali che aspettano i marinai sulla riva di un’isola mitologica è entrato a far parte del folklore progressive rock. Il messaggio centrale, sepolto sotto le metafore mistiche, è molto meno romantico: non è altro che la descrizione dei preliminari prima di un rapporto sessuale tra un uomo e una donna. Reid ha trovato l’ispirazione a una festa, dove ha sentito per la prima volta la frase ” a whiter shade of pale” da un ospite che stava rimorchiando una donna.

Tutto in questo pezzo trasuda un perfezionismo eccezionale e il talento della band nel creare melodie ipnotiche, e allo stesso tempo rappresenta uno dei primi tentativi di fondere rock e sinfonica in un’armonia perfetta. Il vocalist malinconico Brooker è sostenuto da un calore straordinario, quello che aggiunge la melodia centrale delle hammond di Fisher. Il suono dell’hammond era ispirato a due composizioni classiche di Johann Sebastian Bach, ma contrariamente all’opinione ancora prevalente, il brano non contiene nessun elemento di copia dell’eredità del leggendario compositore. L’ironia delle ironie sta nel fatto che l’hit più famoso e amato della storia della band non era nemmeno incluso nell’edizione originale britannica dell’album, ma è uscito solo nella versione americana.

Gli altri brani dell’album non raggiungono, è vero, l’ampiezza e l’intensità di “A Whiter Shade of Pale”, ma meritano comunque tutti attenzione, uno per uno. Ognuno a modo suo offre una valanga di piaceri d’ascolto. Il temperamentoso “Conquistador” è una creazione dall’umore battagliero, con spiritosi passaggi di batteria firmati B.J. Wilson, mentre piano e hammond fanno salire la drammaticità e le chitarre sciorinano una sequenza di riff quasi hard rock. Nella saltellante “She Wandered Through the Garden Fence” conquista alla grande l’apparente leggerezza della melodia scanzonata delle hammond, in un contrasto perfetto con l’inconsolabile malinconia della voce di Brooker. Quest’ultimo si distingue di nuovo alla grande in “Something Following Me”, una ballata bluesy con una montagna di pianoforte da salotto.

I Procol Harum, come la gran parte delle band britanniche nate negli anni sessanta, coltivavano tra le altre cose un senso dell’umorismo dispettoso e piuttosto pungente. Lo si coglie nei brani scherzosi come “Mabel”, che nell’atmosfera suona come una battuta da bar su una ragazza sfacciata, e “Good Captain Clack”, dove la band mette in piedi un vero e proprio cabaret piratesco. “Cerdes (Outside The Gates Of)” è un’interessante miscela di psichedelia e blues rock a medio tempo, accompagnata nel testo dalle strane visioni mistiche di Reid. La combinazione delle hammond di Fisher e dei virtuosistici passaggi di chitarra di Trower rivela sia un’ottima preparazione tecnica sia un tocco raffinato nel creare un’atmosfera tesa.  “A Christmas Camel” è carica di drammaticità grazie alle infuocate parti di hammond, mentre Brooker, con un canto da spezzare il cuore e il pianoforte, detta il tempo.

“Kaleidoscope”, quasi giocosa come una cosa da bambini, viaggia su una melodia articolata delle hammond, mentre Brooker conquista ancora una volta con un’ottima interpretazione delle fantasticherie liriche di Reid. In “Salad Days (Are Here Again)” romanticismo e spirito burlone si mescolano in modo insolito, e i meriti vanno alla costruzione furba di motivi spiritosi sulle hammond e al raffinato accompagnamento di pianoforte. L’inedito strumentale conclusivo “Repent Walpurgis”, con una melodia di hammond e piano quasi funebre, accompagnata da un fenomenale assolo di chitarra, fa capire chiaramente che la sinfonica avrebbe avuto un ruolo sempre più grande nei prossimi album della band. Verso la fine del brano drammaticità sinfonica e malinconia non fanno che crescere, il che significa che i Procol Harum con questa pratica avevano già piantato i paletti di uno degli elementi standard, o comunque molto frequenti,   del rock progressivo.

In alcune ristampe (CD) dell’album si trovano bonus track che comprendono tutti i singoli della band usciti nel 1967, tra i quali spicca in modo speciale l’ottima ballata romantica “Homburg”, in cui la melodia centrale è costruita dalla voce di Brooker e dal pianoforte, insieme alle hammond di Fischer, e che per il testo surreale è per molti versi imparentata con “A Whiter Shade of Pale”. Questo classico rientra tra i migliori e più amati traguardi nella storia della band. L’approccio di Brooker come compositore, strumentista e cantante in questo evergreen è stato inoltre una fonte d’ispirazione importante anche per leggende come Peter Gabriel e David Bowie.

L’essenza del debutto dei Procol Harum si potrebbe riassumere nel modo più facile con una sola frase: “A Whiter Shade of Pale”. Questo album pionieristico, portato in volo da un hit enorme, è senza dubbio uno dei migliori esordi della storia del rock. I Procol Harum, con gli album a venire, avrebbero continuato a rafforzare l’impronta rock sinfonica e sarebbero diventati una delle band progressive rock più costanti e tenaci in fatto di qualità, capaci, accanto alle composizioni complesse ed epiche, di sfornare per gioco anche hit da radio. Ancora prima che con l’arrivo del debutto dei King Crimson si cominciasse a usare il termine rock progressivo, i Procol Harum con il loro esordio avevano già posato uno dei pilastri portanti di questo splendido genere musicale e si erano guadagnati un posto tra i protagonisti della rivoluzione musicale che ha investito la seconda metà degli anni sessanta.

Formazione

Gary Brooker – pianoforte e voce
Keith Reid – testi
Robin Trower – chitarra
Matthew Fisher – organo hammond
Dave Knights – basso
B.J. Wilson – batteria

Musicisti che hanno suonato solo su “A Whiter Shade of Pale”:
Ray Royer (al posto di Trower) – chitarra
Bill Eyden (al posto di Wilson) – batteria

Produzione

Denny Cordell

Tracklist

1. A Whiter Shade of Pale
2. Conquistador
3. She Wandered Through the Garden Fence
4. Something Following Me
5. Mabel
6. Cerdes (Outside the Gates Of)
7. A Christmas Camel
8. Kaleidoscope
9. Salad Days (Are Here Again)
10. Good Captain Clack
11. Repent Walpurgis

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