Radiation
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Marillion
Etichetta: Castle Communications
Uscita: 1998
Durata: 48:17
Voto: 3/5
I campioni dell’art rock Marillion, il segreto musicale britannico più gelosamente custodito, all’epoca del loro decimo album in studio »Radiation« si ritrovarono in mezzo a una piccola crisi d’identità: volevano a tutti i costi ‘modernizzare’ il proprio suono seguendo certe tendenze musicali del momento e fare uno strappo bello deciso rispetto al disco precedente, l’ottimo »This Strange Engine« (1997). Gli ex capofila della nuova ondata del progressive rock, che tra le loro influenze chiave contavano i giganti del prog con Genesis, Pink Floyd, Camel e compagnia in testa, di colpo e per un breve periodo presero a modello britpop, alt rock e indie rock, con in testa i Radiohead, allora beniamini delle mode musicali: una vera beffa dell’ironia, visto che si trattava per lo più di gruppi che proprio i Marillion li mettevano tra le loro influenze principali.
Ancora oggi i membri della band dicono nelle interviste che »Radiation« è più o meno un ‘disco strano’, di cui non vanno poi così fieri. Con questo non intendono certo che sia brutto o che se ne vergognino, ma ammettono di non essere riusciti a ottenere ciò che volevano all’inizio – sviluppare un suono moderno e interessante per le radio di allora, conquistare così una nuova base di fan e allo stesso tempo mantenere l’inconfondibile marchio compositivo dei Marillion. Quanto fossero messe male le cose lo dice il fatto che ai concerti del tour di »Radiaton« suonavano una cover dei Radiohead, »Fake Plastic Trees«. Non è stata la cover più bizzarra e assurda della loro carriera (quell”onore’ spetta alla loro versione del successo di Britney Spears »Toxic«), eppure la mossa ha fatto scappare più di un fan di lunga data, che ha cominciato a chiedersi seriamente se la band non avesse per caso perso la bussola. Dopo l’addio di Fish, quando avevano liquidato in fretta la faccenda del neoprog, i Marillion avevano rischiato con vari esperimenti sonori e influenze mai esplorate prima, e alla fine in qualche modo era andata a finire che il rischio aveva pagato. Con »Radiation« hanno invece sbattuto per un attimo contro un muro invalicabile, perché era chiaro che avevano iniziato a dubitare un po’ delle proprie capacità di songwriting, cosa da cui per fortuna si sono presto disintossicati.
Nonostante »Radiation« sia in assoluto il lavoro in studio più ‘stravagante’ dei Marillion, con qualche brano che si può tranquillamente additare come il peggiore della loro intera carriera, ci sono comunque ancora un paio di pezzi eccellenti che garantiscono al disco un livello qualitativo dignitoso e dimostrano di cosa erano capaci quando smettevano di guardare alle mode del momento. Tra i picchi di »Radiation«, dopo la breve ouverture acustica »Costa del Slough«, ci sta senza dubbio il catalizzatore energetico d’apertura »Under the Sun«, un pezzo epico all’altezza dei loro lavori migliori, che scoppia sotto il peso di tanti arrangiamenti bombastici e in cui la voce di Hogarth tocca, nel ritornello trionfale, un nuovo livello di grandezza. Mark Kelly qui non si risparmia nello stendere tappeti iridescenti di organo e sintetizzatori, mentre le improvvisazioni chitarristiche di Steve Rothery suonano più epiche che mai.
Dopo questo evergreen art rock le cose su »Radiation« purtroppo peggiorano in fretta con »The Answering Machine«, un pezzo alt/indie rock sotto la media in cui l’obiettivo era chiaramente creare un muro sonoro poco accattivante e, se possibile, calpestare tutto il potenziale melodico, per finire col suonare il più ‘non-Marillion’ possibile. La chitarra di Rothery qui è completamente sottomessa a campionamenti digitali dal suono elettronico e a una cacofonia ritmica quasi totale. Capita anche ai migliori di combinare ogni tanto un bel pasticcio. Molto meglio la complessa power ballad »Three Minute Boy«, in cui i membri della band mostrano la loro straordinaria capacità di far crescere secondo dopo secondo un’atmosfera intensa, e in cui la voce narrante di H, con piano e accordi di chitarra acustica, gioca un ruolo chiave. Anche la chitarra elettrica di Rothery a un certo punto si risveglia con passaggi incisivi ed è di nuovo, si può dire, in perfetta sintonia con le trame di sintetizzatore di Kelly dal sapore space rock, e il tutto, tra intelligenti giochi ritmici, prosegue fino a una chiusura soddisfacente.
A questo solido risultato segue un pezzo un filo sotto i soliti standard dei Marillion. »Now She’ll Never Know« è una ballata d’amore malinconica e sommessa, quasi ‘a cappella’, in cui la voce fragile di H è accompagnata da delicati arrangiamenti di chitarra acustica firmati dal bassista Pete Trewavas, con in giro anche qualche capriccio di sintetizzatore frammentato. La melodia centrale è bella, ma tra arrangiamenti acustici appena percettibili e ripetitivi il tutto diventa presto noioso. Decisamente meglio il solidissimo »These Chains«, uscito addirittura come singolo, anche se l’atmosfera malinconica è molto simile a quella del brano precedente. Rispetto a quello ha parecchie più ‘palle’, anche grazie a un buon arrangiamento orchestrale, a un assolo di chitarra epico e a un ritornello possente. Lo sa solo il Padreterno cosa volessero dire i Marillion con la noiosissima e priva di ispirazione ballata blues rock »Born to Run«, destinata a passare agli annali come uno degli esperimenti più sbagliati della loro carriera. Il tutto scorre come un film in bianco e nero rallentato, mentre a Rothery, che qui suona come un incrocio tra Eric Clapton e David Gilmour, il ruolo di chitarrista blues rock non calza proprio, nemmeno se si mette a testa in giù. L’unico punto luminoso è la voce di H, che in generale, a prescindere dal contesto musicale, fa una fatica enorme a venire male.
Va detto che la parte finale di »Radiation« è uno dei suoi momenti migliori. Vale soprattutto per l’ambizioso esperimento art rock »Cathedral Wall«, in cui riescono a fondere in modo intelligente ‘i due mondi’ – la loro ricca capacità di scrittura e improvvisazione, che viene dalla scuola classica del progressive rock, con alcune tendenze rock degli anni Novanta – e a dare vita a un pezzo davvero epico, coronato da un ricco ritornello a più voci. Maestose cortine di sintetizzatori sono accompagnate da passaggi chitarristici incisivi e dai massicci rullanti di Mosley, mentre grazie ai tanti effetti digitali l’atmosfera, sempre molto varia, cambia di continuo. Alla fine ritorna ancora una volta il verso centrale di »These Chains«. La lunga chiusura ambient »A Few Words for the Dead«, un altro esperimento piuttosto insolito ma comunque interessante e riuscito, in cui i Marillion si cimentano soprattutto con l’ambient rock, è un pezzo pacifista interessante, più che evidentemente rivolto contro la lobby delle armi.
»Radiation« è ancora oggi considerato un album piuttosto ‘stravagante’ che, per via degli esperimenti con certe tendenze sonore popolari degli anni Novanta e di un’atmosfera tutto sommato ‘sonnolenta’, piace per intero a pochissimi fan dei Marillion. Come parecchi album in studio dell’era H, soprattutto dopo il 1995, richiede molto tempo e pazienza all’ascolto prima di svelare tutti i suoi lati positivi. Che sono abbastanza da fare di »Radiation«, nonostante alcuni dei pezzi poco riusciti citati sopra, nati dalla voglia di cavalcare le sfide trendy del momento, un disco tutt’altro che brutto. In fondo i Marillion non sono ‘capaci’ di fare un brutto album, e »Radiation« rappresenta solo una deviazione un po’ troppo radicale da quegli elementi sonori e compositivi in cui sono più forti.
Formazione
Steve Hogarth – voce, piano aggiuntivo, percussioni
Steve Rothery – chitarra
Pete Trewavas – basso, voci di accompagnamento, chitarra acustica su “Now She’ll Never Know”
Mark Kelly – tastiere, voci di accompagnamento
Ian Mosley – batteria, percussioni
MUSICISTI OSPITI:
Jo Rothery – voci di accompagnamento su “Three Minute Boy”
Vicki Price – voci di accompagnamento su “Three Minute Boy”
Produzione
Marillion e Stewart Every
Tracklist
1. Costa del Slough
2. Under the Sun
3. The Answering Machine
4. Three Minute Boy
5. Now She’ll Never Know
6. These Chains
7. Born to Run
8. Cathedral Wall
9. A Few Words for the Dead