Rising
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Rainbow
Etichetta: Polydor Records
Uscita: 1976
Durata: 33:28
Voto: 5/5
L’imprevedibile virtuoso della chitarra vestito di nero Ritchie Blackmore e il dio del microfono Ronnie James Dio, due leggende della musica che con il debutto dei Rainbow nel 1975 avevano fatto per lo sviluppo e la popolarizzazione dell’hard rock più di quanto faccia in un’intera carriera la maggior parte degli esponenti odierni del genere, erano determinati a prendersi nel 1976 il trono lasciato vacante dei re dell’heavy rock. Il momento per farlo non poteva essere più azzeccato: gli ex compagni di sventura di Blackmore, i Deep Purple, quell’anno si erano sciolti (temporaneamente) in modo poco glorioso, i Black Sabbath, grazie ai ‘meriti’ dei guai con il cantante Ozzy Osbourne, si trovavano in piena crisi esistenziale, e lo stesso si poteva dire degli Uriah Heep, che in quell’anno stavano ancora smaltendo l’addio dell’irripetibile David Byron, mentre l’idea di dare vita ai Whitesnake non aveva ancora cominciato nemmeno a farsi strada negli angoli del cervello di David Coverdale.
La scena hard rock, un po’ arrugginita, era tenuta a galla, oltre che dai Rainbow e dai Blue Öyster Cult, soprattutto da gruppi art rock del calibro di Queen, Rush e Wishbone Ash, mentre i Judas Priest si erano appena affacciati sulla mappa musicale. Anche per colpa dell’arrivo di nuove tendenze musicali, con in testa disco, punk e glam rock, la popolarità del genere attraversava una breve crisi, ma i Rainbow erano decisi a invertire la rotta e a far risalire la curva con il loro secondo album in studio »Rising«, che si colloca proprio tra i vertici della loro produzione.
A questo scopo Blackmore e Dio si sono prima di tutto circondati di tre musicisti capaci di tenere il passo con le loro creazioni, compositive e liriche, di impronta egocentrica. Blackmore ha rinunciato agli altri membri della precedente formazione di Dio, gli Elf, e ha chiamato a collaborare il leggendario batterista Cozy Powell (ex-Jeff Beck), il talentuoso bassista Jimmy Bain e il tastierista universale Tony Carey. Quest’ultimo ha messo sulle sue tastiere una pletora di arrangiamenti classicheggianti che hanno approfondito ancora di più la natura epica e melodrammatica della maggior parte dei brani di »Rising«, mentre su »Stargazer«, pezzo portante dell’intero album, ha collaborato l’Orchestra Filarmonica di Monaco di Baviera.
Questa nuova formazione dei Rainbow, che suonava ancora molto più incisiva della precedente incarnazione, è rimasta insieme solo per poco meno di due anni, ma abbastanza per creare alcuni dei traguardi compositivi più brillanti della storia dell’hard rock, la maggior parte dei quali si trova proprio su »Rising« e sul suo successore in studio »Long Live Rock’n’Roll« (1978). Il tradizionale misticismo e classicismo chitarristico di Blackmore è stato nobilitato da Dio con le sue magie vocali, attraverso cui ha proiettato i suoi testi fantasy su maghi, indovine e cavalieri.
La bomba epica »Tarot Woman« è un’apertura eccezionale per il disco e uno di quei picchi irripetibili dell’hard rock che poteva nascere solo sotto la regia dell’invincibile duo Blackmore-Dio. L’assolo di sintetizzatore d’apertura di Carey fa da enigmatica ouverture alla sezione d’urto, dettata dalla stampede batteristica di Powell, dal rimbombo delle linee di basso di Bain e soprattutto dal fraseggio chitarristico rovente e al tempo stesso innovativo di Blackmore. Nel momento in cui entra la voce tonante di Ronnie, con il suo racconto di una misteriosa indovina, si crea una vera atmosfera epica, con il trionfo in un ritornello magnifico. Su questo evergreen leggendario si sente a ogni passo quanto fossero allora una macchina ben oliata e senza compromessi i Rainbow, sotto il comune patronato di Ritchie e Ronnie. Anche l’influenza di »Tarot Woman« sullo sviluppo delle prime forme di heavy metal britannico è stata straordinaria, e ancora oggi si sente in alcuni lavori di gruppi del genere.
»Run With the Wolf« rappresenta un temporaneo ripiegamento su un tempo un po’ più lento, ma il livello di impatto non cala minimamente sotto i crash spietati della batteria e con l’aiuto dei passaggi di chitarra bruciante, mentre, soprattutto nel ritornello, torna a dominare un’atmosfera marcatamente epica. Con uno specifico intermezzo improvvisato di chitarra Ritchie conferma ancora una volta il suo ruolo di grande innovatore dello strumento, mentre la voce di Ronnie non perde un grammo della sua tradizionale tonante epicità e combattività. Sul non meno focoso »Starstruck«, dove Dio camuffa con astuzia il suo racconto di una donna fatale in un’altra avventura mistica, tra l’ondata di frasi chitarristiche brillanti si avvertono anche le radici blues rock di Blackmore. Il ritornello d’urto e vendicativo spicca tra le numerose variazioni di chitarra con cui Ritchie ‘spalma’ i passaggi di batteria senza compromessi di Powell. »Do You Close Your Eyes«, un hard rocker breve ma iconoclasta, porta in primo piano un possente fraseggio di chitarra, mentre la voce irritata di Ronnie costruisce con efficacia un’atmosfera drammatica che culmina in un ritornello epico.
Il momento migliore di »Rising« è però il capolavoro epico »Stargazer«, la superba risposta di Blackmore e Dio al classico dei Led Zeppelin »Kashmir«, con cui condivide soprattutto un fraseggio di chitarra affine e un’analoga atmosfera orientaleggiante e mistica, che risucchia l’ascoltatore in un attimo nel cuore di questa potente epopea. Qui la natura art rock dei primi Rainbow brilla in tutto il suo splendore. Il racconto fantasy di Ronnie su un mago e sul suo viaggio mistico verso le stelle è scandito da crash di batteria devastanti e da passaggi di chitarra infernali, mentre per la profondità classicheggiante ci pensano gli arrangiamenti orchestrali dell’orchestra filarmonica, in tandem con le linee di sintetizzatore di Carey, condite di sinfonismo. L’atmosfera solenne e pomposa raggiunge nuove dimensioni nel ritornello maestoso, mentre nella parte centrale non manca una variazione di chitarra innovativa con cui Ritchie potenzia ulteriormente la magia epica generale. Ancora oggi non è per niente un’esagerazione definire »Stargazer« uno dei migliori traguardi dell’hard rock di tutti i tempi e uno dei vertici del rock degli anni Settanta.
L’atto conclusivo dell’album, il piuttosto fatalista »A Light in the Black«, è lanciato a un tempo martellante, il più veloce possibile, e qui si può ammirare ancora una volta l’eccezionale coesione tra i singoli membri di questa irripetibile formazione dei Rainbow. Il fulmineo Ronnie canta di nuovo come un ‘aeroplano’, mentre lo accompagnano la stampede batteristica di Powell e Blackmore, che non risparmia raffiche di passaggi di chitarra decisamente brutali per i tempi. Anche Carey si concede nel mezzo un’astuta cavalcata di sintetizzatore con cui dimostra di essere stato uno dei più sottovalutati innovatori delle tastiere della sua epoca. Gli inserti strumentali virtuosistici, lanciati a tempo accelerato, allungano la composizione di almeno il doppio, ma ancora oggi suonano divertenti e innovativi. È stata una di quelle composizioni chiave che hanno contribuito a far sì che i gruppi hard rock successivi cominciassero a suonare sempre più veloce e più incisivo.
»Rising« è stato riconosciuto come un capolavoro dell’hard rock fin dall’uscita, e con gli anni il suo prestigio è solo cresciuto: è giusto, quindi, celebrare come si deve ogni volta che se ne presenta l’occasione uno dei due migliori lavori in studio dei Rainbow. È triste che due dei musicisti che hanno partecipato a questo classico in studio siano ormai scomparsi (Dio e Powell), mentre a Blackmore, con l’età, ‘è partito il film’ e ha deciso di farsi moderno Robin Hood, il che significa che oggi i brani di »Rising« dagli uomini che hanno contribuito a crearli non si possono praticamente più sentire dal vivo. Gli ego trip tra l’uomo in nero e l’ometto dalla voce possente nel 1976 diventavano purtroppo sempre più frequenti, e nei due anni successivi la loro collaborazione ha cominciato lentamente a incrinarsi. A Blackmore, infatti, iniziavano a stare indigesti i testi ‘tolkieniani’ di Dio, mentre il cantante-tuono già in generale sopportava male, nella sua compagnia, gli egomaniaci dalle numerose abitudini eccentriche.
Formazione
Ritchie Blackmore – chitarra
Ronnie James Dio – voce
Jimmy Bain – basso
Cozy Powell – batteria
Tony Carey – tastiere
MUSICISTI OSPITI:
Orchestra Filarmonica di Monaco di Baviera – arrangiamenti orchestrali
Fritz Sonnleitner – primo violino
Rainer Pietsch – direttore d’orchestra
Produzione
Martin Birch
Tracklist
1. Tarot Woman
2. Run with the Wolf
3. Starstruck
4. Do You Close Your Eyes
5. Stargazer
6. A Light in the Black