Relentless Recurrence

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Artista: Chthonic
Etichetta: SPV Records
Uscita: 2002

(ristampa per il mercato europeo – giugno 2007)

Taiwan! La storia sanguinosa di una lotta per l’indipendenza, che in fondo è la fedele compagna di viaggio di tutte le civiltà globali del nostro pianeta da che mondo è mondo. La rabbia repressa, soffocata, viene a galla e nascono i Chthonic! Figli della terra! Si risvegliano le forze degli inferi, gli spiriti maligni, gli dèi buoni e cattivi e tutte le altre creature indispensabili al normale funzionamento di un mondo fantastico che per i nostri valorosi antenati era un vero e proprio stile di vita.

Dopo che l’ultimo album in studio della band, “Seediq Bale” (2006), è stato accolto alla grande dalla critica sia negli USA che in Europa, regalando al gruppo una pioggia di recensioni scintillanti e una visibilità decisamente maggiore sulla mappa musicale del pianeta, l’etichetta tedesca SPV ha trovato abbastanza interesse per ristampare il terzo album in studio consecutivo della band, intitolato “Relentless Recurrence”. Per il mercato dell’Europa occidentale. Il disco era uscito originariamente nel 2002. Era stato registrato in due versioni originali: una in cui Freddy Lin strilla in mandarino e una seconda, in inglese ovviamente. La riedizione arriva vestita di un astuccio di cartone kitsch e irresistibilmente accattivante, a cui è difficile dire di no.

Veniamo alla musica. “Relentless Recurrence” è un album strano e affascinante, anche solo per il fatto che arriva dall’Asia! Riesce a fondere le radici della tradizione musicale etnica orientale (uso di gong, armonie vocali sullo sfondo e soprattutto l’inserimento del violino a due corde chiamato Er-hu) con gli elementi della morbosità scandinava ormai nota a tutti, in un impasto che attira abbastanza attenzione da non poter essere ignorato, se ti capita di imbatterti nei suoi suoni. È questa la chiave della riconoscibilità dei Chthonic, anche se per la costruzione dei riff, la ricerca della melodia e l’atmosfera si rifanno a Cradle Of Filth e Dimmu Borgir, pur con un “realismo” black metal che sul disco sta a anni luce dai momenti migliori di entrambe le band. Le grandi melodie sono la base su cui costruiscono i Chthonic. I riff metal classici, quando cercano la somiglianza col black metal, ricordano soprattutto i primi Cradle Of Filth. In sintonia con il fluttuare dei synth, che per buona parte del disco imitano un coro di violini e creano così un audace velo produttivo lungo tutto l’album, tenendo insieme i riff e portando un elemento di dramma, dolore, sofferenza e tristezza immensa, ci si avvicina invece ai Dimmu Borgir, quelli che si sono svegliati nel giorno peggiore della loro carriera musicale. Sul fronte della furia, della bombasticità epica, del trionfalismo trattenuto e, naturalmente, della costruzione della tragedia, l’album è un pulcino indifeso, se proviamo a metterlo accanto ai lavori migliori dei Dimmu Borgir. Eppure i Chthonic mostrano un grande potenziale compositivo e di rottura, soprattutto grazie a quell’appoggiarsi alla tradizione elementare della musica indigena, che nel denominatore comune musicale gli garantisce una riconoscibilità sotto il libero sole, anche se qua e là la band non nasconde un po’ di ingenuità e di foga negli approcci.

La voce è impostata su uno strillo acuto, e un vago paragone con lo strepitare di certi Bal-Sagoth può venire in mente, ma vago davvero. Per tutto l’album, come contrappeso al canto estremo, sono intrecciate le linee vocali “di supporto” della bassista Doris, che hanno un convincente soffio gotico gelido e seguono una dissonanza voluta (spesso sotto forma di narrazioni disperate di lutto), allargando ulteriormente la tavolozza sonora dei Chthonic, mentre come spezia al generale urlare estremo si aggiungono, a pizzichi, dei “growl”. Curioso che la chitarra, che pure con il suo pizzicare infernale sopra i riff di base lascia intuire quanta competenza possieda, eviti per lo più gli assoli, visto che i Chthonic danno la precedenza alla bombasticità dell’atmosfera black metal. Soprattutto, dall’altra parte, si nota un grosso spreco della batteria. Il drumming non ha la cattiveria necessaria (i classici blast beat sul disco si trovano solo “in tracce”). Così, i riff metal, insieme alla base ritmica, portano il disco a tratti verso gli standard classici dell’heavy metal e del power metal, il che è curioso.

“Relentless Recurrence” si basa su un concept: la guerra tra gli dèi cinesi e quelli taiwanesi. Per questo album i Chthonic hanno usato una storia famosissima, che a Taiwan conosce ogni bambino (fin dalla culla). Racconta dell’arroganza e della corruzione degli Han, a cui era stato vietato l’ingresso sull’isola di Taiwan perché noti per imbrogli, truffe e altri affari sporchi, e che prendevano di mira soprattutto le donne, perché quei depravati ricorrevano alla violenza sotto forma di stupri. È successo anche alla protagonista del concept, Natao-Ji, che, disonorata, si toglie la vita per reincarnarsi in una divinità, tornare sulla Terra e vendicarsi. Naturalmente sul disco ci ritroviamo subito in una vasca di sangue versato, che per quantità basterebbe a un diluvio universale. La vendetta della ragazza riesce, ovviamente. Qui resta la narrazione tradizionale taiwanese, ma non il concept dell’album, perché la decima traccia (che è anche l’ultima), “nascosta” dentro la nona, condanna Natao-Ji a una sofferenza eterna, costretta a rivivere ancora e ancora l’intera catastrofe personale. I blackster, si sa, amano la tragedia avvolta in un nero senza vie d’uscita, creature dell’ora del giudizio del giorno più buio dell’umanità!

Con “Relentless Recurrence” i Chthonic hanno confermato ancora una volta il grande potenziale che si porta dietro la loro visione musicale. La band sa costruire le sue composizioni in modo fluidissimo, l’album sul piano tecnico (nonostante la batteria sprecata) offre un livello di dinamica soddisfacente, perché “Relentless Recurrence” è un disco davvero vario dal punto di vista dei motivi, che tiene sempre sul filo e non annoia mai. Sul piano atmosferico, però, nel suono della band si aprono ancora grossi buchi, che il gruppo saprà sistemare con maturità e portare a un livello superiore già con l’album successivo. A novembre 2006 i Chthonic hanno pubblicato per il mercato nordamericano ed europeo il nuovo album “Seediq Bal”, ma questa è già un’altra storia.

Formazione

Freddy – voce, Er-hu
Jesse – chitarra
Doris – basso, voce di supporto
Vivien – synth, pianoforte
A-Jay – batteria

Produzione

Chthonic

Tracklist

1. Nemesis
2. Onset Of Tragedy
3. Obituary Tuning
4. Grievance Acheron Poem
5. Revert To Mortal Territory
6. Funest Demon Born
7. Vengeance Arise
8. Slaughter In Tri-Territory
9. Grab the Soul To Hell
10. Relentless Recurrence (hidden track)

Durata album: 56.52

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