Queensryche : American Soldier

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Etichetta: Rhino Records
Data di uscita: 31.03.2009
Produzione: Jason Slater
Durata: 60.36 min
Genere: Art Metal


Queensryche! La band che ha lasciato un segno inequivocabile sulla mappa del rock/metal, per sempre, ma che dopo “Promised Land” (1994) aveva cominciato in qualche modo ad annaspare, musicalmente parlando, con una produzione che non convinceva più. Sono tornati in vita in modo davvero convincente solo con “Operation Mindcrime pt. II” (2006), e “American Soldier” è la prova inconfutabile che non devi più avere paura quando te lo trovi davanti, faccia a faccia, in uno shop online o in un vero negozio di CD. Puoi fidarti al 100%. I Queensryche sono tornati, e stavolta per davvero!

Certo, con il nuovo album non vanno assolutamente paragonati al loro passato, quello che li ha messi tra le più grandi band rock/metal del nostro tempo, perché li degraderemmo in automatico. Geoff Tate ha immaginato un disco in cui le storie dei singoli brani si intrecciano come tante confessioni personali di veterani della guerra del Vietnam. Pare che per l’occasione Tate abbia fatto qualche intervista a questi eroi sopravvissuti e poi abbia travasato tutto in un sermone musicale. Alcuni inserti di quelle interviste sono usati come spezie dentro i brani, per esempio in Unafraid o in If I Were King. Altre volte i Queensryche si concedono una manovra in più, ampia e piena di maestria, per spezzare la monotonia, mettendo in risalto con finezza una certa emozione. Nella più quieta Middle Of Hell, per dire, nell’accompagnamento del ritornello si infila perfino un sax contralto, con l’effetto che ti viene da dire: “Ok, questa non me l’aspettavo!”, e intanto sta benissimo addosso all’immagine del pezzo.

I nuovi Queensryche restano degli art rocker. Il sound è “Seattle”, con quel tocco di grattugiato e sporco quando si parla di distorsione, quello cercato soprattutto nel periodo dei principali colpevoli del pianeta che diedero fuoco al “grunge”, il cui paradiso stava proprio a Seattle. Ma i Queensryche sono art rocker! I ritornelli sono quello che porta a “American Soldier” tutta l’attenzione che serve per convincerti che è un gran disco. In studio i ragazzi hanno provato a riprodurre l’uomo in azione e reazione, con anima e corpo, scaraventato sui campi di battaglia del Vietnam, ma anche l’uomo che non riesce a nascondere le ferite dolorose con cui deve convivere, nei traumi che lo legano agli orrori sopravvissuti di quella stessa guerra.

La forma dei motivi di base è compatta, chiara, fluida e facile da consumare e da elaborare col cervello. Qui dentro, come detto, spiccano ritornelli melodici e potenti, come conferma subito l’opener Silver. I Queensryche restano riconoscibili in tutto, ma allo stesso tempo propongono un disco diverso, nei brani difficilmente paragonabile ai precedenti. In queste forme semplici dei riff portanti la batteria di Rockenfield cerca di continuo un sacco di margine di manovra per esprimersi, e lo si sente al meglio nella ballata d’impatto a medio ritmo At 30 Thousand Ft, particolarmente cupa nell’atmosfera che crea, con dentro l’assolo di Wilton che usa un effetto di chitarra anni Ottanta, alla The Needle Lies.

Sul piano della produzione i Queensryche non deludono neanche stavolta. La particolarmente voluminosa A Dead Man’s World mette in mostra un’ottima navigazione dinamica a contrasti, con la gran parte del suono ben affondata nella linea di basso. Rockenfield è per tutto il disco un fattore importante: con il suo lavoro vario dietro le pelli porta dinamica nei pezzi e approfondisce ancora il momento drammatico, che per l’intera ora d’ascolto non molla un attimo. Sì. “American Soldier” è un disco molto cupo. “Soffre dal vivo” in modo efficace nei traumi dei veterani di guerra, ma resta sempre ascoltabile e mai troppo pesante da digerire. I brani puntano per lo più a un tempo medio. Così la succosa cortina sonora che orna le composizioni viene messa ancora più in risalto. Quanto siano bravi autori e compositori i Queenryche, e quanto lo restino (soprattutto nella ricerca di una melodia compiuta), lo confermano anche stavolta le due ottime ballate Remember Me e Home Again, che garantiscono al culmine di “American Soldier” un posto nel finale del disco.

The Killer è, tra i pezzi d’impatto del disco, il più forte per la melodicità del ritornello, ed è scritta apposta per essere un singolo da hit! Insomma, il disco è attraversato da una grande varietà di motivi portanti. Tate si è immerso alla grande nel dare vita al concept scelto. I brani trasmettono stati d’animo diversi. Dalla rabbia, all’aggressività, alla voglia di spargere sangue, fino a tutto ciò che nasce dal peso della colpa, dalla grande cattiva coscienza che come un’ombra invisibile cresce sopra l’ego. I Queensryche non cercano di riprendersi la grandezza dei giorni di gloria dell’inizio dei Novanta, ma alla fine hanno “calciato” del tutto dove andava calciato. Hanno fatto un sano passo avanti. Un passo evolutivo nella direzione giusta. Esperienza, tanto know-how, grande maturità compositiva: stavolta è tutto capitalizzato alla grande. Quello che “Operation: Mindcrime pt. II” (2006) lasciava intuire, è finalmente arrivato al mondo per intero. Un disco che doveva nascere almeno 10 anni fa. Finalmente è qui!

autore: Aleš Podbrežnik
voto: 8.5 / 10


Tracklist:
01. Sliver
02. Unafraid
03. Hundred Mile Stare
04. At 30,000 Ft.
05. A Dead Man’s Words
06. The Killer
07. Middle Of Hell
08. If I Were King
09. Man Down!
10. Remember Me
11. Home Again
12. The Voice

Formazione:
Geoff Tate – voce
Michael Wilton – chitarra
Eddie Jackson – basso
Scott Rockenfield – batteria

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