Supertramp

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Supertramp
Etichetta: Polydor Records
Uscita: year
Durata: 47:50
Voto: 4/5

“Supertramp” è l’esordio dei leggendari rocker progressive britannici Supertramp, uscito prima che la band conquistasse la fama mondiale con hit indimenticabili come “Dreamer”, “The Logical Song”, “Goodbye Stranger” e “Give a Little Bit” e si guadagnasse l’immortalità con i monumentali “Crime of the Century” (1974) e “Breakfast in America” (1979). I primi Supertramp, con la loro spiccata propensione per i testi confessionali, l’atmosfera malinconica e un classico sperimentare prog in cui trovavi elementi di folk, sinfonico, blues, psichedelia e jazz, erano tutta un’altra storia rispetto ai campioni dell’art/pop rock venuti dopo, molto più raffinati e sarcastici. In questo album dal profilo commerciale basso si sente per tutto il tempo che la combriccola di instancabili avventurieri musicali, che già allora non nascondeva il talento per la satira sociale, era ancora alla ricerca di un suo stile sonoro, riconoscibile lontano un miglio: oltre alle influenze dei pionieri del prog si colgono infatti parecchie sfumature vicine alle band della cosiddetta scena di Canterbury, Caravan in testa, ma sotto ogni altro aspetto ne è uscito un esordio sorprendentemente forte.

Già allora la direzione musicale la dettava un brillante duo di compositori-strumentisti-cantanti, formato dal tastierista e cantante Rick Davies e dal cantante e chitarrista Roger Hodgson. A differenza della prassi vocale successiva, quando con Davies si alternava in armonia alla voce solista, qui tutte le parti cantate le interpreta il vocalmente unico Roger Hodgson, che oltre a suonare la chitarra acustica in questa fase della band faceva anche il bassista. Hodgson qui evita più o meno le acrobazie in falsetto dai toni alti per cui diventerà famoso nel prosieguo della carriera e che hanno impresso alla band il suo marchio più riconoscibile. Il suo timbro, già allora inconfondibile, ha ancora qualche parentela con Jon Anderson (Yes) e Pye Hastings (Caravan), mentre più avanti si è scrollato di dosso quasi del tutto simili legami di famiglia.

Agli arrangiamenti pastorali di chitarra acustica di Hodgson fa da solido sostegno l’organo Hammond di Davies, pieno di temperamento, che già allora garantiva un suono straordinariamente ricco e vivace. Oggi fa anche un certo effetto notare che la chitarra elettrica, al contrario degli anni successivi, quando Hodgson ne prese in mano il ruolo da chitarrista principale, era esclusivo dominio di Richard Palmer, di estrazione blues, che lasciò la band poco dopo l’uscita di questo album per diventare in seguito paroliere dei King Crimson. Con le sue tante frasi e i suoi assoli blues, Palmer ha contribuito in modo decisivo alla straordinaria malinconia che pervade la maggior parte dei brani. Capitolo a parte il batterista Bob Millar, che salutò il gruppo dopo un improvviso crollo nervoso. Non è stata una grossa perdita, a dirla tutta: a mio parere il suo drumming era l’anello più debole di questo collettivo altamente talentuoso.

La maggior parte dei pezzi si muove su acque malinconiche e tranquille, ogni tanto increspate da assalti scatenati, conditi di hard rock, con strati rigogliosi di Hammond e succose frasi di chitarra bluesy. Tra gli esempi di queste occhiate a sonorità più dure c’è la vivace “It’s a Long Road”, che con i suoi ritmi groovosi e i passaggi succosi di organo Hammond fa da festa d’apertura adeguata, ma purtroppo ha un finale un po’ nebuloso, che non lascia un’impressione davvero profonda. “And I’m Not Like Other Birds of Prey” è un pezzo molto più interessante, anche se non il più originale, perché ricorda parecchio qualcosa che i Caravan, nei loro momenti migliori, avrebbero potuto tirare fuori. Dopo un’intro psichedelica costruiscono una melodia pastorale decisamente delicata, sorretta dagli accordi della chitarra acustica, da bei strati di Hammond e dall’ottimo canto di Roger, che qui è ancora lontanissimo dalle altezze a cui sarebbe arrivato nel resto della carriera.

La malinconica “Words Unspoken” è un altro brano a impronta acustica, con una piacevole melodia pastorale e una voce fragile. L’epopea prog “Maybe I’m a Beggar” è il primo dei due picchi dell’album e una delle prime composizioni della band in cui si notano già tracce di sarcasmo lirico e satira sociale. Qui Hodgson è aiutato ai cori nella parte iniziale dal chitarrista/futuro poeta Palmer, che più avanti si distingue in particolare con un assolo di chitarra fenomenale, ultra-malinconico. Il falsetto riconoscibile di Hodgson trova qui per la prima volta piena espressione, mentre tra ornamenti sinfonico-pastorali e frasi di chitarra blues costruiscono piano piano un’atmosfera maestosa. “Home Again” è una ballata acustica breve ma piacevole, che regala una breve quiete prima della tempesta del saltellante pezzo hard rock “Nothing to Show”, una delle cose più dure di tutta la loro storia, anche se non le manca la solita malinconia celtica. Davies all’organo sfodera il suo assolo caratteristico, mentre il bluesman Palmer, con frasi di chitarra struggenti, si lascia andare all’esorcismo dei suoi demoni interiori.

“Shadow Song”, condita di folk rock, con i suoni di pianoforte in apertura e il canto melodioso di Hodgson, anticipa già un po’ le imprese future della band, con la differenza che al posto del sax successivo, nel ruolo dei fiati, usano dei flauti, garantendo una dose abbondante di malinconia pastorale. L’epopea di dodici minuti “Try Again”, con i suoi tanti colpi di scena e le ampie sezioni strumentali, è l’esperimento prog strutturalmente più complesso della loro carriera e quindi, senza difficoltà, il miglior pezzo dell’album, anche se si sente ancora la mancanza della raffinatezza e della drammaticità dei loro epici successivi. Ad arrangiamenti pieni di temperamento e a esplosioni vocali seguono sezioni strumentali ampie e molto complesse, dove mostrano anche certe pretese jazz che negli anni a venire sarebbero diventate normalità. Palmer intreccia di passaggio un altro assolo straordinario, da cui d’un tratto sfociano in una scatenata sezione blues, dopodiché Davies, con il suo regno di organista, porta il tutto verso dimensioni folk rock. Nella parte finale si concedono anche una breve sezione d’avanguardia, che senza dubbio è una delle imprese strumentali più strane della loro storia. La chiusura “Surely”, con la ripresa e il potenziamento del motivo pastorale d’apertura, accompagna l’album al traguardo in uno stile affine a quello con cui si era aperto.

Con questo splendido esordio i Supertramp si sono presentati come dei grandi malinconici che già agli inizi della carriera cercavano la strada verso una forma di rock progressivo tutta loro, riconoscibile lontano un miglio. Orecchie attente scopriranno senza fatica, nella maggior parte dei brani, singoli dettagli con cui negli anni seguenti si sarebbero scolpiti come maestri delle forme raffinate dell’art rock. “Supertramp” è sotto ogni aspetto un esordio di alta qualità, con un sacco di spunti interessanti di composizione e strumenti. Certo, nella sua fedeltà agli insegnamenti dei pionieri del rock progressivo è lontano dalla perfezione art rock successiva, annunciata dal classico “Crime of the Century”, perché nella fase iniziale i Supertramp zoppicavano ancora un po’ nella ricerca di una direzione sonora riconoscibile lontano un miglio, con cui poi si sarebbero scritti per sempre a lettere d’oro nel cuore dei buongustai della musica. L’album, uscito in alcune ristampe successive con il titolo “Then and Now”, non ebbe grande risonanza commerciale tra il pubblico dell’epoca, ma diede loro visibilità a sufficienza da assicurarsi un posto sul leggendario festival Isle of Wight.

Formazione

Richard Davies – organo, piano, piano elettrico, armonica, cori
Roger Hodgson – voce, basso, chitarra acustica, violoncello, flauti
Richard Palmer – chitarra elettrica, chitarra acustica, balalaika, cori
Bob Millar – batteria, percussioni

Produzione

Supertramp

Tracklist

1. Surely (0:30)
2. It’s A Long Road (5:26)
3. Aubade (0:48)
4. And I am not Like other birds of Prey (4:28)
5. Words Unspoken (3:58)
6. Maybe I’m A Beggar (6:48)
7. Home Again (1:14)
8. Nothing To Show (4:55)
9. Shadow Song (4:20)
10. Try Again (12:03)
11. Surely (3:08)

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