Robert Plant & Strange Sensation da brividi: i Led Zeppelin in un vestito musicale tutto nuovo (2005)
Luogo: Pordenone (Italia), Palazzo dello Sport
Data del concerto: 28.11.2005
Pubblico: 2500
Prezzo del biglietto: 25,00€
Per quanto riguarda le trasferte all’estero, un novembre da concerti scatenati si è chiuso in bellezza con la serata di una voce leggendaria, la voce dei leggendari, onnipotenti Led Zeppelin. A rendere la giornata indimenticabile ci hanno pensato le sbandatine in macchina su strade fradice e in parte innevate, un cappotto strappato, una precedenza estorta a forza, una splendida strisciata sul parafango sinistro e il controllo del tasso di paura alcolica nel comitato di benvenuto all’uscita Lubiana Center, verso l’una di notte, al ritorno. Insomma, una bella chiusura tonda per la stagione concertistica del 2005. Vita nello spirito del rock’n’roll, che diamine!
Pallazo dello Sport, ore 20:00, biglietto da miseri 25,00€, e il gruppo spalla sbuca sul palco. Ragazzotti in calzoncini corti con ciuffi pettinati alla “Presley”, cantante rossiccio con occhiali a montatura di corno stile “Buddy Holy”. Ci sono voluti buoni minuti per riprendermi e capire che la scena Rock A Billy vive ancora in mezzo a noi anche nel nuovo millennio. Contrabbasso, chitarra copia di una Gibson ES 335, microfono di quel design con cui avevano fatto amicizia già Frank Sinatra e Fred Astair, e “knicker bockers” con le bretelle. Ragazzi totalmente dentro la scena. Presenza scenica convincente e un set davvero ottimo. La gente, ovviamente, guardava il tutto da lontano con più o meno indifferenza, il che non era un bello spettacolo. E questo ricordava il triste fatto che la scena Rock A Billy è stata asfaltata dal tempo ormai da un pezzo. Del resto anche il pubblico presente, che aspettava in trepida eccitazione l’arrivo di “Robert della piantagione”, con la rinascita del Rock A Billy non era proprio sulla stessa lunghezza d’onda. Dopo 40 minuti di “baldoria” con questi giovanotti, di cui purtroppo non sono riuscito a scovare il nome della band, non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che qualcuno tra noi avesse perso il senso del tempo e dello spazio e, naturalmente, anche il sano gusto coi piedi per terra. Scaduti quei minuti, abbiamo potuto finalmente riprendere fiato a pieni polmoni, perché si avvicinava il cuore della nostra scorribanda bagnata e infangata fino a Pordenone.
Un intro lunghissimo, con inserti di Shine It All Around, che non voleva proprio finire, tanto che a un certo punto sembrava strano, come se non fosse ancora tutto pronto e ci stessero un po’ prendendo in giro. Sagome nel buio sul palco, la gente salta in aria, soprattutto quando tra di loro riconosce quello con la chioma “da barboncino”. Di gente non ce n’era tanta, circa 2500, intendo “tanta” rispetto alle dimensioni di una sala che sicuramente ospita circa 9.000 bipedi in posizione eretta. Così, nonostante tutto, tra la folla si riusciva a gironzolare tranquillamente nel vuoto.
Freedom Fries è una bella sorpresa per aprire il concerto. Ancora più grande la sorpresa quando Plant ha proseguito con una cover di Seven And Seven Is? dei preistorici Love, band di rock blues. Fino a quel momento Plant, con gli Strange Sensation nella formazione Clive Deamer (batteria), Charlie Jones (basso), John Baggott (tastiere), Justin Adams (chitarra), Porl Thompson (chitarra), aveva messo in fila un bellissimo contrasto di atmosfere tra il riscaldamento semi-acustico di Freedom Fries e la cover più rockeggiante e sferragliante dei Love. Ma non era ancora finita. Plant ha messo il primo puntino sulla “i” quando ha attaccato la prima canzone dei Led Zeppelin in scaletta. E non perché nessuno se l’aspettasse. Se fosse stato così, ai suoi concerti verrebbero in 15, e pure quelli sarebbero probabilmente membri della sua famiglia. A sorprendere è stato proprio l’arrangiamento del pezzo scelto. Black Dog è stata suonata in versione semi-acustica, con tamburelli, congas… una vera rinfrescata per le orecchie. Robert regnava col suo indimenticabile vocione. Il canto a tratti quasi parlato, quasi narrativo, poi l’esplosione improvvisa con il celebre urlo frenetico alla Zeppelin. Plant è un cantante che, col suo dono, riesce a infilare l’una dopo l’altra e a richiamare in vita con la massima facilità atmosfere diverse da una canzone all’altra.
Il repertorio era fatto di “zeppelinismi” e “plantismi”. I “plantismi” erano 5 brani, tutti presi dall’ultimo album in studio “Mighty Rearranger”, più un’ottima cover del celebre “hendrixismo” Hey Joe, che originariamente si trova sull’album in studio di Plant “Dreamland” (2003) e dal vivo colpiva dritta in vena con quell’atmosfera psycho cupa e ovattata, evocata di proposito. Gli “zeppelinismi” scintillavano nelle esecuzioni attraverso gli indimenticabili suoni di Going To California, Four Sticks, What Is And What Should Never Be, Gallows Pole, When The Leeve Breaks (con l’aggiunta del mandolino). Tutti riarrangiati e rivestiti di abiti nuovi, decorati con bellissimi ritmi etno folk e toni semi-acustici. Incredibile come la voce di Robert regni sempre con facilità al centro di tutto quello che succede sul palco e come gli Strange Sensation respirino in perfetta armonia con lui. I pezzi dei Led Zeppelin erano stati ristrutturati in modo così azzeccato che suonavano praticamente come qualcosa di completamente nuovo, mai sentito. Tra tutti è difficile sceglierne uno che “spacchi” di più (in senso positivo, cioè che ti faccia correre i brividi di piacere lungo la schiena), ma per riuscita dell’arrangiamento vale la pena sottolineare in particolare When The Leeve Breaks. Spiritosa, sentita, con un tocco raffinato, la voce di Plant è rimasta intatta. Certo, Plant non “forza” più le corde vocali come faceva negli anni Settanta con gli Zeppelin, ma a tratti, con esplosioni frenetiche, ha convinto tutti i San Tommaso scettici che la sua voce porta ancora tutti i marchi di fabbrica, ovvero la grandezza per cui gli Zeppelin, e Plant con loro, hanno lasciato un segno indelebile nella storia del rock.
Curioso che Plant abbia lasciato fuori dalla scaletta l’ottima Shine It All Around, uscita anche come singolo. Fino al concerto di Firenze di due giorni prima, in questo tour era regolarmente nella scaletta.
Plant era di ottimo umore. Verso il pubblico un po’ più di poche parole, o meglio volutamente trattenuto, di quanto ci si sarebbe aspettati da lui, e durante il concerto si sentiva sempre un pizzico di routine in più. Ovviamente non ha potuto fare a meno di qualche battuta cinica e di prendersi in giro da solo, eppure di sicuro non è stato il suo massimo dal vivo.
Il gruppo ha chiuso l’esibizione e il concerto con l’indistruttibile beat zeppeliniano e, ovviamente, il riff. Stavolta senza traccia di semi-acustico. Sul palco è scoppiata la vera febbre zeppeliniana. Whole Lotta Love in forma autenticamente zeppeliniana, tirata per le lunghe, con una parte strumentale centrale psichedelica in cui la band si è sfogata tirando fuori suoni sperimentali spezzati che anche nel 2005 suonavano incredibilmente freschi, anche se a giocarci per primo, da inventore, sul palco e in studio, già nel lontano 1971 era stato il loro paparino Jimmy Page. Insomma, il beat, il suono e naturalmente la voce di Plant ci hanno portato dritti dritti nei Led Zeppelin classici. La gente ha accompagnato la band con un gran fracasso e applausi scroscianti.
Plant e gli Strange Sensation funzionano insieme come un fenomeno lontano anni luce da quello di Plant con Page, nel tour di promozione del loro album “Walking Into Clarksdale”. Allora sul palco suonavano davvero come i Led Zeppelin. Stavolta gli Strange Sensation hanno cucito su misura, a modo loro, l’eredità dei Led Zeppelin. In un modo tutto loro. Straordinari, ingegnosi guizzi e deviazioni etno folk e riusciti arrangiamenti semi-acustici, in cui la voce di Plant si incastra alla perfezione. Gli Strange Sensation sono una band incredibilmente rodata e compatta. Si vede che ne hanno già passate parecchie insieme sul palco. La chimica tra i ragazzi era fenomenale e, se ci aggiungiamo un Robert Plant di buon umore, è stato davvero un centro pieno. Sotto questo aspetto possiamo piazzare questo concerto un gradino sopra quelli con Page sul palco nel 1998 (vi ricordate Zagabria?). Dico sotto questo aspetto nel senso di arrangiamenti nuovi e rinfrescanti e, insieme, di una resa convincente degli stessi. Diverso, ma allo stesso tempo incredibilmente spiritoso e fresco, con un senso straordinario per l’approccio raffinato e la performance, che per accompagnare un cantante del calibro di Robert Plant è una necessità irrinunciabile! Sembra che Robert Plant abbia finalmente trovato la band di supporto vincente, cucita su misura per lui e capace, nella sua sperimentazione e ricerca senza paura, di mostrare in futuro ancora molte cose estremamente imponenti.
Forse ha sorpreso un po’ la scaletta corta e, ovviamente, il fatto di aver ignorato i brani di tutti gli altri album in studio di Plant, ma alla fine il minutaggio ha portato comunque a quasi due ore di show, che è il noto standard dei concerti rock. Robert Plant resta un incredibile carisma da palcoscenico e un showman pieno di energia, a cui il fiato è ben lontano dall’essere finito. Dopo aver visto la creatività degli Strange Sensation sotto la bacchetta di una leggenda, possiamo aspettarci presto anche un nuovo album in studio. Quante parole in questo reportage di piantagione! E in primavera 2006 ci sorride già un nuovo tour europeo di Plant & Strange Sensation.
Scaletta
1 Intro (Liquidator & Shine It All Around remix)
2 Freedom Fries
3 Seven And Seven Is?
4 Black Dog
5 Let The Four Winds Blow
6 Going To California
7 Another Tribe
8 Four Sticks
9 Hey Joe
10 What Is And What Should Never Be
11 Gallows Pole
12 Tin Pan Valley
13 When The Levee Breaks
14 The Enchanter
bis
15 Intro (feat Hoochie Koochie Man)
16 Whole Lotta Love