Rock Shock
Artista: Rock Shock
Etichetta: Autoprodotto
Uscita: year
Durata: 36:48
Voto: 2.5/5
Il quintetto sloveno Rock Shock è una band che porta avanti la tradizione moderna delle hard rock band slovene degli anni Ottanta. A convincerti in questo senso, sul momento, sono sia il tipo di composizioni sia la stessa costruzione del suono in studio. Con l’esordio i ragazzi ci offrono uno sguardo sul loro potenziale, ma anche su mosse inequivocabili che indicano una bella dose di ingenuità da debuttanti, anzi, di occasionali perdite del giusto orientamento sulla strada solida verso la meta (leggi: seguire la propria direzione musicale).
Il modo di comporre a tratti strizza forte l’occhio allo stile di certi Mary Rose (Glej me v oči, poi Ne poznam te, o soprattutto il brano Igra), del romantico intenerito Vili Resnik ai tempi dei Pop Design (Vračam spomine) o degli Shank Rock (il ritornello di Ti ne veš, il ritornello di Gremo na pir).
La produzione è monodimensionale, ti spara in un attimo dritto nel suono del rock sloveno, o del mainstream pop rock degli anni Ottanta. Così com’è, dà troppo poco risalto ai singoli mattoni della musica (tastiere, riff di chitarra, passaggi chitarristici – decorativi motivi melodici all’unisono) proprio nei punti in cui sono loro a prendere il comando dei motivi di base, e questo è un bel meno quando si tratta di sviluppare la dinamica dell’album, ovvero di ottenere un suono ondeggiante e movimentato. Così la produzione resta anche molto in debito sul fronte del momento drammatico in certe parti dei brani, dove sarebbe stato possibile svilupparlo con sicurezza. Nonostante la varietà di base dei pezzi, il trattamento del suono in studio non la segue, e perciò il potenziale del linguaggio musicale della band in studio resta sfruttato in modo non ottimale. Per il 2009 è un debito grosso, anzi, un peccato.
Naturalmente viene da chiedersi che cosa volesse la band, che cosa sia successo con la chimica di lavoro del gruppo in studio. È assolutamente plausibile che i ragazzi andassero d’accordo alla grande e avessero un feeling superiore in tutto quello che facevano in studio. Ma il prodotto restituisce un’immagine un po’ diversa. Può capitare spesso anche il contrario: in studio l’atmosfera è tremenda, eppure l’album ti porta la gloria, perché le masse musicali lo percepiscono in tutt’altro modo rispetto all’artista stesso. Ma sono solo riflessioni, riflessioni che, spero, renderanno più facile spiegare alcuni dei fatti che seguono in questa analisi.
I ragazzi dimostrano di essere ottimi musicisti, di essere talentuosi. Alcune parti dell’album mostrano un grande potenziale della band. Per prime metto in evidenza le parti più preziose di questo disco. Il ritornello del brano Zdaj letim, per melodia e compattezza, è così ben rifinito che non farebbe sfigurare nemmeno le formazioni AOR/hard rock melodico più grosse di questo pianeta. Ma, appunto, si annacqua se ascolti il pezzo da capo a coda. Si tratta del brano d’apertura, a cui manca un’introduzione dilatata, di quelle che attirano l’ascoltatore come il profumo inebriante del nettare di un’orchidea attira un calabrone ingordo. Il pezzo parte a scatti. Il riff principale colpisce subito e dopo pochi secondi entra già la voce. Un brano di questo tipo funzionerebbe molto meglio, ad esempio, se fosse messo in scaletta proprio alla fine. Anche la fine di un album ha bisogno di intensità. Il pezzo è audace, rifinito e abbastanza intenso. Come tale, per qualità spicca sull’album. Purtroppo però ne riprende una versione che si capirebbe meglio se portasse il suffisso “radio edit”. Manca insomma quel crescendo graduale dell’atmosfera che esige ogni inizio di un album rock moderno. Già l’intro del brano Heroj, condotta su un suono di tastiere anni Ottanta, offre uno spunto su come i ragazzi avrebbero forse potuto affrontare l’apertura del disco.
Anche Heroj è un momento dell’album che per qualità si staglia sul resto. Qui alla band è riuscito di mettere insieme con successo i mattoni del pre-ritornello e del ritornello con tutte le parti di passaggio. Il brano offre un crescendo drammatico che raggiunge il culmine nel ritornello, soprattutto grazie a un passaggio di collegamento molto azzeccato (tre versi di fila che partono con il verso: “Hočeš, da te vzamem…”). Insieme a Zdaj letim, vale la pena di pensarci quando si scelgono i candidati per il singolo dei Rock Shock. Un super momento dell’album è anche il ritornello di Glej me v oči, dove un ruolo molto importante lo gioca un po’ più di rumorosa rinascita riffistica della chitarra. Un grande potenziale della band lo esprime anche Čakam te. È un brano di tempo medio, dove la band ha inserito con coraggio il suono di un pianoforte classico, che nel ritornello cede il primato a una dose più rock di rumore distorto di chitarra. Con crescendo e con la sensazione di compattezza melodica mantenuta tra pre-ritornello e ritornello. C’è poi Ne poznam te, che si sviluppa in modo convincente nello spirito del teatro drammatico, e la band ripete con successo gli attributi descritti nella frase precedente.
Il resto dell’album resta un po’ indietro. In particolare, nella parte finale al disco manca carica. Il brano da ballad Hladna, seguito dall’accelerata Druga stran, o Gremo na pir, si perdono nella genericità e nella ricerca di una propria riconoscibilità. La sensazione è come afferrare della sabbia che ti scivola via tra le dita. È difficile estrarre l’essenza di questi pezzi. Gremo na pir promette nel pre-ritornello molto più di quanto offra poi un ritornello ingenuo, che degrada del tutto il brano sul piano qualitativo e ricorda che si tratta solo dell’ennesimo album di “europrealpini”, a cui, quanto ad ambizioni, non va di schiodarsi dal luogo promesso del mainstream dell’unica, inimitabile oasi rock slovena. Questo momento mette in luce i due volti della band. Uno è quello col potenziale per raccogliere molto di più, l’altro quello che vuole solo piacere a un pezzetto di qualche metro quadro del continente europeo. Per questo anche i testi sono scritti in sloveno, il che pesa ulteriormente sul fatto che la melodia di canzoni costruite in modo così compatto non può essere sfruttata al massimo, né messa in evidenza. Il buco si vede anche nella dotazione dei brani con voci di accompagnamento. Soprattutto i ritornelli più rockeggianti avrebbero un bisogno disperato di questo extra, arrangiato in modo più concreto di quanto offra questo prodotto. L’ottima voce di Matej Zalar è l’elemento della band che tiene in piedi l’album dall’inizio alla fine. Di certo la sua espressività vocale, la sua forza espressiva, avrebbe potuto essere sfruttata molto meglio se avesse cantato in inglese e avesse avuto più supporto da cori di accompagnamento “tagliati” meglio in studio.
Oltre a una conclusione più debole dell’album, ci imbattiamo in momenti come Ti ne veš o Vračam spomine, dove si sente ancora più facilmente che la band non sa ancora bene cosa vuole. Se vuole cucirsi addosso una sensazione generale di piacere alla massa critica slovena e, in sostanza, si trattiene dallo scatenare tutta la forza che dovrebbe dettare la ribellione giovanile nel rock e che magari la farebbe volare all’estero. Come dico. I Rock Shock hanno il potenziale per farlo. Però si trattengono. Con prudenza. Per chi? In fin dei conti per se stessi. I risultati sono di conseguenza. Il periodo dei tempi di piombo è finito da un pezzo, quando le band erano felici di potersi comprare a poco prezzo imitazioni di strumenti dei grandi marchi mondiali. Penso che i Rock Shock non si meritino questo trattenersi artificiale, questo ingabbiarsi da soli, questo limitarsi nell’espressione musicale. Come dice il nome della band. Il rock, il dilettantismo, l’arroganza e il rifiuto di giurare fedeltà a ogni compromesso dovrebbero sgorgare a fiotti da loro.
Se faranno il passo verso il pop puro, il pop di chitarre più leggere, o se invece libereranno la bestia dalle briglie e si butteranno nella vera sfera dell’hard rock melodico o dell’AOR, è una loro decisione. Io credo che puntare su quest’ultima sia la strada giusta per la band. Non hai nulla da perdere, e puoi guadagnarci tanto. Se sceglieranno questa direzione, serve un assalto all’estero, la ricerca di condizioni migliori per costruire il suono in studio, una riflessione sul cambiare nome, che al momento scambi facilmente per Šank rock, la costruzione di un aspetto esteriore più da “bad boys” e simili… Se invece sceglieranno la prima direzione, con l’esordio hanno in sostanza già raccontato tutta la storia. Verso il pop o verso il rock, ragazzi? Decidetevi alla svelta.
Formazione
Matej Zalar – voce
Janko Tomšič – chitarra
Andrej Rovan – tastiere
Marko Turk – basso
Aleš Mekinda – batteria
OSPITE:
Tanja Veselič – cori
Produzione
Toni Jurij
Tracklist
1. Zdaj letim
2. Ti ne veš
3. Heroj
4. Glej me v oči
5. Vračam spomine
6. Čakam te
7. Igra
8. Ne poznam te
9. Hladna
10. Druga stran
11. Gremo na pir