Rock Batuje 2015!

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Batuje / Športni park / Slovenia
Data del concerto: 17.07.2015
Numero di spettatori: 2000
Prezzo del biglietto: 10,00€

Il Rock Batuje di quest’anno ha portato sul palco cinque band legate alla tradizione classica del rock’n’roll, dell’hard rock e dell’heavy metal. Tra loro, però, le differenze di stile e di approccio artistico si sentono eccome. Sono sbarcati ad Ajdovščina i giovani lubianesi Pyroxene, poi gli Madbringer di Ajdovščina, giurati portabandiera dell’eredità delle leggende rock Pomaranča, e c’è stato posto anche per il decano del rock sloveno Pero Lovšin e per gli Šank Rock appena riesumati. La ciliegina sulla torta l’hanno messa gli svedesi Bullet, revivalisti di hard rock e heavy metal. Il tutto per la miseria di 10,00€.

Alle otto di sera l’area era semideserta, ma sul palco c’erano già i Pyroxene. Il programma è partito almeno mezz’ora prima di quanto annunciato. I Pyroxene sono un mix curioso e insolito di vecchia e nuova scuola. Hanno una personalità autoriale interessante e l’ascoltatore finisce subito in imbarazzo, anzi nel pallone, quando ci sente dentro le influenze di Judas Priest, Black Sabbath, Thin Lizzy, mentre i riff si contagiano presto anche di thrash metal. Esibizione corretta e solidissima, con l’urlatore estremo Jan Tehovnik (Lene kosti) al centro della scena, che promette bene per il futuro. La band si sta infatti preparando a registrare un disco in studio, che possiamo aspettarci più o meno all’inizio del prossimo anno. Peccato che non ci fosse più gente, perché questa band si merita decisamente attenzione.

Anche quando sul palco sono saliti i Madbringer con un repertorio che riportava in vita l’eredità dei Pomaranča, la maggior parte dei presenti preferiva restare dalle parti dei banchi del bar. Anche nell’outfit da palco la band ha cercato di catturare l’aria della prima metà degli anni Ottanta, quando i Pomaranča facevano sfracelli sulla scena rock dell’ex Jugoslavia. Soprattutto, però, vanno fatti i complimenti al fonico, che per la serata ha «ordinato» alla band un suono eccellente. Le linee di basso graffiavano alla grande. Certo, in alcuni punti l’affiatamento è ancora da limare, ma nel  complesso i Madbringer hanno servito un divertimento dignitosissimo e veracemente genuino a tutti gli amanti dei suoni leggendari di una delle formazioni hard rock e heavy metal più importanti dalle nostre parti. Tra le altre sono rimbombate Uniformiranci, Moli, Šminka, Moja Smrkljica, Goba zla, Soldat, Madbringer, Your Eyes Call Me Back To Tokyo e, per il gran finale, Krvave čipke.

Su Pero Lovšin non c’è bisogno di sprecare parole. Quell’uomo è nato per il palco. Il suo repertorio pieno di hit diventati patrimonio popolare, che tirava fuori dalle maniche come niente, insieme ai pezzi dell’ultimo album in studio »Za spremembo« (2012), ha portato sotto il palco un bel po’ di gente, che ha condiviso il buonumore con l’icona del rock sloveno. Pero, con il suo celebre cappello di paglia e gli occhiali da sole, è entrato alla perfezione nella parte di quello che ti fa dondolare e cullare, mentre il suo inconfondibile approccio vocale ha trovato un sostegno eccellente nella squadra superaffiatata degli Španski borci. Pero resta un asso a modo suo, e questo non glielo toglie nessuno.

Anche se gli Šank Rock erano annunciati come ultimi della serata, evidentemente all’ultimo momento c’è stato un cambio. Così hanno preso il palco subito dopo Pero Lovšin. L’attacco con l’ottimo nuovo pezzo Restart (che bussa già alla porta per entrare stabilmente tra i classici del repertorio di ferro della band), sfociato subito in Rokerji, è salito piano piano fino al momento clou di questo Rock Batuje. Sotto il palco si era radunato il pubblico più numeroso del festival fino a quel punto. Gli Šank Rock, che stanno vivendo una nuova fioritura giovanile e sono tornati in attività con Zuljan in formazione, sono vecchie volpi. Scoppiano di energia in eccesso e di voglia di stare sul palco. Esibizione studiata, voce decisa e penetrante di Matjaž Jelen con l’immancabile flirtare e interagire col pubblico, sviluppo ad alta dinamica e, sopra ogni cosa, affiatamento ed esecuzione scenica del materiale a livelli eccellenti. I picchi del caos con gli »Šankoti«? Metulj e Pravljica o mavričnih ljudeh.

I Bullet si sono ritrovati in un ruolo davvero ingrato. Sono saliti sul palco ben oltre mezzanotte e, siccome il pubblico li conosce meno, dopo il concerto degli »Šankoti« un sacco di gente ha lasciato l’area, oppure se n’è andata alla deriva verso i banchi del bar, da dove ha seguito da lontano l’esibizione degli svedesi. I Bullet sono dei professionisti. Ogni movimento sul palco è studiato alla perfezione. Ogni secondo pure. Di secondi di troppo non ne troverai. Ottieni quanto paghi. Il quintetto pesca l’ispirazione soprattutto da AC/DC, Judas Priest e, in misura minore, anche da Thin Lizzy e dalle band del movimento N.W.O.B.H.M. Revivalisti, insomma, che non scoprono l’acqua calda sulla scena. Sono comparsi sulla scena con band simili intorno al 2010. In questa falange del revivalismo possiamo mettere senza problemi formazioni come Vanderbuyst, Enforcer e/o Steelwing. La voce di Hell Hofer è estremamente acuta, i suoi strilli spaccavano i timpani, e la band ha aperto il concerto con la title track dell’ultimo album »Storm of Blades« (2015) aggiungendo alla scaletta, tra le altre, anche: Riding High , Rolling Home, Pay the Price, Turn It Up Loud, Dusk Til Dawn, Stay Wild, Hammer Down, Bang Your Head e Bite the Bullet.

A rovinare un’esibizione eccellente e sicura c’era la consapevolezza della folla che a poco a poco defluiva dall’area. Alla fine le file sotto il palco erano completamente decimate. La band, comunque, sul palco non si è concessa di darlo a vedere, che è una posa onesta e professionale. Complimenti per questo. Ogni tanto, però, disturbava la somiglianza eccessiva di certe frasi e motivi con l’eredità già inventata dalle band pioniere del rock’n’roll citate prima, ma la routine, in cui si sentivano anche tanto cuore e dedizione alla musica, ha preso il sopravvento e i Bullet si sono rivelati una vera attrazione dal vivo, capace di convincere.

Il festival era impostato benissimo fin dall’inizio. L’obiezione che nello stesso periodo succedono troppe cose in contemporanea non regge. Il prezzo dei biglietti era infatti simbolico, quindi è semplicemente inconcepibile come al festival non si siano riuscite a contare nemmeno 2000 persone. E basta. Dalla scelta delle band ai prezzi amichevoli della birra, al parcheggio, persino allo spazio per le tende. Per tutto si era provveduto «tip top». Mancava solo la gente, spuntata da nessuna parte. Speriamo che il festival sopravviva, e all’organizzatore vanno tutti i complimenti per la fede nella causa e la tenacia! 

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