Sad Wings Of Destiny

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Judas Priest
Etichetta: Snapper Records
Uscita: 1976
Durata: 39:12
Voto: 3.5/5

Il debutto ‘Rocka Rolla’ (1974) non era riuscito a far breccia sui media. I Judas Priest si guadagnarono qualche riga di rilievo sulla stampa solo con l’esibizione al Reading Festival nell’estate del 1975. Incoraggiati, tornarono in studio con Jeffrey Calvert e Max West per registrare il nuovo album, intitolato ‘Sad Wings Of Destiny’. Alla batteria la band sostituisce John Hinch riportando dietro le pelli Alan Moore. Con ‘Sad Wings Of Destiny’ i Judas Priest si fanno parecchio più duri: più rumorosi e molto più veloci rispetto al debutto. È incredibile quanti schemi di genere porti con sé questo disco, schemi che sarebbero diventati il marchio di fabbrica della successiva N.W.O.B.H.M. Insieme all’eredità dei Black Sabbath anni Settanta e a band heavy rock alla Budgie e Montrose, ‘Sad Wings Of Destiny’ è un album importantissimo comparso sulla scena, e i Judas Priest sono tra quelle band che hanno aperto la strada ai gruppi successivi, quelli che sarebbero diventati la forza d’urto del movimento chiamato New Wave Of British Heavy Metal.

A due anni dal debutto, i Priest offrirono al pubblico molta, molta più musica, ma, curiosamente, anche con ‘Sad Wings Of Destiny’ la band non riuscì a convincere i media, e nemmeno questo album ottenne all’epoca un riconoscimento particolare da parte del grande pubblico. La colpa principale era della Gull Records, un’etichetta troppo piccola e troppo debole per ‘spingere’ l’album sul mercato in modo davvero visibile in mezzo alla feroce concorrenza dell’industria musicale: la gente semplicemente non sapeva né dell’album né, addirittura, che esistesse una band chiamata Judas Priest. Le cose andarono così in basso che alcuni membri dovettero rimettersi a lavorare, almeno per un po’, per riuscire a campare.

Ma quando, negli anni successivi, i fan scoprirono questo disco, tra gli appassionati di hard rock e heavy metal è diventato un titolo amatissimo, anzi indispensabile. I motivi sono piuttosto ovvi: l’album contiene ciò che sarà imprescindibile in tutti i dischi successivi dei Judas Priest e che i ragazzi avrebbero poi costantemente affinato con grande dedizione. I riff! Per tutto il disco tengono la barra su un heavy rock rovente e a testa alta, con l’eccezione, ovviamente, di Prelude, dal sapore alla Queen, un intro di grande gusto prima di Tyrant. Un riffing heavy semplice, spiritoso, sfrontato ed energico. Le fondamenta sono diventate solide, e l’urlo inconfondibile di Halford, ora più sicuro di sé, segna l’intero disco; inoltre i Priest hanno abbandonato gli inserti meditativi in stile flower power anni Settanta di cui il debutto è pieno, allontanandosi allo stesso tempo molto dagli elementi del blues.

La sensazione curiosa che mi prende ogni volta che ascolto l’opener Victim Of Changes è quella di una continuazione del debutto ‘Rocka Rolla’. Un pezzo dalla struttura piuttosto complessa, di poco più di sette minuti, non è esattamente ciò che un amante della roba dura si aspetterebbe da un brano d’apertura. Nella parte centrale la canzone contiene le impressionanti linee estremamente acute di Rob, che si fondono alla perfezione con il pezzo e con cui Rob porta brillantemente il brano a un grande finale carico di atmosfera. Con The Ripper il disco prende finalmente la rincorsa giusta. Qui Rob fa capire che, oltre al modo di cantare convenzionale, si trova a casa soprattutto sulle linee alte, e anzi è proprio lì che Rob Halford è più forte. Un riff magistrale e incisivo, un eccellente screaming melodico di Halford. Il verso ‘You’re in for surprise, you’re in for a shock!’ significa una cosa sola: i Judas Priest sono venuti a fare casino. E non per niente. Il pezzo è costruito per colpire, dritto verso la hit; detto alla buona, i Priest sono venuti a fare ‘business’. Per impatto dei riff e struttura è fatto come da perfetto abbecedario metal. Anzi, l’intera canzone trasuda energia, forza, volontà, il carattere inarrestabile di una band venuta a prendersi quello che le spetta.

Dream Deciever, con la chitarra acustica che per un attimo scappa quasi verso il flamenco spagnolo, è l’evoluzione definitiva di Run Of The Mill del debutto. Dream Deciever ha lo stesso doppio volto di Run Of The Mill, ma la sferzata di riff da una parte e l’inizio acustico dall’altra sono fusi con più gusto, e il pezzo è impreziosito dal canto di Rob, che suona incredibilmente deciso. È senza dubbio il brano più ‘anni Settanta’ di tutti. Ma non è finita. La band getta altra benzina sul fuoco con la successiva Deciever, una vera sfasciatutto. L’atmosfera e la dinamica del disco ondeggiano di continuo su livelli altissimi. La strumentale Prelude, come composizione, è un ottimo intro a Tyrant, e allo stesso tempo con lei i Priest tirano il freno a mano. Tyrant e Genocide sono i momenti con il riffing più incisivo, di quel tipo semplice che ti fa subito ribollire il sangue nelle vene, con un bel gusto nell’intreccio dei motivi e gli assoli divisi tra Glenn e K.K., che nei due anni dopo il debutto hanno fatto passi da gigante in quello per cui ancora oggi respirano così all’unisono. In Tyrant la chitarra sinistra e quella destra mettono in scena un riffing a due perfettamente alla pari. Sopra il riff di base hanno steso con arte un’armonia melodica complessa a tre voci, che evoca un’atmosfera del tutto nuova. Un espediente che non era più una novità, ma uno schema tipico di cui poi le band new wave avrebbero fatto largo uso.

Genocide è forse un seguito ancora un filo più duro, soprattutto perché il pezzo non ha i passaggi melodici di cui è vestita così bene Tyrant, e per questo il riffing resta un po’ più aggressivo. Non si torna indietro: se ‘Rocka Rolla’ contiene molte leve rock da cliché anni Settanta, con Genocide e Tyrant i Judas Priest spostano ora la bilancia in modo netto a favore dell’heavy rock / metal. Una roba che stava appena per diventare una tendenza molto apprezzata e ricercata. Il pianoforte di Glenn Tipton e la voce emotiva di Rob sono senza dubbio al centro di Epitaph. Un pezzo ottimo, dall’atmosfera grandiosa, che serve ad alzare il contrasto dell’intero disco e allo stesso tempo ricorda ancora una volta che i Judas Priest non hanno mai avuto paura di sperimentare. Il brano ha davvero un che di oscuro, di terra devastata dove il sole non splende mai, dove regnano le macchine e il freddo intelletto maschile. Epitaph sfocia direttamente nel finale incandescente di Island Of Domination, un’ottima chiusura che dimostra ancora una volta dove si stavano dirigendo i Judas Priest.

‘Sad Wings of Destiny’ rappresenta un salto di genere incredibile rispetto al debutto. Più duro, più deciso, suonato con più sicurezza: si sente che i cuori dei ragazzi hanno cominciato a battere per un obiettivo comune.

Formazione

Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Alan Moore – batteria

Produzione

Jeffrey Calvert & Max West

Tracklist

1. Victim Of Changes
2. The Ripper
3. Dreamer Deceiver
4. Deceiver
5. Prelude
6. Tyrant
7. Genocide
8. Epitaph
9. Island Of Domination

Durata dell’album: 39:19

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