RockLine fest II (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Luogo: Orto Bar / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 17.05.2009
Numero di spettatori: 0
Arriva un momento importante, più di quanto si pensi, quando dopo un numero di concerti che non riesci più a contare, passati dal vivo davanti ai tuoi occhi, alla fine ti ritrovi a indossare i panni dell’organizzatore in persona. Uffa.. chissà cosa uscirà stavolta da tutto questo?
La scelta del terzetto per il secondo RockLine fest è stata oggetto di una lunga fase di coordinamento. Semplicemente, la Slovenia è piena di band di grande qualità. Uno darebbe a tutti la possibilità di mettersi in mostra sul palco, perché le band valide, per la loro fatica testarda e la fede nella propria causa, si meritano tutte quanta più promozione possibile. Cosa sia la qualità, quella che separa il grano dalla pula, lasciamolo a un’altra discussione, ma nel caso del terzetto Shutdown, Chaosstar, Lene kosti è davvero difficile sbagliare, per quanto riguarda l’ottima musica. E figurarsi per il party, che è stato ottimo.
Così è arrivato, il giorno tanto atteso! Era bello e soleggiato. L’esposizione a sud-ovest del tetto dell’Orto Bar si è concessa senza riserve ai raggi del sole, e nei locali dove si tengono i concerti, durante il soundcheck, il montaggio degli strumenti e tutto il resto che rientra nella categoria del “correre come pazzi” per calibrare tutto il necessario a far partire lo spettacolo, si è fatto parecchio afoso. I minuti volavano. Di sotto c’è già gente. Seduta, a rinfrescarsi la testa, ad accendere sigarette.
| SHUTDOWN: |
Scoccano le nove (di sera, ovviamente). Sul palco tocca agli ShutDown. I poveretti, privati del soundcheck, si ricorderanno la serata soprattutto perché hanno quasi buttato giù gli dèi dall’Olimpo con un casino che si infilava dolorosamente nelle orecchie, attraverso le bocche ringhianti dei monitor. Soprattutto il monitor di destra friggeva e minacciava di assordare i presenti. Che in sala non erano poi tantissimi quando i promettenti ragazzi del Litorale hanno iniziato a “menare”. La band è molto intraprendente. Dal vivo si sentiva che sa esattamente cosa vuole. Ha una bella dose di affiatamento e dell’immancabile teatrino da cazzeggio, di cui si occupa soprattutto il cantante Egzi, che ha mostrato di essere un elemento sicurissimo di sé, capace di sfruttare il palco per muoversi in modo dinamico e fare colpo sul pubblico. I ragazzi non si annoiano di certo. È successo che la chitarra sinistra, suonata da Dominjo, si sia spenta per qualche istante, creando un po’ di confusione sul palco. Il problema con il fenomeno Tesla è stato risolto in fretta.
Espressione ed energia della band sul palco hanno carattere e palle, e con questo i ragazzi tengono testa con successo alla natura generica della loro scrittura. Sono heavy metaller all’osso, che però ascoltano volentieri anche l’hard rock classico della vecchia guardia e l’hard rock melodico. Brani come Valkira e Križarji si distinguono per una notevole dose di marcia accelerata, vestita di pomp melodico ed epico, che sfruttano con abilità nelle loro manovre per arrivare a un’ascoltabilità generale, oggi power metal, cosa che gli ShutDown di certo non sono. Quindi più vicini ai Riot che agli Helloween, ma col mascara dei Guns N’ Roses! I ragazzi hanno intrattenuto i presenti anche con Diamonds And Rust, cover di Joan Baez, che molti conoscono meglio per la versione che ne hanno fatto i Judas Priest. Gli ShutDown ne hanno sparato una versione speed metal “d’assalto”.
Riassumo l’impressione: i ragazzi hanno offerto un set che ha mostrato una band sicura di sé, che sa esattamente cosa fa e qual è il suo obiettivo, suona in modo convincente i propri pezzi, a dimostrazione del fatto che crede in sé stessa. È ovviamente un asso nella manica che allontana ogni pericolo di perdersi nel mare di frasi generiche degli standard raggiunti dal classico heavy metal old school, comandato da una voce pulita e melodica, con una bella dose di elemento oscuro. I ragazzi hanno tirato fuori il massimo, dati i fattori che hanno plasmato la loro esibizione. Già da primi hanno regalato un set davvero ottimo. Considerando che la band è giovanissima, farà sicuramente grandi passi avanti sulle ali dell’entusiasmo anche in futuro. Auguriamogli ogni bene! Che il talento sfrutti le riserve!
| CHAOSSTAR: |
La band che si è occupata dell’intero “back line” del concerto è anche l’unica, tra quelle in cartellone quel giorno, con almeno un CD all’attivo. I lubianesi Chaosstar. Il debutto lo abbiamo aspettato tantissimo, ma i ragazzi l’hanno limato così a lungo che per molti versi rappresenta uno dei migliori risultati nel campo dell’heavy metal, per come lo intende e lo definisce lo standard sloveno generale. Del disco i ragazzi possono giustamente andare fieri. E lo sono. L’ora di set l’hanno usata per presentarlo per intero. Reagiscono all’ambiente con una tensione al 100% verso la resurrezione fisica del materiale originale. Non badano ai tipici vestiti da metallari, li attira la moda del reparto “alternativo”, dove rientrano senza problemi il ciuffo ad ago di Primož, ben fissato e dritto verso l’alto, e la fascia di Vasja intorno alla testa, che evocava un po’ il karma dei kamikaze di tempi lontani di sacrifici rituali sopra le battaglie aeree sul blu dell’Oceano Pacifico. Il resto della ciurma in pantaloncini corti aggiunge solo il puntino sulla “i” al guruismo modaiolo della band.
I ragazzi suonavano di minuto in minuto “meglio”. Quando le dita si sono scaldate alla giusta temperatura di lavoro, la cosa è filata liscia come l’olio e niente poteva più fermarli. I Chaosstar hanno premiato il pubblico con un suono eccellente. Visto il perfezionismo che la band persegue, non è affatto una cosa risolvibile banalmente. Il palco era dominato dalla batteria di Primož, cosa che al resto del trio, Jure Jurca (chitarra, voce), Vasja Čepič (chitarra) e Dare Ramot (basso), non dava alcun fastidio, visto che i Chaosstar, in termini di cinetica, sono piuttosto statici sul palco. Come detto, i loro punti vincenti se li guadagnano eseguendo pezzi dalla struttura complessa. E anche stavolta non hanno deluso in nulla. Hanno suonato al massimo. Dati i pezzi impegnativi, i tanti giri atmosferici che la band crea con sequenze di motivi, garanzia del loro volto sempre vario e colorato, e in generale per lo spettro sonoro più complesso e pieno degli originali in studio, era logico che il quartetto avrebbe dovuto trasformarsi in un quartetto di polpi per suonare anche tutte le tastiere, riprodurre tutti i campioni programmati aggiunti, i loop sonori, i ritmi extra, le percussioni, e bla, bla, bla… Quindi avete indovinato? La matrice sonora risolve tutto, e per giunta è infallibile.
Il fatto affascinante è che il quartetto è affiatatissimo e si scrolla di dosso i 50 minuti dalla struttura impegnativa del debutto. Si sente, come per gli Shutdown, che in questa esecuzione sono state intessute innumerevoli gocce di sudore e tantissima fatica. A dire il vero non vale nemmeno la pena spiegare com’è andata l’esibizione. Verso metà concerto il locale si è riempito alla grande, nelle prime file la gente si dava alla pazza gioia, e in generale il pubblico era caldissimo, e i Chaosstar con la loro immagine hanno decisamente entusiasmato i presenti, che premiavano la band con un’energia davvero ottima, che le restituivano.
La band, che ha chiuso il set con il brano Slave To The System (un pezzo originale che non è sull’album “Lifetime”), è nota per il fatto di divertirsi a suonare, se non altro per tenersi in allenamento quotidiano, pezzi interessanti di altri artisti. Dai Dream Theater ai Dire Straits. Stavolta, sotto l’insistenza del pubblico, hanno preso un’ultima volta i loro posti sul palco e sorpreso tutti i presenti con una cover dei Toto, Africa. Il pezzo è stato suonato da capo a piedi “alla Chaosstar”, che è il vero senso del rifare gli originali. Oltre al ritmo di base hanno aggiunto solo una matrice di percussioni. I sintetizzatori originali sono stati coperti, anzi sostituiti, dal suono massiccio dei riff delle due chitarre, costruendo un’ottima atmosfera cupa, tipica dei Chaosstar, il che significa che la parte introduttiva è stata il momento più audace dell’esecuzione di questo brano. Vocalmente nascondeva ovviamente molte riserve. In realtà è più facile suonare Hold The Line, ma 1000 volte meno interessante, per il rango dei Chaosstar non sarebbe stata alcuna sfida, e già che siamo nello “spaccare il capello in quattro” analitico, molto prima viene Close To The Edge degli Yes. I ragazzi hanno tirato fuori, per quanto potevano, un parallelo ravvicinato, ma tutto gira attorno alle voci, alle armonie vocali, in un pezzo come Africa. Se quello va bene, il pezzo funziona, altrimenti no. Però si può portare l’ascoltatore su un binario morto offrendogli la ricchezza del tipico clima metal, ed è quello che i Chaosstar hanno creato. Una cover che, con un po’ di calibrazione vocale in futuro (vero ragazzi?), rientra assolutamente nel repertorio live della band, nonostante la formazione forse prima di eseguire il pezzo temesse di venire lapidata, legata ai cavalli e squartata. Al contrario. Qualcuno ha pure fatto “headbanging” sulla cover, e un complimento speciale alla band l’hanno fatto anche due ragazze, che per l’occasione si sono messe a girare in un valzer selvaggio sotto il palco.
Devo lodare moltissimo anche il canto di J.J. Il tipo è prima di tutto un chitarrista, un chitarrista allenato da paura, che forma una coppia alla pari con Beast. Concentrarsi su una chitarra impegnativa e cantare in modo soddisfacente allo stesso tempo è tutto fuorché un compito facile. I registri alti (fino ai più alti) sono la casa di J.J. e li sfida del tutto. Allo stesso tempo aggiunge quella dose di energia oscura di cui il metal ha bisogno. Pensate ai cantanti speed metal old school americani, come James Rivera (Helstar) e simili. Gli Iron Maiden sotto steroidi, tanto per lodare! Un grande acquisto per la Slovenia, speriamo che i Chaosstar raccolgano un ricco raccolto per la loro fatica. Un ottimo show che, rispetto a quanto vissuto al Rollbar, quando ho visto la band per la prima volta alla presentazione dell’uscita dell’album “Lifetime”, ha mostrato un grande passo avanti (per quanto riguarda la performance sul palco)! La chimica creativa di lavoro del quartetto funziona a pieno regime.
| LENE KOSTI: |
Dopo 17 anni i Lene kosti sono tornati cavalcando in silenzio, come topolini, da una dimensione di cimiteri metal dimenticati e rovine del millennio scorso. Nella formazione in cui sono da maggio 2009 si sono messi insieme in modo molto spontaneo. Il periodo da ottobre 2008, quando hanno suonato il loro primo show, a questa deliziosa serata di maggio 2009 all’Orto Bar, la band l’ha usato per serrare i ranghi. Ha fatto parecchi arrocchi da scacchiera; il più importante, oltre al concerto prima dei Grave Digger a Lubiana il 03.02.2009 (quando finalmente hanno convinto i metallari che esistono ancora), è stato di recente il ringiovanimento dei ranghi con una base ritmica completamente nuova. La mela, per lo più, non cade lontano dall’albero, e così il nuovo bassista Gregor Brenko è figlio dell’ex bassista della band Dare Brenko, che ha onorato l’esibizione della band e di suo figlio da sotto il palco, agitando con entusiasmo la sua “fotobestia”. Miha Nedoh (Forgotten Eden, Requiem Razvaline,.. ho dimenticato qualcosa?), visto che i fratelli Kavaš sono membri dei Requiem, era una scelta logica e molto comoda per i Lene kosti. Chi conosce i Lene kosti e i loro 7 pezzi classici può solo chiudere gli occhi, canticchiare uno dei riff e aggiungerci il galoppo ritmico alla Judas Priest della fine degli anni Ottanta. Quindi doppia cassa, e il vasto e variegato bagaglio di conoscenze di Miha, hanno nobilitato al 100% la nuova veste di tutti i pezzi originali dei Lene kosti. La band era pronta a sviluppare finalmente la sua forza distruttiva fino ai limiti estremi e a sfruttare tutte le riserve di energia che fino ad allora erano rimaste nascoste davanti alla comunità slovena nei riff di Russian Girl, I Got The, Warrior ecc… Tra l’altro, qualcuno oggi si immagina l’heavy metal senza doppia cassa? Solo gli Iron Maiden, ma a loro è comunque perdonato.
È stato un concerto importantissimo per la band. Ha rappresentato la prima presentazione della squadra finalmente consolidata, che può sviluppare con sicurezza e senza freni la propria visione e creare finalmente quei sogni che non si erano realizzati nei defunti anni Ottanta e nei (primi) Novanta del secolo scorso. Alle undici era tutto pronto perché la band esplodesse. Alle undici e un quarto (di notte, ovviamente) hanno finalmente oscurato la sala, e l’atmosfera ha navigato su un’introduzione orchestrale registrata che suonava spaventosa, malvagia ma al tempo stesso salvifica e pomposa. Avete visto il film Godzilla? Ecco. In questo buio compare finalmente sul palco anche l’apparizione che all’inizio mi aveva fatto partire per il concerto dei Lordi a Cerknica, il 13.03.2009. Il chirurgo pazzo, amante di strumenti bizzarri per segare arti, dialisi, trapianti d’organo, forse perfino decapitazioni (non si sa mai), il dottor Evil. Milan Krušič! Insomma, ogni concerto dei Lene kosti, anche nella nuova era, incorona quell’attesa mormorante e silenziosa: cosa prepara Milan sul palco, che sorpresa, che genere di “stupidaggini”. È il fattore che rende le esibizioni della band ancora così attraenti, dinamiche, imprevedibili.
Stavolta Milan era il chirurgo! Sotto il palco mi sono piegato in due dagli shock! I Lene kosti sono una formazione che ha bisogno di molto spazio sul palco per lo show di Milan Krušič, cosa che stavolta all’Orto Bar non è stato proprio possibile ottenere. Eppure, chi oserebbe dubitare che il concerto sia stato un’orgia Lazy Bones al 100%? La band dal primo istante ha pestato velenosamente l’acceleratore e ha impastato, impastato e solo impastato i suoi riff. Il piccolo locale, riempito con il suono eccellente creato dal fonico, ha evocato uno straordinario flusso di energia che già nel primo istante di I Got The… ha preso possesso dell’atmosfera del club. La gente ne è stata risucchiata, e a molti sotto il palco veniva da impazzire. Krušič era di nuovo pienamente ispirato, all’erta e carichissimo, come gli altri ragazzi! Fermentava di quella succosità che pretendiamo da lui. Dopo i proiettili I Got The… e Stones Of Death, ha per esempio incitato i presenti: “Breaking the what? Breaking the what?!?!” “Let’s break that…What?” Quelli che conoscono i live dei Judas Priest gli rispondono: “Law”, e Milan: “No! Diamonds And Rust!” Ecco le corna, pensi, parte di un teatro che in molte altre band metal slovene si sente spesso mancare. Ma Diamonds And Rust nelle mani dei Lene kosti è eseguita un po’ sul modello del tour “Angel Of Retribution” dei Judas Priest. Quindi la paura di una ripetizione dell’approccio stilistico nella stessa cover, sotto la bacchetta al galoppo degli Shutdown due ore prima, era superflua.
Tanta tensione sprigionata tutta insieme non la ricordo all’Orto Bar. Forse finora non andavo ai concerti veri. I Lene kosti sono stati davvero, stavolta, al massimo livello come esecuzione sul palco, da quando seguo i loro concerti, dal dicembre 2008 a oggi. La solida cannonata di riff dei due fratelli Kavaš, le spiritose e sentite follie chitarristiche del solista Marc Kavaš, la solida ossatura dell’ottima sezione ritmica Brenko-Nedoh e ovviamente il sempreverde Krušič, che già in I Got The scatenava vere salve tempestose di “halfordate” puntate al massimo, che ti stringono le palle in una morsa, offrivano uno spettacolo unico. Milan ha ovviamente sfruttato il suo carisma a pieno slancio. Ci ha intrattenuti con gli sguardi più velenosi e con la peculiarità della sua elastica estensibilità facciale, mettendo in scena alcune smorfie incredibili. La band ha sparato anche Tube Snake Boogie degli ZZ Top, che dopo la reunion non avevano ancora eseguito dal vivo, e Milan manteneva alta la dinamica del concerto anche con il (previsto) lancio di capi d’abbigliamento, che sono di nuovo finiti tra il popolo. Iniezioni chirurgiche, mascherina chirurgica (in realtà gli starebbe ancora meglio quella di Anthony Hopkins ne “Il silenzio degli innocenti”, per cui gli servirebbe un contratto di endorsement con qualche sexy shop), cuffia chirurgica,…. E per il gran finale una maglietta bianca scoloritissima e consumata con l’emblema Lene kosti, che ha strappato bestialmente e lanciato tra i presenti! Diabolico, malvagio, sbuffante, ma al tempo stesso estremamente divertente e ipnotico. Questo è il mondo dei Lene kosti. Benvenuti.
Anche la presentazione della squadra è stata interessantissima. Soprattutto Milan ha riservato un riconoscimento speciale a Giovani, presentandolo come il principale e primo iniziatore della nascita dei Lene kosti, e non è rimasto in debito neanche con Miha dietro la batteria, che ha annunciato nello stile in cui Lemmy annuncia il suo Mikkey nei Motorhead: “The best fuckin’ drummer in the world!”, al che Miha ovviamente arrossiva dietro i tamburi. Milan ha studiato a menadito gli approcci di tutte le band straniere grandi e medie dell’arsenale rock e metal del nostro pianeta. E non teme di sfoggiarlo sul palco e di distribuire tutta quell’energia al popolo. Marc ha rimandato la palla, che è rimbalzata più o meno così: “Forse non il più grande cantante, ma sicuramente il cantante più ampio della Slovenia. Milan Krušič!!!!”
Il pubblico si è infiammato soprattutto su Russian Girl. I Lene kosti hanno tirato il concerto addirittura oltre la mezzanotte e nessuno si è lamentato. Russian Girl l’hanno suonata ancora una volta nel bis, ed erano le 00:08 quando lo spettacolo si è finalmente concluso. Con uno show a tutta velocità e cambio di marcia “breve ma dolce”, che ci ha lasciati ancora belli carichi. L’audio eccellente, pieno, voluminoso, tarato sulla giusta intensità per le dimensioni dell’Orto Bar, è stato un vero “sugar daddy”, ovvero il silenzioso padrino del concerto, che ha incoronato questa esibizione senza compromessi dei Lene kosti. Se qualcuno di voi si è svegliato la mattina in una vasca, circondato dal ghiaccio e ha trovato in corrispondenza di uno dei suoi organi vitali dei punti di sutura chirurgici freschi, oppure ha magari “tastato” sotto la benda sterilizzata una calotta cranica aperta, può essere sacrosantamente sicuro che di notte lo ha visitato il Dr. Evil con il suo “squadrone”. Tuono spietato!
È filato tutto in modo fantastico. L’intero spettacolo. Tutte e tre le band hanno tirato fuori il loro massimo del momento. È il massimo che un artista, un performer, può offrire in un dato momento. Senza calcoli. Anche dopo il concerto la gente non voleva proprio andare a casa, ma si è data alla socialità al piano terra, dove tra il pubblico continuava a circolare tutta l’energia positiva accumulata, sprigionata durante le tre esibizioni. Una serata metal davvero fantastica, come ne vorremmo il più possibile. Dimenticate le invidie, la permalosità, il sarcasmo tagliente e ipercolto, il cercare il pelo nell’uovo, insomma tutte le proverbiali caratteristiche dei Sloveni da strapazzo, che per cambiare ci siamo finalmente trasformati in Sloveni veri, abbiamo serrato i ranghi e mostrato come insieme possiamo essere invincibili. Che questi legami ci uniscano sempre.
foto: Robi Lipej
Scaletta
CHAOSSTAR: 1.Lifetime I-IV 2.Devil’s Whisper 2.Hurricanes Of Madness 3.Rebirth 4.Lifetime V-XVIII 5.Dreams Of Reality 6.On My Way 7.Lifetime XIX 8. Slave To The System LENE KOSTI: 1. I Got The… 2. Stones Of Death 3. Iron Dragon 4. Warrior 5. Russian Girl 6. The Sting 7. Rock Power 8. Do Or Die —bis— 9. Russian Girl
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