Sin After Sin
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Judas Priest
Etichetta: Columbia Records
Uscita: 1977
Durata: 47:41
Voto: 3/5
Il futuro era incerto per i Judas Priest: dopo “Sad Wings Of Destiny” (1976), che non era riuscito a puntare i riflettori sulla nuova band della scena rock, i ragazzi si erano ritrovati in un vicolo cieco. Restare o mollare? La fede fu più forte e a quel punto una casa discografica potente e ricca, da sempre uno dei nomi più grossi del business musicale, prende sotto la sua ala il piccolo gruppo. Ai ragazzi questo ha di sicuro dato nuova carica e restituito la fiducia in sé di cui avevano un disperato bisogno. Con “Sin After Sin” i Judas Priest aprirono un nuovo capitolo della loro storia. A produrre il disco li aiutò nientemeno che Roger Glover, bassista dei Deep Purple.
Certo, “Sin After Sin” non offre ancora il salto sui binari che negli anni Ottanta avrebbero fatto dei Judas Priest delle leggende immortali. Pezzi come l’opener Sinner nella sua parte centrale, Last Rose Of Summer, Here Comes The Tears o persino buona parte di Raw Deal non svelano ancora in nessun modo ciò per cui i Priest negli anni Ottanta sono diventati la bibbia dell’heavy metal.
Nel sound i Judas Priest non avevano ancora sviluppato quella ferocia costante e quell’aggressività devastante, anche se a livello sonoro diventavano sempre più audaci e arroganti. Anche il loro look, all’epoca, faceva pensare più a degli hippie “in ritardo”, perché della pelle consumata e dell’ossessione di Halford per le Harley Davidson sul palco, cioè di quei fattori che hanno contribuito in larga misura alla fama successiva del gruppo, non c’era ancora né l’ombra né il sentore. “Sin After Sin” non offre ancora il vero heavy metal, ma è un disco interessante, una collisione con l’hard rock dei Settanta, in cui i Judas Priest innestavano a modo loro nuovi, originali espedienti musicali. Insomma, qualcosa che stava giusto per trasformarsi in heavy metal rock. Un album, quindi, ancora molto ballerino a livello di genere, e questo si riflette anche nella sua dinamica.
L’album si apre con un riff carico, dalle punte affilate. In Sinner Halford canta schiumante e rauco, direttamente dalla gola. Uno stile che nei due dischi precedenti non aveva mai usato. Ma nel ritornello, strillando con tutta l’intensità e in modo cristallino, porta nel pezzo un fantastico contrasto d’atmosfera. Nel mezzo Sinner porta, tra chitarre sinuose, sfumature psichedeliche, come tendenza dei primi anni Settanta. Queste tengono l’ascoltatore sempre nel dubbio se il pezzo non stia per scivolare in qualcosa di simile all’opener Victim Of Changes del disco precedente. Ma il riff di base, espressivo, mantiene sempre la posizione dominante nel brano, che si chiude furioso e sfrenato com’era iniziato. Diamonds And Rust è una cover di Joan Baez. In produzione le chitarre sono spinte indietro, come se facessero da orchestra a riempire il quadro sonoro, mentre in primo piano sale la linea ritmica, con un basso pulsante da un lato e la voce pulita, atmosferica e piena di sentimento di Rob dall’altro. Porta sul disco un contrasto fantastico soprattutto perché il suo beat di base suona come preso da qualche discoteca dei Settanta. Starbreaker è di sicuro uno dei picchi incandescenti del disco, di quelli che accendono subito il cuore di ogni vero fan dell’heavy metal. Un riff aperto, semplice, secco, bruciante. Senza giri di parole né complicazioni, e proprio per questo offre una vera dose di selvaggia furia indomita e di autentico spirito ribelle, di cui sono pieni anche i testi di insubordinazione dei Judas Priest.
Last Rose Of Summer abbassa l’intensità e toglie all’album una bella fetta della sua dinamica, tanto che ti viene la sensazione che “Sin After Sin” abbia un inizio e una fine carichi e pulsanti, mentre la parte centrale resta tiepida e meno incisiva. Certo, non è proprio così, perché i Priest danno gas in Let Us Prey/Call For The Priest, mentre la Raw Deal da sei minuti a media velocità, con le sue melodie R&B, toglie di nuovo slancio al disco, tranne negli ultimi due minuti, quando i Priest lasciano finalmente correre il riff, che si chiude in modo atmosferico attraverso i versi del ritornello “I’m Going! No Loss!” Here Comes The Tears è un’altra ballata, si apre delicata nello stile di Last Rose Of Summer, e Rob brilla col suo senso della morbidezza e della dolcezza. Il pezzo è un trucco spiritoso e l’intensità cresce giro dopo giro, soprattutto dopo l’ingresso di un accompagnamento ricco di pianoforte e chitarre acustiche e di assalti d’acciaio di distorsione, carichi di autodistruzione, che alla fine riducono il mondo in frantumi. A questo punto l’ascoltatore desidera il colpo finale e lo ottiene, perché l’atmosfera crollante del brano precedente passa direttamente nell’incandescente Dissident Aggressor, che insieme a Starbreaker contiene in realtà la maggior parte di ciò che i Judas Priest hanno portato in tutti i loro lavori in studio successivi. Un attacco metal perfetto, con le acrobazie vocali di Halford fatte di scream eccezionali, in certi punti divisi tra canale sinistro e destro, che alzano dinamica e atmosfera. Il disco così si gonfia in un’onda schiumante proprio sul finale, con tutta l’aggressività che i Priest all’epoca riuscirono a tirare fuori.
Il primo bonus track è un’ottima cover di un successo dei Gun intitolata Race With The Devil (“Gun”, 1969) ed è una soluzione eccellente per il remaster del 2001, cosa che non posso dire della versione “live” di Jawbreaker. Jawbreaker è un pezzo nato nel 1984. Quindi, nei sette anni dall’uscita di “Sin After Sin” il gruppo ha fatto un enorme salto di qualità e in questo caso sarebbe stato meglio che i Judas Priest, se proprio non avevano trovato materiale del periodo di registrazione di “Sin After Sin”, questo bonus track non lo includessero affatto. Anche l’intera retrospettiva offerta dai remaster appena ristampati ne avrebbe guadagnato in senso e sarebbe stata un insieme più bello e rifinito con più gusto.
“Sin After Sin” è il seguito della storia dei guai dei Judas Priest con i batteristi. Alan Moore aveva lasciato il gruppo e così in soccorso dei Judas Priest è arrivato l’ottimo Simon Phillips, all’epoca session drummer rinomato e molto stimato negli ambienti musicali, che oggi suona nei Toto. Anche per questo il salto di qualità rispetto a “Sad Wings Of Destiny” è più che evidente. Il disco è suonato con molta più sicurezza e il duo di chitarre Downing/Tipton suona più compatto. Peccato che Simon non si sia unito al gruppo, perché il suo lavoro si fondeva alla perfezione con l’immagine musicale dei Judas Priest di quel periodo. Per il tour in arrivo i Judas Priest, in cerca di un batterista disponibile, hanno reclutato tra le loro fila Les Binks.
Formazione
Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
musicista ospite:
Simon Phillips – batteria
Produzione
Roger Glover & Judas Priest
Tracklist
1. Sinner
2. Diamonds And Rust
3. Starbreaker
4. Last Rose Of Summer
5. Let Us Prey/Call For The Priest
6. Raw Deal
7. Here Come The Tears
8. Dissident Aggressor
BONUS TRACK NELL’EDIZIONE REMASTERIZZATA DEL 2001:
9. Race With The Devil
10. Jawbreaker (live)
Durata dell’album: 47:41