Script For A Jester’s Tear
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Marillion
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1983
Voto: 5/5
“So here I am once more…”. Con questi versi leggendari è iniziata, nella prima metà degli anni ’80, la rinascita del rock progressivo. In un periodo in cui punk, new wave e synth pop avevano spinto il prog quasi sull’orlo dell’estinzione, e in cui band leggendarie come Yes, Genesis, Kansas e compagnia si erano perse in una commercializzazione eccessiva, svendendo il proprio linguaggio musicale in cambio di un maggior successo commerciale, sul suolo della Gran Bretagna (e dove, se no?) è spuntato un pugno di giovani band piene di ambizione, decise a ridare fiato a un genere ormai quasi morto. E alla loro testa c’erano i Marillion, con il loro carismatico cantante scozzese Fish (il suo vero nome, Derek Dick, era decisamente meno appariscente), che con la sua voce straordinariamente carismatica e le sue performance sul palco ha riportato in vita lo spirito di Peter Gabriel (ex-Genesis) e, con esso, tutto il meglio dell’età dell’oro del rock progressivo. Già con il loro primo singolo “Market Square Heroes” (1982) i Marillion avevano fatto capire che non scherzavano e che facevano sul serio con la loro missione musicale. Nonostante i frequenti paragoni con le band prog più vecchie, soprattutto con i Genesis (per le somiglianze di cui sopra tra Fish e Gabriel), che hanno senza dubbio influenzato in modo importante il loro linguaggio musicale, i Marillion erano una band assolutamente originale, che fin dall’inizio ha proposto un sound immediatamente riconoscibile. Fish, per esempio, già allora, con i suoi testi straordinariamente confessionali, in cui si riversava spesso in prima persona, era uno dei migliori poeti del (prog) rock. Il chitarrista e fondatore della band Steve Rothery è diventato presto noto come uno dei chitarristi più raffinati dell’epoca. La sua tecnica ricordava un po’ quella di maestri come David Gilmour (Pink Floyd) o Andrew Latimer (Camel), ma con tocchi del tutto personali. Anche Pete Trewavas al basso era uno dei bassisti più originali della nuova ondata del prog, e lo è tuttora. Mark Kelly alle tastiere ha aggiunto la giusta dose di sinfonismo, sempre in quantità moderate e subordinato a ritmo e chitarra, con il suono di tastiere tipico degli anni ’80, che ha segnato una differenza importante tra la band e i suoi predecessori dei ’70 (e che con gli anni è diventato uno dei tratti distintivi del neo-prog). Vale la pena citare anche il batterista Mick Pointer (oggi negli Arena), che con il suo drumming semplice ma incisivo ha messo il suo tassello nella solida sezione ritmica della band. I Marillion erano allora senza ombra di dubbio la più grande speranza degli amanti del rock progressivo, e quando hanno pubblicato il loro debutto quelle speranze le hanno più che superate. Hanno infatti creato un capolavoro maestoso e l’album definitivo del nuovo genere, il neo-prog, che in quel momento stavano contribuendo a creare senza saperlo. Una cosa che, al debutto, riesce a pochissime band.
Che questo sia un disco speciale lo annuncia già la splendida copertina, opera di Mark Wilkinson, dove vediamo un triste giullare di corte con un violino (personaggio simbolo del primo periodo della band) che, solo e col cuore a pezzi, cerca invano di scrivere una canzone d’amore. Questo strano personaggio è naturalmente solo una delle tante personificazioni di Fish, che ci introduce al concept dei suoi testi profondamente personali. Il tema centrale dell’album è infatti l’amore infelice e l’alienazione tra le persone, che regna così spesso nel mondo moderno. Il disco contiene sei lunghi brani di alta qualità, per lo più dai motivi epici, tutti caratterizzati da straordinaria varietà, intensità e anche innovazione. Insomma, le migliori qualità del rock progressivo. L’album si distingue inoltre per un’ottima produzione, che era di sicuro in anticipo sui tempi.
“Script For A Jester’s Tear” si apre con un’introduzione triste e sommessa, dove si sente la voce malinconica di Fish che esprime un dolore immenso per la perdita della persona amata. Segue un (leggendario) passaggio potente di batteria, dove entra l’assolo di chitarra “piangente” di Rothery. La voce drammatica di Fish è carica di un ardore inarrestabile, che oscilla dalla malinconia alla rabbia che solo un cuore spezzato può scatenare. La sua voce, intrecciata agli assoli di chitarra, crea un’atmosfera eccezionale, che cambia di continuo per mood e ritmo. Tra un passaggio e l’altro si alternano parti calme e parti drammatiche, e la voce di Fish suona spesso narrativa. Il momento più leggendario, nostalgico e drammatico è però l’uscita dal pezzo, con l’immortale melodia in terze e una voce straordinaria che, anche a lungo dopo, fa venire i brividi lungo la schiena a chi ascolta. Senza dubbio uno dei brani più malinconici ed emozionanti, ma anche più maestosi, nella storia del (neo) prog e, secondo me, il pezzo definitivo di questo periodo della band (nonché il mio preferito in assoluto). Segue il claustrofobico e potentissimo “He Knows You Know”, con il suo riff di chitarra riconoscibile da lontano, che parla di alienazione e follia provocate dalla dipendenza dalla droga. Di nuovo si sente la voce drammatica e quasi sofferente di Fish mentre canta l’alienazione del tossicodipendente che affonda tra stress, manie, follie e illusioni causate dall’assunzione di droghe. I passaggi leggendari del synth di Kelly e l’assolo malinconico di Rothery portano al climax principale. Quando Fish rientra con i versi “he knows you know” è sostenuto dalle voci di accompagnamento, ed è lì che il pezzo tocca il suo apice. È una canzone meravigliosa e una delle prime nel rock a mettere in guardia in modo chiaro sui problemi della droga. È uscita anche come loro secondo singolo. Uno dei tanti vertici dell’album è anche l’epica e variegatissima “The Web”, un’altra creazione maestosa che resterà per sempre nel cuore dei fan della band. Nel brano entusiasmano soprattutto i passaggi straordinariamente vari e una serie di assoli ingegnosi e sottili di Rothery, sostenuti dai synth di Kelly. Anche stavolta il vero motore è la voce estremamente versatile e carismatica di Fish, che più volte porta il pezzo in sfere completamente diverse, in un’altra dimensione, per così dire. È incredibile che atmosfera riesca a creare questo cantante eccezionale, che pure non è mai stato famoso per le sue doti tecniche. In particolare “ammazza” l’assolo di Rothery nella parte centrale, sicuramente uno dei suoi migliori del disco. E fa impazzire soprattutto nel momento in cui si uniscono i rapidi cambi della batteria di Pointer e l’irruzione splendida delle tastiere ambient di Kelly. Poi Fish, di nuovo con un timbro completamente diverso, porta il pezzo in una nuova dimensione. Nel finale c’è un ottimo intreccio tra gli assoli di Kelly e Rothery, sostenuto da una sezione ritmica decisa e, naturalmente, dalla voce di Fish, che dipana definitivamente la fitta trama di questa splendida composizione stratificata. Dopo ben tre creazioni drammatiche all’estremo, arriva il momento di tirare il fiato e divertirsi. Entra infatti l’indimenticabile “Garden Party”, ancora oggi uno dei pezzi più amati della band. Non è difficile capire perché. Con il suo ritmo semplice, saltellante e regolare e un testo ironico sulla decadenza dell’alta borghesia britannica, è una creazione divertentissima, che per la prima volta mostra la band anche come ottimi intrattenitori, con un bel senso dell’umorismo. Il ritornello principale non è chissà che, ma le singole parti strumentali sono estremamente divertenti e originali. E vale soprattutto per la voce di Fish, qui una delle migliori del disco. Particolarmente spassosa è la parte in cui Fish, nei versi, descrive le attività segrete preferite dell’allegra compagnia. Anche stavolta non mancano assoli di chitarra e tastiere dal tratto marcato. Alla fine il pezzo prende una svolta tutta sua, chiudendo con un ritmo incalzante l’invito alla festa in giardino. La composizione successiva, “Chelsea Monday”, ha di nuovo un’atmosfera e una struttura completamente diverse, visto che si apre con un’introduzione piuttosto cupa e lenta. Poi, dopo il succoso gioco vocale di Fish, entra un assolo assassino di Rothery, che ancora una volta entusiasma l’ascoltatore per intensità e finezza. Fa un gran bene soprattutto l’inserimento di melodie in terze, che tirano perfino un po’ verso quelle per cui sono famosi gli Iron Maiden. La parte migliore è quando la voce rabbiosa e malinconica di Fish si intreccia in perfetta armonia con gli assoli di chitarra. Il pezzo è pieno di atmosfere diverse, ma domina sempre un mood teso e cupo. L’ultimo brano del disco è il contorto e variegato capolavoro “Forgotten Sons”, dedicato a eventi tragici legati a un attacco terroristico del passato, che secondo me contiene alcune delle migliori prestazioni vocali di Fish di tutta la sua carriera. Il ritmo qui è uno dei più intensi dell’album, mentre gli assoli di gran gusto di Rothery sono stati stavolta spinti un filo sullo sfondo in produzione. Ciononostante anche qui sfodera alcuni dei suoi assoli migliori e più graffianti. Nella parte centrale sorprendono anche un ritmo funky e un assolo di chitarra, poi arriva il pezzo forte. Come già detto, Fish qui è in forma smagliante e il suo momento clou arriva nella parte centrale, dove si concede una breve narrazione nei panni di una specie di fanatico religioso folle e istigatore. Particolarmente scioccante è il suo grido finale, fanatico, di “amen”, seguito da qualche altro richiamo militante. Una delle migliori critiche a assurdità come le religioni organizzate e la burocrazia. Il culmine è però il leggendario finale epico, con un assolo di chitarra malinconico e la voce di Fish completamente furiosa, che si appella a tutti i figli dimenticati caduti sotto l’influenza delle più svariate sette suicide di questo mondo.
La ristampa doppia del 1998 offre un’ottima raccolta di bonus track. Tra queste, per importanza e notorietà, spicca senza dubbio il leggendario primo singolo della band, “Market Square Heroes”. È un pezzo dalla costruzione più semplice, caratterizzato da un ritmo saltellante e, come sempre, da un’ottima voce di Fish, soprattutto nel ritornello melodico. Con questo brano i Marillion hanno dimostrato fin dall’inizio della carriera di avere un talento fuori dal comune anche per la creazione di pezzi più compatti e commercialmente accessibili (cosa che in futuro darà i suoi frutti). Il brano è diventato particolarmente popolare ai concerti, dove Fish, con una maschera celtica, incitava alla rivoluzione con le parole del testo e un’energia quasi fanatica. “Three Boats Down From The Candy” avrà forse un titolo buffo, ma è un altro ottimo pezzo, meno noto, della band, uscito solo sul lato B di un singolo. Un’altra composizione drammatica, piena di cambi di atmosfera e di numerosi passaggi, con un ottimo passaggio principale, quando entra una straordinaria parte strumentale con un altro immortale assolo di Rothery (senza problemi uno dei suoi migliori). Segue poi il ritornello malinconico di Fish. Beh, entrambi i brani citati vengono comunque oscurati con facilità dalla suite epica “Grendel”, uscita anch’essa solo su singolo. È l’unico lungo epic della band che per durata (e anche per qualità) si è avvicinato ai lavori delle leggendarie band dei ’70. È anche l’unica creazione della band che si può paragonare a buon diritto a qualche pezzo dei Genesis. Il motivo centrale di questa composizione ricorda infatti parecchio quello del classico dei Genesis “Supper’s Ready” (la sezione “Apocalypse in 9/8”) dal leggendario album “Foxtrot (1972). Eppure “Grendel” si distingue ancora abbastanza dal suo modello più celebre, tanto da essere uno dei brani più maestosi della band. Anche il testo è ottimo. Racconta infatti la storia del leggendario mostro Grendel (dall’epopea medievale Beowulf), ma attraverso gli occhi del mostro (secondo un modello letterario più moderno). Per quanto abbia somiglianze con il pezzo dei Genesis citato, questo brano resterà sempre unico e tra le loro composizioni migliori, perché non hanno mai più creato niente di simile (in termini di struttura musicale). Sarebbe ovviamente esagerato dire che sia il loro lavoro migliore, ma di certo è il più ambizioso fino a quel momento. Tra i pezzi usciti sui lati B dei singoli c’è anche “Charting The Single”, che è sicuramente il brano più debole di questa edizione. Le altre tre bonus track sono le versioni demo di “Chelsea Monday” e “He Knows You Know” e una versione alternativa di “Market Square Heroes” (anche questa diversa da quella uscita su singolo).
Dopo l’uscita dell’album c’è stato anche uno dei pochi, ma importanti, cambi di formazione nella storia della band. Mick Pointer, batterista del tutto solido e membro originale, considerato l'”anello debole”, ha dovuto fare le valigie poco dopo l’uscita del disco, su iniziativa di Fish. Lo ha sostituito Ian Mosley (ex-Steve Hackett, ex-Curved Air), che è ancora oggi il loro batterista. Molti anni dopo Mick è riuscito a trovare il suo posto giusto nella più recente band neo-prog Arena, che per molti versi ha portato avanti proprio quello che i Marillion avevano messo su carta con questo album.
“Script For A Jester’s Tear” è uno dei traguardi più maestosi nella storia del rock progressivo e l’album chiave della band (e non solo della band, ma di tutto il neo-prog). È anche il disco che consiglierei a chi non li conosce e non sa da dove cominciare. Dagli album successivi si distingue soprattutto per un’incisività equilibrata e un’epicità che i Marillion non hanno mai più ripetuto (secondo me di proposito, perché musicalmente hanno iniziato a evolvere in un’altra direzione, con meno legami con le influenze del prog classico dei ’70). Negli anni successivi i Marillion hanno realizzato ancora una serie di ottimi album, anche più maturi, ma nessuno è riuscito a superare l’aura nostalgica e l’intensità del loro maestoso debutto.
Formazione
Fish – voce
Steve Rothery – chitarra acustica & elettrica
Pete Trewavas – basso
Mark Kelly – tastiere
Mick Pointer – batteria, percussioni
Produzione
Nick Tauber
Tracklist
1. Script for a Jester’s tears (8:39)
2. He knows you know (5:22)
3. The web (8:48)
4. Garden party (7:15)
5. Chelsea Monday (8:16)
6. Forgotten sons (8:21)
Durata dell’album: 46:44
Bonus CD (edizione del 1998)
1. Market Square heroes (Battle Priest version) (4:17)
2. Three boats down from the candy (single) (4:30)
3. Grendel (Fairdest Studios version) (19:08)
4. Chelsea Monday (Manchester Square version) (6:52)
5. He knows you know (Manchester Square version) (4:28)
6. Charting the single (single) (4:51)
7. Market Square heroes (Rerecorded) (4:48)
Durata totale: 95:47