Procol’s Ninth

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Procol Harum
Etichetta: Chrysalis Records
Uscita: 1975
Durata: 39:24
Voto: 3/5

»Procol’s Ninth«, ottavo album in studio dei pionieri inglesi del progressive rock Procol Harum, si può considerare il disco che segnava l’inizio della fine del loro periodo creativo di maggior successo. I rapporti tra i membri della band e i rappresentanti della Chrysalis, che volevano disperatamente un nuovo hit e costringevano il gruppo a continui cambi di produttore, non erano certo invidiabili. Chris Thomas, produttore della maggior parte dei precedenti album dei Procol Harum dal 1970 in poi, è stato sostituito da Jerry Leiber e Mike Stoller, che, a differenza di Thomas, che aveva avuto un ruolo importante nel suono grandioso dei loro classici, si sono incaponiti su un suono più crudo e basilare, che in molti brani è rimasto privo dei meravigliosi arrangiamenti sinfonici che Gary Brooker e compagni creavano in passato.

In più, contro il volere dei membri della band, i due hanno ficcato nell’album una cover poco entusiasmante dello standard dei The Beatles »Eight Days a Week«, che, insieme al del tutto superfluo »I Keep Forgetting«, scritto da Leiber e Stoller nel 1962 per il cantante r’n’b Chuck Jackson, è stata in assoluto la prima cover su un disco dei Procol Harum. Il clima negativo e la direzione poco felice, con strutture più basilari del solito nella maggior parte dei pezzi, si riflettono anche nella peggior copertina della storia del gruppo, dove su uno sfondo grigio posano dei membri della band tutt’altro che di buon umore. Non c’è da stupirsi che Leiber e Stoller abbiano lasciato la cabina di produzione poco dopo l’uscita di questo album.

Il pezzo d’apertura, »Pandora’s Box«, che con la sua atmosfera misteriosa e un po’ fantasmagorica è uno dei brani migliori del disco e al tempo stesso l’unico di »Procol’s Ninth« che meriti davvero l’etichetta di classico, fu concepito già nel 1967, ai tempi dell’uscita del mitico album d’esordio dei Procol Harum. La versione originale, nettamente più psichedelica, nel confronto complessivo è sensibilmente migliore, anche se per la sua uscita ufficiale si è dovuto aspettare più di trent’anni, fino alla ristampa del debutto dei Procol Harum. »Fool’s Gold« è un esempio lampante della direzione sonora più cruda e battagliera, con lievi sfumature hard rock, per cui in questa fase della carriera la band a tratti ricordava quasi più certi Traffic o Family che se stessa. Anche l’approccio vocale di Brooker, adattandosi al nuovo corso e alla produzione, nella maggior parte dei pezzi ha preso più elementi soul del solito.

»Taking The Time« ha un’impronta decisamente blues, mentre Brooker e Keith Reid non riescono a decidere se, tra musica e testo, dare la precedenza all’umorismo o alla malinconia. Anche »The Unquiet Zone«, con il suo ritmo cavalcante e la direzione sonora ‘americana’, in cui il tutto ricorda più certi Chicago o Blood, Sweat & Tears«, senza i loro splendidi arrangiamenti di fiati ovviamente, non è riuscita a farsi strada negli annali degli indimenticabili classici dei Procol Harum. Il giocoso »The Final Thrust«, grazie ai buoni arrangiamenti sinfonici e al canto malinconico di Brooker, da cui traspare il testo sarcastico di Reid, è un po’ più vicino al suono ‘tradizionale’ dei Procol Harum, il che vuol dire che è uno dei brani più interessanti del disco.

La già citata cover »I Keep Forgetting« è puro r’n’b made in USA e un trasparente tentativo dell’etichetta di rilanciare l’interesse per la leggendaria band inglese dall’altra parte dell’Atlantico. Molto più ‘inglesi’, »Without a Doubt« e »The Pipers Tune« rimettono un po’ le cose a posto e per un attimo ricordano perfino i giorni migliori dei Procol Harum, mentre »Typewriter Torment«, con la sua varietà ritmica, un Brooker al culmine del suo ‘gioco’ vocale e il ricco suono degli organi Hammond, è uno dei pochi brani del disco paragonabili agli anni creativi migliori.

»Procol’s Ninth« non è affatto un album sbagliato, ma alcune mosse di produzione imposte dall’alto hanno rovinato i piani originali. In più, in passato i Procol Harum hanno messo a segno così tanti risultati migliori che  confrontarlo con loro è piuttosto ingrato. In vari pezzi si sente che la band non aveva più la libertà creativa di una volta e da lì era difficile tirare fuori qualcosa di più di un disco decente. Il suono molto più crudo e ‘americano’ dei produttori imposti, che seguivano i desideri dell’etichetta, ha rovinato parecchio e ha impedito a »Procol’s Ninth« di entrare nel novero dei classici dei Procol Harum, perciò l’acquisto è obbligato solo per i fan più irriducibili, quelli che devono avere la discografia completa di questi leggendari pionieri del progressive rock.

Formazione

Gary Brooker – voce, pianoforte
Mick Grabham – chitarra
Chris Copping – organo
Alan Cartwright – basso
B.J. Wilson – batteria
Keith Reid – testi

Produzione

Jerry Leiber e Mike Stoller

Tracklist

1. Pandora’s Box (3:36)
2. Fools Gold (3:58)
3. Taking the Time (3:37)
4. The Unquiet Zone (3:39)
5. The Final Thrust (4:35)
6. I Keep Forgetting (3:25)
7. Without a Doubt (4:29)
8. The Piper’s Tune (4:26)
9. Typewriter Torment (4:27)
10. Eight Days a Week (2:54)

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