Roger Waters abbatte con successo il muro di Milano (2011)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Mediolanum / Milano / Italia
Data del concerto: 02.04.2011
Numero di spettatori: 13

 

La squadra di Rockline ha avuto a Milano un’occasione tutta particolare: assistere al concerto del leggendario Roger Waters, il musicista che ha scritto il suo nome a caratteri d’oro nella storia del rock come cantante, bassista e autore dei testi dei giganti del rock progressivo Pink Floyd. Roger si è guadagnato un posto tra i più grandi del mestiere soprattutto grazie alla monumentale opera rock progressiva “The Wall”, doppio concept album sull’autoisolamento con cui, sia da solista sia come membro dei Pink Floyd, ha toccato il culmine della carriera, perché con quel disco ha firmato uno di quegli album che hanno spostato per sempre i confini della musica popolare e sperimentale moderna.

“The Wall” è stato sotto ogni punto di vista il progetto più ambizioso nella storia dei Pink Floyd e uno degli ultimi album rock progressivi di cui si può ancora dire che fossero davvero progressivi, nel senso di innovazione musicale con un’influenza di ampia portata sulle generazioni future di musicisti. A guidare l’intero progetto “The Wall” era proprio il geniale ma anche lunatico bassista, cantante e paroliere che negli ultimi trent’anni è diventato pure un fervente attivista sociale. Ed è anche il motivo principale per cui nessun conoscitore del suo percorso musicale è rimasto sorpreso quando ha annunciato che il tour da solista del 2011, molto probabilmente anche l’ultimo in assoluto per Waters stando alle sue previsioni, sarebbe stato interamente dedicato all’esecuzione di “The Wall”, compresa l’iconografia che aveva caratterizzato l’omonimo film del 1982: parliamo quindi di uno dei progetti live più ambiziosi degli ultimi anni.

Il Mediolanum Forum, in mezzo ad Assago, uno dei tanti sobborghi di Milano, scoppiava di fedelissimi che aspettavano impazienti il momento in cui Roger e compagni sarebbero saliti sul palco e avrebbero cominciato a costruire il muro tra sé e il pubblico. I primi mattoni erano già stati posati ai  due lati del palco e, quando si è sentito il rombo dei bombardieri e la nota melodia dal ‘grammofono’, è stato il segnale per l’inizio esplosivo con “Outside the Wall”. Roger è entrato in scena con un lungo soprabito che ricordava un’uniforme della Gestapo, a cui dava ancora più enfasi una fascia con il simbolo dei martelli incrociati portata sul braccio destro, mentre gli facevano compagnia i ‘sudditi’ che sventolavano marzialmente le bandiere del suo partito immaginario, i Vermi.

Il maestro del cinismo ha dato subito prova di sé con un ottimo intervento vocale d’apertura, con cui ha posato i primi mattoni di questo dramma semi-autobiografico di un periodo difficile della vita che per fortuna ha superato da un pezzo, come ha ricordato lui stesso più avanti durante lo show. Nel frattempo sullo schermo circolare e ai bordi del muro sotto di esso scorrevano di continuo video interessanti ma anche sconvolgenti, che con animazioni, fotografie, appelli e slogan puntavano il dito contro le storture della nostra civiltà malata e di tutte le sue vittime ‘collaterali’.

Chi conosce la visione del mondo di Roger, diciamo socialista, di certo non si è stupito della quantità di avvertimenti urlati al cielo che nella prima parte del concerto scorrevano sul muro, a simboleggiare i singoli mattoni di quel muro che la civiltà moderna si costruisce intorno in modo autodistruttivo.  Per questo tour il signor Waters ha messo insieme ancora una volta una squadra di musicisti di supporto da far invidia, in cui spiccavano soprattutto vecchie volpi come i chitarristi David Kilminster e Snowy White (ex-Thin Lizzy) e i tastieristi Jon Carin e Harry Waters, il figlio di Roger. La maggior parte degli assoli di chitarra più importanti era affidata a Kilminster, che ha fatto molto bene il suo lavoro, almeno per quanto riguarda la raffinatezza, anche se naturalmente molti in sala, dimenticando di non essere a un concerto dei Pink Floyd, hanno sentito la mancanza dell’originale.

Il rombo dei bombardieri è stato interrotto da “The Thin Ice” con la sua dolce melodia di pianoforte, dove la maggior parte di noi ha sentito di più la mancanza della voce di David Gilmour, ex compagno di Roger nei Pink Floyd, perché il sostituto  non ha mai raggiunto la profondità emotiva della sua voce. Durante “Another Brick In The Wall, Part. 1” ci siamo goduti soprattutto il sottile assolo di chitarra, mentre con “The Happiest Days Of Our Lives” è iniziata la crescita della tensione drammatica, con il suono agghiacciante dell’elicottero e le urla dell’insegnante che hanno scaldato per bene l’atmosfera già tesa. Quest’ultimo è finalmente comparso sul palco sotto forma di un’enorme, grottesca marionetta e ha iniziato a ‘ballare’ proprio nel momento in cui è arrivato il momento più famoso dell’intero concerto e al tempo stesso il brano più conosciuto dell’intero album, quello che conosce chiunque negli ultimi trent’anni non abbia vissuto sotto una lastra di ghiaccio: il celebre inno ribelle “Another Brick In The Wall, Part. 2”. Naturalmente non poteva mancare il coro di bambini, che ha svolto alla grande la sua missione puntando il dito accusatore contro la marionetta dell’insegnante. Il finale è stato condito a dovere dall’assolo piangente di chitarra di Kilminster, accompagnato sullo sfondo dal suono possente dell’organo di Harry Waters. Al momento dell’uscita era una composizione eccellente e innovativa, ma il suo eccessivo passaggio in radio fa sì che molti fan di Roger Waters e dei Pink Floyd la ritengano sopravvalutata rispetto ai loro capolavori meno noti. Per tutti noi che la sentivamo dal vivo per la prima volta, però, è stata senza dubbio un’esperienza davvero speciale.

Dopo tutta questa drammaticità ribelle, l’atmosfera surriscaldata in sala si è un po’ calmata con “Mother”, dove Roger ha guidato con successo la dolce melodia acustica e messo in scena la prevista teatralità vocale, ma qualcuno di noi ha di nuovo sentito la mancanza del contributo vocale di Gilmour. La madre possessiva era resa molto bene sullo sfondo da un’enorme creatura con un piccolo indifeso in braccio, e incarnava benissimo il Grande Fratello o, meglio ancora, la Grande Madre. Tutte le marionette e le animazioni del film “The Wall” erano ovviamente creazioni autentiche del leggendario artista Gerald Scarfe. All’ambientale “Goodbye Blue Sky”, che quella sera suonava particolarmente struggente, è seguita “Empty Spaces”, preparazione all’esplosiva “Young Lust”, senza dubbio il brano più hard rock dell’intera serata, durante il quale, tra varie proiezioni erotiche, è tornata in primo piano la nota espressione ‘donna-serpente’. A rappresentarla alla perfezione c’era anche l’enorme marionetta della moglie infedele, che somigliava più che altro a una mantide verde.

 Roger ha interpretato molto bene anche il suo ‘crollo di nervi’ durante “One Of My Turns”, quando a poco a poco ha alzato la voce, in cui si mescolavano senza sosta la rabbia verso l’ex moglie e l’autocommiserazione. Su “Don’t Leave Me Now” ci siamo goduti di nuovo la fragile melodia di pianoforte e la slide struggente, mentre la terza parte di “Another Brick In The Wall”, grazie al canto furioso di Roger, anche dal vivo è risultata la più aggressiva delle tre. La prima metà del concerto si è chiusa con l’addio di “Goodbye Cruel World”, durante il quale il muro è stato completato definitivamente, tanto che alla fine la band era totalmente nascosta al pubblico. Che per la parte successiva dello show ha dovuto aspettare una ventina di minuti, quanto è durato l’intervallo.

La seconda metà dell’esibizione è stata segnata dall’apparizione della marionetta di un gigantesco maiale volante, parte irrinunciabile dell’iconografia dei Pink Floyd, che ha attirato non poca attenzione tra il pubblico. Durante “Hey You”, una delle composizioni più sconvolgenti dell’album, con la gelida melodia di chitarra acustica che ha trafitto insieme al canto di Roger, emotivamente svuotato, la band era ancora completamente nascosta dietro il muro, così che il senso di angoscia si è diffuso per tutta la sala.

Su “Is There Anybody Out There?” ci siamo goduti il malinconico assolo di chitarra acustica, dopodiché durante “Nobody Home” Roger è finalmente comparso in mezzo ai mattoni, comodamente seduto su un divano e circondato dall’iconografia che rappresentava la sua stanza d’albergo. La delicata melodia di pianoforte e il canto cinico di Roger hanno descritto in modo vivido la vita solitaria di Pink dentro il muro mentale. “Vera” anche dal vivo è stata uno dei vertici di cinismo di Roger, perché si tratta di un brano ispirato a Vera Lynn, cantante britannica ai tempi della seconda guerra mondiale. Lei cantava la popolare “We’ll Meet Again”, in cui prometteva ai familiari che si sarebbero rivisti a guerra finita, cosa che Roger, per la morte del padre, non ha mai vissuto. Il canto lamentoso di Waters è stato elevato dalla band di supporto con struggenti arrangiamenti orchestrali. “Bring The Boys Back Home”, con i suoi tipici suoni pomposo-militaristi che danno l’impressione di una marcia militare, è stata un’altra occasione per Roger di sottolineare l’insensatezza delle guerre e di far sapere al pubblico che né la guerra né la carriera dovrebbero mai allontanare le famiglie.

Poi è arrivato un altro dei vertici del concerto e dell’intero “The Wall” – il fenomenale “Comfortably Numb”, dove Kilminster ha sostituito Gilmour almeno in parte con due assoli struggenti, che ogni volta sono delle vere rivelazioni chitarristiche, di quelle che ti fanno correre i brividi lungo il corpo. La parte di Pink nei ritornelli è stata cantata da un imitatore di Gilmour, mentre quella del dottore è toccata a un Waters più cinico che mai. Durante il passaggio alla sezione ambientale più luminosa, quasi in crescendo, sostenuta da possenti tappeti orchestrali e da una piacevole melodia di chitarra acustica, l’atmosfera in sala ha raggiunto il picco e il muro si è improvvisamente tinto dei colori dell’arcobaleno. “The Show Must Go On”  ha creato un’atmosfera solenne che si è presto trasformata  in “In The Flesh”, dove in mezzo a esplosioni di organo è tornata in scena l’iconografia neonazista del partito immaginario di Roger. Durante “Run Like Hell” quest’ultimo è tornato sul palco agghindato da dittatore fascista, con lui anche gli altri membri della band, vestiti pure loro con le uniformi dei ‘Vermi’ e portabandiera. Il signor Waters non ha resistito alla tentazione di calarsi completamente nel ruolo del grande dittatore e così, più volte, ha ‘sparato’ con entusiasmo verso il pubblico con un finto fucile automatico.

Durante “Waiting For The Worms” ha usato anche un megafono con cui ha fatto salire ancora di più il clima da istigazione, sull’accompagnamento di un ritmo militante. Intanto, nelle proiezioni, i vermi si erano ormai avvolti definitivamente attorno al muro dei cervelli di Pink/Roger. “Stop” è stata l’introduzione al grande finale teatrale, “The Trial”, dove le grottesche animazioni di Scarfe hanno trovato un’espressione speciale. Roger ha interpretato in modo eccellente la parte del giudice arrogante e degli altri personaggi del passato di Pink/suo, come l’insegnante, la madre e l’ex moglie. Alla fine abbiamo assistito al drammatico crollo del muro con  “Outside The Wall”, che è stato un momento grandioso e trionfale, quando Roger, insieme ai musicisti di supporto, che non ha dimenticato di presentare, è venuto a inchinarsi al pubblico e a suonare un’ultima canzone d’addio.

Roger ci ha entusiasmati con una messa in scena di altissimo livello del suo magnum opus e ha trasmesso con successo il messaggio fondamentale di “The Wall”, che potrebbe suonare più o meno così: con muri interni o esterni (di entrambi ce ne sono ancora troppi nel mondo, anche dopo la caduta del Muro di Berlino) i problemi non si risolvono, ma solo collaborando e unendosi. Naturalmente il concerto se lo sono goduto di più tutti quelli che, come noi, erano ben consapevoli di non assistere a un’esibizione dei Pink Floyd e hanno così potuto accantonare più facilmente l’assenza del ‘migliore amico’ di Roger.

 

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

1.In the Flesh? 2.The Thin Ice 3.Another Brick in the Wall Part 1 4.The Happiest Days of Our Lives 5.Another Brick in the Wall Part 2 6.Mother 7.Goodbye Blue Sky 8.Empty Spaces 9.What Shall We Do Now? 10.Young Lust 11.One of My Turns 12.Don’t Leave Me Now 13.Another Brick in the Wall Part 3 14.The Last Few Bricks 15.Goodbye Cruel World —intervallo— 16.Hey You 17.Is There Anybody Out There? 18.Nobody Home 19.Vera 20.Bring the Boys Back Home 21.Comfortably Numb 22.The Show Must Go On 23.In the Flesh 24.Run Like Hell 25.Waiting for the Worms 26.Stop 27.The Trial 28.Outside the Wall

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