Songs for the End of the World

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Springfield, Rick
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2012
Durata: 41:44
Voto: 4.5/5

Con l’album »Songs For The End Of The World« Rick Springfield ha chiuso nel modo più elegante possibile la storia iniziata dal suo predecessore »Venus in Overdrive« (2008), consegnando alle masse uno dei migliori album rock del 2012!

L’australiano Springfield è un po’ l’equivalente del canadese Bryan Adams, con la differenza che Rick »sporca« con criterio il suo lascito musicale, quello che gli ha dato la fama un sacco di anni fa, e così riesce a mantenere intatta tutta l’essenza degli elementi riconoscibili del suo linguaggio musicale.  Molti suoi coetanei, nella spasmodica voglia di restare commercialmente a galla, si sono scottati ben bene in avventure musicali simili. Springfield invece, a differenza loro, resta una costante. Il tizio è sempre stato famoso per aver messo in piedi album diversi e, spostando e allargando i confini creativi, ha sempre mantenuto con successo la sua riconoscibilità musicale di base.

»Songs for the End of the Word« è un esempio da manuale di mosse dosate alla perfezione nel trasformare il proprio carattere autoriale fino a farlo stare al passo con la produzione sonora di oggi, ma anche con certi stimoli di genere attuali nel rock, quelli che oggi molte trombe in mano alle corporation spingono in modo categorico. Rick ha preso il meglio da entrambi i mondi e ha fuso le due storie in un album nuovo, fresco, ispirato, che trabocca di spirito giovanile, della proverbiale melodia contagiosa di Rick, della giusta dose di intensità rock e, ovviamente, di una dose stuzzicante e mai invadente di pomposità.  

Va detto subito che a più di sessant’anni suonati Rick resta un cantante fantastico. Il personaggio gentile, elegante e sempre positivo del fascinoso dottor Noah Drake della serie General Hospital nella vita privata non offre in realtà punti di partenza per identificarsi con facilità in quel ruolo. Per questo la poesia di Rick è sempre stata più profonda e concreta nei contenuti: si può dire che il tizio ha sempre saputo guidare con finezza l’ascoltatore attraverso i suoi orizzonti personali di rivelazione, negli angoli nascosti dell’anima, e far passare dalla musica emozioni di dolore e rabbia. »Songs for the End of the Word« è un nuovo documento di questo tipo. È però un album che, nonostante il titolo dal suono apocalittico, cresce e si sviluppa sempre con uno spirito positivo.

Springfield potrebbe essersi ritirato da un pezzo, visto che nella vita ha ottenuto tutto ciò che un artista del suo calibro può desiderare. Attore noto, di recente con l’autobiografia  »Late, Late at Night…: A Memoir«, pubblicata da Simon & Schuster’s Touchstone, è balzato sulla classifica dei »best seller« del New York Times a un’ottima 13ª posizione, mentre la rivista Rolling Stone ha messo quello stesso libro tra le 25 migliori autobiografie di tutti i tempi.  Per colmare la misura, bisogna aggiungere una carriera musicale di enorme successo, con oltre 25 milioni di album venduti a oggi e ben 17 hit entrati nella Top 40 americana, con evergreen come, tra gli altri, »Don’t Talk to Strangers«, »An Affair of the Heart«, »I’ve Done Everything for You«, »Love Somebody«, »Human Touch« e »Celebrate Youth«. E ovviamente non si può dimenticare il prestigioso Grammy per la miglior performance vocale rock maschile, vinto con la sua hit numero 1 »Jessie’s Girl«.

Alla bella età di 63 anni a Rick la vitalità non manca. Supera ancora i 100 concerti l’anno e con il nuovo lavoro conferma di essere ben lontano dall’aver esaurito la sua missione e di avere ancora in serbo una marea di messaggi acuti, che ha concentrato anche nell’ultimo »Songs For the End Of the World«. Di pezzi ce n’era una vera pletora e le edizioni con tracce extra (e copertine diverse) sono parecchie. Be’, le copie promo consegnano sempre solo i brani dell’album, quindi ci limiteremo alla versione regolare, che dura poco più di  41 minuti di musica nuova di Springfield.

L’apertura dell’album parte a razzo, tanto che all’inizio non capisci bene se per sbaglio hai infilato nel lettore CD un disco dei NOFX. L’opener Wide Awake racchiude tutto il senso della predica musicale di Springfield nel 2012, come descritto nel terzo paragrafo di questa recensione. Ha unito alla perfezione il suo senso primario per la perfezione melodica contagiosa con il suono alla moda, cercatissimo, dei tempi nuovi. Immagina una forma ridotta a tre accordi che però funziona a pieno regime in una combinazione rapace di melodie vocali e intensità rock. Lo sanno fare solo i vecchi volponi, e Rick è tra i migliori.  L’incastro ideale tra i vecchi tempi musicali e i nuovi Rick l’ha centrato soprattutto in My Last Heartbeat.

La carica contagiosa non cala lungo tutto l’album, con il rock vivace e pulsante di I Hate Myself e l’ammaliante, anthemica Our Ship’s Sinking. Se nel dialogo col suo angelo in Gabriel sfiora quasi l’atmosfera »heartland« moderna di The Killers, Love Screws Me Up (»L’amore mi ha fregato«), in origine più lenta e nata già ai tempi di »Karma« (1999), suona classica e per varietà è più vicina agli amanti dei coetanei di Springfield Bruce Springsteen e Bryan Adams.  Una nuova svolta dinamica di questo prodotto estremamente variegato ma purosangue Springfield arriva con Depravitiy, che nella sua fusione provocante sfiora l’art, fino a prese prog rock non troppo lontane  dai lavori più accessibili, dall’impatto compatto, di gruppi come Spock’s Beard e di Neal Morse solista. Ma questo pezzo conquista soprattutto per l’eccezionale »groove« atmosferico, pieno di un motivo anthemico contagioso nel ritornello. Le linee di basso di Matt Bissonette-ja sono spesso fondamentali nella creazione del groove sull’album. Dopo Depravity lo conferma l’ottima chiusura, rockettara e arruffata,  One Way Street, che chiude con intensità questo album. Nel ritornello di quest’ultima Rick strizza l’occhio alla melodicità dell’eredità beatlesiana, che attraverso la morsa moderna dei nuovi tempi in produzione ha ripreso un po’ della contagiosità neo art/prog rock americana del già citato Neal Morse. 

Joshua, il pezzo meno interessante dell’album, è dedicata al figlio di Rick, e dal testo non è difficile leggere i consigli di vita basilari di un padre al figlio. Ragazze e donne mature invece si scioglieranno anche stavolta a dosi piene sulla voce di Rick, quando metteranno su You And Me – una ballad d’impatto. A Sign Of Life e la cupa I Found You sono i brani che sull’album hanno più legami di parentela con il predecessore »Venus In Overdrive« (2008).

Springfield è un perfezionista e un visionario lucido quando si butta nelle sue creazioni. In studio ha chiamato lo straordinario Matt Bissonette, senza il quale Rick da solo di certo non avrebbe portato a casa tutto sul nuovo album con la stessa efficacia con cui le idee gli si agitavano in testa all’inizio. Bissonette è un raffinato mago da studio che ha messo in pratica le idee di Springfield da maestro, con il suo fenomenale senso per la creazione di un prodotto vivo e dal suono dinamico a pieno respiro. Su »Songs for the End of the Word« torna con i suoi servigi alla chitarra, dopo »Karma« del 1999, lo storico compagno di Rick Tim Pierce, mentre gli strati di armonie vocali sono, in punti precisi, ancora più succosamente conditi, visto che sull’album partecipano anche due vocalist rodati: Richard Page (Mr. Mister) e John Waite (solo, ex-Bad English).

Springfield e Bissonette hanno messo su nastro tutti i pezzi alla luce di uno straordinario sviluppo dinamico. In questo modo hanno sottolineato in maniera marcata i contrasti, catturando la varietà elementare tra i brani (quanto ai motivi portanti), e spesso l’orecchio non può non cogliere più linee di chitarra che ispessiscono il suono dandogli dinamica e vivacità. Rick ha sempre tenuto nel suo sound un riff di chitarra deciso, e nei tempi nuovi questi riff si allargano ancora di più. Ovviamente non si possono saltare le melodie vocali perfette, che Springfield costruisce a strati proprio come le linee di chitarra. Armonizzando più linee vocali in una bombastica anthemica e rapace di ritornelli e pre-ritornelli.

»Songs for the End of the World« è un album che ti tiene incollato dall’inizio alla fine, perché ha una straordinaria varietà di colori, vivacità organica, ricchezza dinamica, la vera essenza di Rick Springfield come compositore e interprete vocale. Con questo disco Springfield resta giovane, ispirato, provocatorio e inesauribile di idee. È il vertice delle uscite di rock melodico del 2012, se non addirittura il miglior album di genere dell’annata.  Con questo Springfield è maturato di un altro gradino! Ora speriamo che si »faccia vivo« anche con qualche concerto europeo. Sarebbe ora.

Formazione

Rick Springfield – voce, chitarra
Matt Bissonette – basso, tastiere, cori
George Bernhardt – chitarra
Rodger Carter – batteria

MUSICISTI OSPITI:
George Nastos – chitarra
Dan Strain – chitarra
Tim Pierce – chitarra
Ronnie Grinel – percussioni
Richard Page – voce nei brani n. 2, 7 e 12
John Waite – voce nel brano n. 2

Produzione

Rick Springfield & Matt Bissonette

Tracklist

1. Wide Awake
2. Our Ship’s Sinking
3. I Hate Myself
4. You And Me
5. Gabriel
6. A Sign of Life
7. My Last Heartbeat
8. Joshua
9. Love Screws Me Up
10. I Found You; Depravity
11. One Way Street

BRANI EXTRA (versione europea dell’album):
12. Let Me In
13. My DUI

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