Skid Row – ancora giovani e fuori di testa (2007)

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Luogo: New Age / Roncade (Treviso) / Italia
Data del concerto: 01.11.2007
Numero di spettatori: 0
Prezzo del biglietto: 18,00€

“Ehi, bro, i Skid Row a novembre sono a Treviso, ejga!” mi ha sussurrato un tizio misterioso un paio di mesi fa. Skid Row? Hm… . Gli Skid sono infatti la band che al liceo ascoltavo fino allo sfinimento, insieme ai Guns N’Roses, e il risultato si vede ancora oggi nella grossa toppa sulla schiena della mia giacca. Però, dopo l’addio di Sebastian Bach e due album sotto la media, ero parecchio indeciso se andare o no al concerto… Veloce avanti di due mesi: eccomi con due compagni di sventura e due compagne di sventura (Blex, Hellfucker, Danaja e Aljana – siete stati una squadra fantastica) in una scatola di latta a quattro ruote fatta apposta per l’occasione, con una colonna sonora di chitarre di ogni genere, già in marcia verso la terra di fighe, maccheroni e brillantina puzzolente a go-go. Col navigatore “gps” trovare il locale è stato un gioco da ragazzi, così siamo arrivati praticamente primi, già alle 19.00, e abbiamo avuto un sacco di tempo per goderci una bella bevanda luppolata fresca che ci eravamo portati dietro. Poco dopo sono arrivati anche altri connazionali e verso le nove di sera (l’orario ufficiale d’inizio del concerto) siamo potuti entrare nel locale, che per l’esibizione della band di supporto, i Side One, verso le dieci era già belle pieno.

I giovani italiani hanno mostrato fin da subito cosa suonano e con quali intenzioni: puro “kickass sleaze rock’n’roll”. Capelli lunghi, bandane, chitarre Gibson, ritornelli “gang”, pezzi tirati e nemmeno l’ombra di una ballad sono i tratti distintivi di una band di cui prima non sapevo assolutamente nulla e di cui dopo non so molto di più, visto che il cantante, a cui l’inglese tra un pezzo e l’altro non creava nessun problema, si rivolgeva al pubblico esclusivamente in italiano. Prima della fine hanno dato fuoco alle polveri con White Wedding di Billy Idol, in una versione con un leggero retrogusto alla Sisters of Mercy, e subito dopo hanno cominciato a sbaraccare il palco a tempo di record. In generale hanno lasciato un’ottima impressione e mi hanno sorpreso positivamente.

Poi c’è stato un lungo allestimento del palco (a quanto pare gli Skid Row hanno un solo roadie?) e alle 23.20 ormai stavo già brontolando ad alta voce, perché la ressa e il caldo in prima fila erano insopportabili e mi aspettava ancora un lungo viaggio di ritorno. E proprio allora hanno attaccato: gli unici e inimitabili Skid Row! Con Makin’ A Mess il New Age è stato subito travolto da un delirio collettivo, rinfocolato subito dopo da Piece of Me e Sweet Little Sister. Un Triple Treat dal disco d’esordio come antipasto, insomma! La band sul palco è affiatata, operaia e dopo tutti questi anni ancora affamata – Johnny Solinger dimostra ogni volta che al momento non è solo un degno sostituto del leggendario Sebastian Bach, ma che il bel capriccioso lo supera ormai sotto ogni aspetto. Sulla sua prova vocale non c’è la minima critica da fare: tutta l’estensione e la potenza della voce, già pesantemente intaccate nel suo predecessore, in questo ragazzo sono ancora intatte, tanto che gli manca solo lo status di culto di Sebastian, che purtroppo probabilmente non raggiungerà mai. Accanto a lui, a segnare di più il palco è Scotti Hill, vestito solo con pantaloni militari da ¾ e classiche “all star”, con una pettinatura inconfondibile che dal 1989 sembra non essere cambiata di una virgola: corre su e giù per il palchetto, salta e in tutto questo sbaglia raramente una nota. Rachel Bolan, con la sua pettinatura “I-wanna-join-blink182”, fa un effetto un po’ comico, ma le linee di basso inconfondibili e la voce “sick lead” su Pscyho Therapy fanno ancora capire chiaramente chi è chi sul palco. Al posto di Snake Sabo, costretto a restare negli USA per problemi con le autorità, alla seconda chitarra c’è Ry Cott, chitarrista degli Hair Of The Dog, che sia visivamente sia per come suona e per la “ascia” Gibson scelta sostituisce bene il fondatore della band, che stando alle parole di Johnny vuole tornare al più presto. Dietro le pelli siede un ragazzino di cui mi è sfuggito il nome. Con quel “ciuffetto” e i tanti tatuaggi su tutto il corpo sembra il prodotto della nuova scuola emo made in USA ma, quando si siede dietro la batteria, capisci che è una bestia senza pari: per energia, capacità di scaldare il pubblico e “groove” può stare alla pari con Tommy Lee in persona, considerato l’alfa e l’omega dei batteristi del genere.

Dopo la sorellina è arrivato il primo vero picco della serata: la leggendaria 18 And Life, la saga di un giovane ribelle perduto che nel 1989 ha lanciato gli Skid in un attimo tra le più grandi “star dell’hard’n’heavy”. La sua forza si è vista anche quella sera, perché all’esecuzione perfetta di Solinger si è unito tutto il pubblico del locale. È seguito un mix di materiale vecchio (Big Guns, Monkey Buissnes, I Remember You, durante la quale mi sono stretto un po’ più dolcemente alla mia dolce metà, la già citata Pscyho Therapy e la sorpresa Beat Yourself Blind dal disco Subhuman Race) e di pezzi più recenti (Another Dick in the System dall’ultimo disco, New Generation da “Thickskin”). Poi il primo bis con “Disease” dall’ultimo disco e Get the Fuck Out dalla leggendaria “Slave to the Grind”, e la band ha lasciato di nuovo il palco. Eppure. “There’s one more song you come to a Skid Row show to hear.” Rememeber, no matter how old we are, we’re always gonna be the Youth Gone Wild!” ha presentato Johnny quello che forse è il pezzo più marcante della band, spronando il pubblico a un’ultima stampede.

Cosa dire per chiudere? Gli Skid Row sono decisamente una band nuova, ma forse è solo un’evoluzione naturale. Tagliare via la parte malata del gruppo e sostituirla con elementi sani. Dal vivo, però, gli Skid Row restano senza dubbio una forza da prendere più che sul serio. Speriamo che lo dimostrino ancora, magari con un nuovo disco in studio.

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