Resuscitare le sbronze punk in pubblico (2013)

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Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data del concerto: 22.02.2013
Numero di spettatori: 60
Prezzo del biglietto: 6,00€

Il lavoro delle puzzole a cavallo del millennio
Quando le due puzzole, allegre e sudice, hanno iniziato a portare in giro la scena punk-rock slovena (più o meno) melodica, questa era variegata e colorata nel suo sottogenere, sparpagliata in lungo e in largo per tutto il paese.

Con band che nei “tempi d’oro” della scena bastavano a riempire un festival di tre giorni, le due, con le loro serate a base di birra e punk, hanno contribuito a creare una sottoscena musicale nostrana, vasta e compatta, a cavallo del millennio. Una scena che, in fin dei conti, rispecchiava una generazione post-transizione, post-punkettara, oggi sparita, accreditata a dovere e finita (per noi, più o meno con gusto) in una carriera da “giacca e cravatta”… Solo serietà e un mondo adulto in cui non c’è tempo per simili cazzate come…

Far rivivere le abitudini da sbronza punk di dieci anni fa …
… è oggi, ovviamente, un business difficile, ingrato e sisifeo, ma indispensabile per ripresentare e collocare nel tempo le nuove band all’interno del sottogenere, nei dintorni più duri della scena musicale.

A dare una mano alle puzzole nel lavoro sporco sono arrivati gli ska-punker di Udine CarryAll, che avevano già ospitato anni fa e che si sono presi, e non era affatto facile, il ruolo di protagonisti della serata.

Oltre al settetto leggero e festaiolo in stile “Mad Caddies”, ci siamo potuti sentire anche il quartetto tosto di Šentjur Radiostorm e il trio punk melodico di Lubiana White Stain.

Alle nove in punto di sera – complimenti all’organizzazione per il rispetto degli orari – i ragazzi di Sv. Jurij hanno aperto con una cover di Blitzkrieg Bop dei newyorkesi “hey-ho-let’s-go” Ramones questa serata di nuova generazione all’insegna di birra e punk, che però fin dall’inizio ha zoppicato sul fronte del pubblico: che te ne fai di trenta persone in tutto?

Questa mancanza di pubblico è solo il prezzo da pagare per il rispetto dell’ordine di cui sopra, o c’è dell’altro, cioè: forte nevicata, ingresso e guardaroba obbligatori, birra carissima, band relativamente sconosciute…?

La risposta ce la aspettiamo già a fine settimana, quando nell’ambito della serata Drunk In Public spaccheranno tutto i (più noti) Golliwog di Ribnica, i lubianesi Backstage e i nuovi alfieri di casa del metal-seghe melodico, i Hand In Mine del Prekmurje.

La brezza punk-rock di San Giorgio
Nonostante tutto, il quartetto di Šentjur è una brezza punk-rock solida e fresca da est. Ragazzi con una coscienza sociale e critica, che non nascondono le proprie convinzioni (e i propri idoli) né la propria ideologia; però, vista la loro carriera (2007-), nel repertorio sarebbe stato meglio un pezzo originale in più e, diciamo, una o due cover in meno (se proprio, la migliore è stata quella degli svedesi The Hives: I Hate To Say I Told U So…) e, se posso essere un po’ pungente, un po’ più di prove, soprattutto da parte della sezione ritmica, batterista e bassista, non farebbero male.

Il nuovo chitarrista Jaša è particolare, ma ancora poco rodato con il suo strumento, e darà di sicuro una mano a migliorare il suono d’insieme; anche i cori sono piacevoli per orecchie punk, il cantante è intonato il giusto e all’occorrenza capace di fare il frontman, ma di questi ragazzi di casa, i Radiostorm, la cosa che più mi ha colpito è questa: non scherzano – la prova è la resistenza al puzzola dai capelli lunghi, che faceva solo il suo dovere morale, badando che “i tempi filassero” e avvisando che il loro set era finito. Loro invece, tutti ribelli (giusto così, se sei punk, sei punk!), hanno suonato la loro ultima canzone, di nuovo non originale e un tentativo poco riuscito di un pezzo famoso degli idoli americani Bad Religion.

Come ascolto ci propongono il nuovo album, sloveno, di loro composizione, dal suono grezzo (D.I.Y.?) The Chaos Station, uscito sotto l’egida di Subkulturni Azil Maribor. Gli auguro una strada musicale sicura e di successo (il mese prossimo dovrebbero fare un giro anche nelle Isole Britanniche).

I trucchetti punk della palude funzionano!
Se il trio lubianese White Stain viene “catalogato” come un po’ più morbido, pop-punk, l’affiatamento e l’energia sul palco danno invece l’impressione opposta. Suonano forte, e con una resa musicale piena di palle dimostrano che non serve complicarsi la vita con gli arrangiamenti perché la sostanza musicale finale suoni alla perfezione.

Un’occhiata a elementi musicali fuori dal proprio recinto, trovate strumentali ingegnose mentre suonano, senso della melodia – ottime le voci, sia del chitarrista che del bassista, in un equilibrio naturale tra melodie cantate e ringhi punk rivolti a te, caro ascoltatore!

Insomma, sul principio dei trio come gli oltreoceanici Propagandhi e i Blink 182, mi sembra che i ragazzi stiano (ri)trovando quella spinta indispensabile che una band all’inizio ha bisogno di avere per scrollarsi di dosso l’etichetta di debuttante in arrivo. Non saprei però dire quanto, oggi, aiuti il ruolo dell’album, nella maniera “fai-da-te” (D. I. Y.) tipica dell’autoproduzione indipendente?

Ovviamente, da punker idolatrati quali sono, a loro non è indifferente il singolo e le sue catene dentro l’ingranaggio dell’odierno “sistema”, che funziona sotto la ghigliottina spietata del tempo. Il Denaro regna sul suo regno, capitalista, che vive di criminalità organizzata e Siamo Tutti Sue Vittime!

In certi momenti del set, dal canto e da quel che si capiva dei testi, si sentiva anche un po’ di lirica personale e confessionale come mezzo principale per fare poesia, cioè poesia d’amore. Per fortuna, o per la tristezza di qualcuno, non troppo artefatta da un accompagnamento musicale sdolcinato, da “hit”.

Con questa energia carica e magnetica, verso la fine di un programma musicale dinamico, ma rodato e per nulla noioso, verso le dieci di sera, hanno richiamato almeno i loro fan, con tanto di genitori, fratelli, sorelle, amiche e amici.

Dopo più di cento concerti suonati, beh, sanno già come si fanno le cose. Così hanno praticamente preparato il terreno ai protagonisti della serata a base di birra e punk, gli ospiti da Udine, per una degna chiusura dell’evento.

Vi hanno fatto divertire i fratelli Dalton di Udine
Poco dopo le undici gli ospiti sono saliti sul palco dell’Orto, e già dalla formazione, un fiatista e due ottoni oltre alla classica formazione rock a quattro, si capiva che ci aspettava un programma più ska e più festaiolo, e non ci siamo sbagliati.

I ragazzi vengono storicamente proprio da quel finire/inizio di millennio, quando da liceali incidono presto il loro primo EP Pet Friends, venduto dopo i concerti dal vivo in ben 500 copie. Hanno all’attivo due album completi, EMOTIVHATE (Wynona/Sin/Rockhit rec.) e Drink it yourself (Ammonia rec.), più di trecento concerti in più o meno tutta l’Europa centrale, e si vede e si sente, a pieno orecchio e a pieno occhio.

Nello stile degli ska-punker americani Mad Caddies, l’ascoltatore non lo lasciano indifferente, e oggi è già un complimento. Le pause obbligate tra un pezzo e l’altro sono riservate al cantante e frontman e al suo modo di comunicare/legare col pubblico, naturale e tipicamente italiano.

Mentre ringraziano l’organizzatore e le altre band, a dare loro più problemi (di pronuncia) sono (guarda un po’, accidenti!) le espressioni locali “Hvala!” e “Na zdravje”!, ma i sette di Udine (quattro su sette, per via di occhiali e altezza, messi in fila dal più basso al più alto, sembrano i fratelli Dalton) non si lasciano turbare da niente.

Tutto parte da una buona base musicale nella sezione ritmica, il trio fiati/ottoni la rinforza alla grande, la sola chitarra punk, a tutta velocità, la completa, soprattutto nei pezzi ska, e non manca nemmeno la bombetta da un minuto, tosta, in cui mi lascio trascinare anch’io nella parte davanti del pubblico, più “da ballo e da spintoni”.

In grande stile ringraziano Lubiana con una cover piazzata al punto giusto del programma, Rock around the clock di Bill Haley, del lontano 1956, e a mezzanotte in punto, con ordine e disciplina, chiudono la serata “resuscitata” a base di birra e punk.

Noi, abituati alle sbronze punk, grazie agli Umazani Dihurji siamo di nuovo risorti dalla tomba, davvero Hvala!, almeno per quel momento che rende felici, e visto che il prossimo evento del genere è in programma a breve, a fine settimana, d’ora in poi risorgeremo dai morti ogni settimana, in versione zombie.

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