Sead “Zele” Lipovača, il mancato predecessore di Steve Vai nei Whitesnake (2010)
Foto: Urban Bolta
Luogo: Rock Cafe / Postojna / Slovenia
Data dell’intervista: 24.04.2010
In uno degli ultimi grandi eventi al Rock Cafe di Postojna, che in questi giorni i nuovi proprietari stanno ristrutturando a tutta velocità, abbiamo fatto due chiacchiere con il membro fondatore dei Divlje jagode, il maestro della chitarra Sead “Zele” Lipovača. Il fenomeno hard rock che a metà anni Ottanta ha spazzato via la polvere dalla scena jugoslava e per un soffio non è partito per un tour mondiale con i Judas priest non ha certo bisogno di presentazioni. Ma che cosa è successo davvero ai Divlje jagode dopo il picco raggiunto negli anni d’oro del rock e del metal? Dopo un’esibizione accolta alla grande (il report di Rockline QUI), Zele ci ha raccontato qualche dettaglio sull’avventura della sua band in Inghilterra, ci ha parlato a ruota libera della sua collezione di chitarre e del nuovo album, e ci ha spiegato perché non ha scelto di unirsi alla band di David Coverdale.
Rockline: Per cominciare, puoi raccontarci qualcosa in più sull’offerta che è arrivata venticinque anni fa dai Whitesnake?
Zele: Non capisco perché a tutti sembri una cosa così strana. È vero, l’offerta è arrivata, ma non l’ho accettata perché all’epoca ero legato a contratti migliori di quello. Mi ero impegnato per sette anni con una casa discografica inglese e, in più, non volevo mollare i miei ragazzi nei Divlje jagode. Quando è arrivata la proposta di Coverdale, quindi, non ci ho pensato troppo e ho deciso senza problemi di tener fede agli accordi con l’etichetta e con i ragazzi della mia band.
Rockline: Che cosa è successo in realtà in Inghilterra, all’uscita di Wild strawberries e dopo?
Zele: È una lunga storia, che alla fine non è nemmeno così importante. Quello che conta è che i Divlje jagode sono ancora oggi l’unica band dell’ex spazio jugoslavo che sia riuscita a firmare un contratto così importante. Vuol dire che negli anni Ottanta, sia nei Balcani che in tutta l’area del blocco orientale, eravamo molto sopra tutti gli altri musicisti del genere. Anzi, la nostra etichetta era convinta che fossimo meglio del 95% delle band americane di allora. Poi, certo, le cose si sono complicate, ma potrei parlarne per tre giorni. Per farla breve, mi è sembrato di aver prima vinto al lotto e poi perso il biglietto che mi avrebbe fatto diventare ricco.
Rockline: Hai una collezione di chitarre da fare invidia. Alcune hanno prezzi astronomici.
Zele: Anni fa la collezione era davvero enorme, oggi è un po’ più ridotta. Resta comunque una collezione solida. Quanto al valore economico, quella che costa di più è la Gibson Les Paul del ’59, che adesso vale tra i 150.000 e i 200.000 dollari. Oggi al mondo ce ne sono poche, e il loro valore cresce di giorno in giorno.
Rockline: È la tua chitarra preferita?
Zele: In realtà non la uso molto. A volte in studio e ogni tanto a qualche concerto. Quella che suono più spesso è una Stratocaster del ’67. Non è una chitarra originale: di quell’anno c’è solo il corpo in legno, tutto il resto l’ho cambiato e l’ho sistemata come piace a me. Al posto del vecchio pickup al ponte ho messo un DiMarzio Super distortion, ho aggiunto un tremolo Floyd rose e l’ho “rivoltata” da cima a fondo secondo le mie esigenze. Per via delle modifiche non ha un grande valore di mercato, ma per me resta impagabile. Se invece vuoi che una chitarra (e questo vale soprattutto per Gibson e Fender) mantenga il suo prezzo, tutti i pezzi devono essere originali. Ho sentito che a Los Angeles hanno venduto da poco una Les Paul di metà anni Cinquanta in ottimo stato per 400.000 dollari.
Rockline: La chitarra ha un futuro?
Zele: I musicisti di talento hanno sempre un futuro, qualunque strumento suonino. Il punto è l’energia e l’amore che trasmettono al pubblico con il loro strumento. Per quanto riguarda la chitarra, mi sembra che non abbia ancora detto l’ultima parola. Prima o poi spunterà qualcuno che inventerà qualcosa di nuovo, sia nel suono che nella tecnica. Finché ci saranno abbastanza chitarristi di talento, per questo strumento non c’è nulla da temere. È vero però che da un pezzo in questo campo non succede niente e sembra che tutti stiano aspettando un nuovo Satriani o un nuovo Malmsteen. Ma quando arriverà, aprirà nuovi orizzonti e si trascinerà dietro una nuova generazione di chitarristi. La tecnica è sopravvalutata e c’è un sacco di gente con una tecnica eccellente, ma suonano tutti uguale. Quelli non sono chitarristi. Si contano sulle dita di una mano i musicisti con un suono così riconoscibile da distinguerli subito dagli altri. E quelli sono i veri virtuosi.
Rockline: Possiamo aspettarci un nuovo disco dei Divlje jagode nel prossimo futuro?
Zele: Il mio problema più grosso è che sono molto esigente. Purtroppo non riesco ad accettare gli standard che al momento regnano nell’area della nostra ex Paese. In più, anche nel resto del mondo l’industria discografica sta colando a picco inesorabilmente, per colpa delle possibilità che offre la rete. Ed è proprio per questo che negli ultimi cinque anni non ho registrato nessun album. Ovviamente ho un sacco di materiale pronto e, quando sarà il momento giusto, vedrà la luce anche il nuovo album dei Divlje jagode. Magari già quest’autunno.
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