SkyEye: Soldiers Of Light

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Etichetta: Reaper Enterainment
Data di uscita: 25/6/2021
Produzione: Grega Smola Crnkovič
Durata dell’album: 56.58 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 9,5/10


Gli SkyEye sono un caso a sé. I revivalisti heavy metal di Lubiana sono piombati sulla scena come una cometa tre anni fa, quando è uscito il loro album d’esordio «Digital God» (2018, recensione di RockLine). Il disco è stato accolto alla grande e la band si è guadagnata le simpatie della comunità metal anche grazie a live ppazzeschi. Il nome di questa nuova formazione promettente non è passato inosservato nemmeno alle etichette straniere, così i ragazzi sono finiti sotto l’ala della Reaper Entertainment, con cui verso la fine di luglio di quest’anno hanno pubblicato il secondo album in studio, «Soldiers of Light».

Con il nuovo album la band è riuscita a scolpire e mettere in luce ancora meglio le qualità che rendono il suo carattere musicale ancora più tangibile e concreto. Anche stavolta è chiaro che gli SkyEye devono dire grazie, per l’ispirazione, alle band dell’epoca N.W.O.B.H.M., Iron Maiden in testa. Eppure. Le richiamano il giusto. ‘Stuzzicano’ quanto basta con arcaismi metal di 40 anni fa, che però non suonano mai come un’ammirazione forzata o una copiatura: dentro le composizioni funzionano come un ingrediente confezionato con grande abilità, che dà al contenuto dell’album un gusto forte. Il che vuol dire che gli SkyEye, nonostante tutto, hanno decisamente una personalità tutta loro.

Gli SkyEye non portano nessuna rivoluzione musicale, ma in quello che fanno sono convincentissimi. Non mancano né zelo né impegno, e nemmeno inventiva e cuore. Si sente ovunque anche nel nuovo album. Rispetto all’esordio, fin troppo sontuoso, il nuovo lavoro è un po’ sforbiciato nella durata, anche se tocca comunque ben 57 minuti. In compenso porta una bella dose di varietà e dinamismo. Due intro e otto brani veri e propri, due dei quali sono mini epopee sinfoniche. Nella prima parte del disco si concentrano assalti inni da urlo. L’album parte sparato come una catapulta, quando gli SkyEye infilano uno dopo l’altro i demolitori incandescenti King of The Skes, Soldiers of Light e Constellation. Questi tre se la giocano a chi ruba di più la scena. Soprattutto grazie a ritornelli dal marchio inconfondibile. Tra tutti, quello di Constellation si può definire particolarmente riuscito. In questo pezzo Leščanec piazza una melodia vocale particolarmente pomposa e contagiosa, che in produzione fa da contrasto, ‘appesantita’ dal torpedinamento rabbioso della doppia cassa, tirata sulla scia delle conquiste dell’heavy metal tedesco (teutonico). Una composizione incredibilmente azzeccata quando si parla di cercare il mix ottimale tra incisività tagliente, teatralità drammatica e musicalità che ti entra sottopelle, il tutto concentrato in un solo punto. Il brano raggiunge uno dei crescendo atmosferici più potenti, e lo fa con un ritornello davvero eccellente del cantante Jan Leščanec.

Sull’album ci sono due composizioni più lunghe. La prima sta a metà disco e si chiama Brothers Under the Same Sun. È un’ottima sinfonia epica che non risulta tirata per le lunghe nemmeno per un attimo: si sviluppa in modo vivace attraverso una serie di svolte drammatiche, guidate da un abilissimo funambolismo compositivo in cui si danno la mano diversi motivi conduttori, intrecciati in un dialogo sempre armonioso. In coda all’album, invece, troviamo il brano più lungo. La città fantasma di Pripyat, che lo è diventata ai tempi dell’Unione Sovietica. La città fu abbandonata nel 1986 dopo il disastro di Chernobyl, il peggior incidente nucleare della storia. La band ha quindi messo in musica questa triste storia nell’epopea Chernobyl. È la composizione più ambiziosa che gli SkyEye abbiano affrontato sul disco. In generale è una prova vocale eccezionale per Jan Leščanec, che ancora una volta mostra in modo convincentissimo i tanti volti del suo teatro vocale. Visto che la band sviluppa una bella dose di complessità, gli SkyEye hanno saggiamente piazzato questo brano proprio alla fine dell’album.

La band si è divertita un mondo durante la lavorazione del nuovo album. Nel suono il disco è compattissimo e omogeneo. In produzione i contrasti nel quadro sonoro sono messi in chiaro, con la voce dominante al centro dell’attenzione: un canto nettamente pulito, melodico e sicuro di sé con autorevolezza, che sa anche destreggiarsi con abilità in manovre di aggressiva gutturalità. Sul disco si sente chiaramente che il quintetto respira l’uno per l’altro e che i ragazzi si percepiscono e si sostengono a vicenda alla grande nelle idee. Anche se i riff, dal marchio inconfondibile e sempre ricchi di fantasia, agiscono in chiave revivalista, gli SkyEye dimostrano pure con il nuovo album di avere un senso eccezionale per la fluidità e la dinamica giuste e per la gradazione delle atmosfere all’interno dei singoli brani. In questa arte, con il nuovo disco hanno fatto un altro passo avanti sul piano della maturità. I passaggi sono costruiti con grande abilità, e a colpire in particolare è l’ingegno della band nei momenti in cui bisogna passare, per esempio, da un ‘mid-eight’ di nuovo al ritornello (o al pre-ritornello), senza sacrificare un briciolo di incisività, teatralità drammatica e fluidità musicale (di nuovo, torna in mente la figura del brano Constellation). L’album è pieno di cura perfezionista per i dettagli, per le finezze, che per la scena musicale slovena è più un’eccezione che la regola. Un perfezionismo che, accanto a gente come Eruption e Paragon, facciamo fatica a ricordare dai tempi dell’esordio dei revivalisti del Bay Area thrash metal Negligence.

La band sa servire anche una dose più abbondante di aggressività, e la porta soprattutto la seconda parte del disco, con la cupa, funesta, beffarda e ‘devastante’ Son of God, seguita da Detonate, in cui una corrosività e una cattiveria sviluppate cavalcano la manovra demolitrice del fraseggio alla Judas Priest, mentre il pezzo, grazie alle melodie vocali, richiama in modo più lieve perfino i primi momenti dello speed metal americano old school (con gente come gli Helstar in testa). Il penultimo brano dell’album, Eternal Starlight, è un pezzo a medio tempo con elementi da ballata incisiva, e nella strofa Jan, grazie alla linea melodica, evoca un po’ del carisma dei primi Queensryche.

Con il nuovo album, cioè l’ambiziosissimo «Soldiers Of Light», gli SkyEye hanno tirato fuori un risultato di cui possono andare più che fieri e che deve assolutamente prendere vita il prima possibile anche sui palchi dei concerti! Che gli SkyEye siano pronti all’assalto della scena internazionale lo dimostra la distribuzione stessa del nuovo album, che si può comprare nei cataloghi dei negozi di etichette come, tra le altre, Nuclear Blast Records e Napalm Records. Visto il livello di maturazione artistica dimostrato, il talento insospettabile e la grinta e l’impegno della band, sulla strada dell’evoluzione gli SkyEye possono arrivare ancora più in alto in futuro. Non sarebbe una sorpresa se finissero sotto l’ala di un’etichetta ancora più grande. Gli SkyEye sono insomma una band piena di potenziale, su cui vale la pena tenere gli occhi ben aperti. Ma non devono addormentarsi: devono battere il ferro finché è caldo, anzi incandescente.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. The Arrival (02:02)
2. King of the Skies (03:49)
3. Soldiers of Light (03:45)
4. Constellation (05:10)
5. Brothers Under the Same Sun (09:50)
6. In Saecula Saeculorum (01:15)
7. Son of God (06:09)
8. Detonate (04:53)
9. Eternal Starlight (05:26)
10. Chernobyl (14:28)

Formazione:
Jan Leščanec – voce
Grega Stalowsky – chitarra
Marko Kavčnik – chitarra
Primož Lovšin – basso
Jurij Nograšek – batteria

Musicista ospite:
Matic Leščanec – tastiere


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