Slash

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Artista: Slash
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 2010
Durata: 60.29
Voto: 3/5

Curioso come, a ogni segnale di vita appena percettibile da parte di un qualsiasi ex-Guns N’ Roses, il mondo della musica venga puntualmente investito da improvvisi sfoghi di emozioni sopra le righe, in tutte le sfumature possibili. Ancor più quando si parla delle attività di quella figura dalla criniera folta e dal cilindro da gran signore che risponde al nome di Slash. Il suo, in questo senso, l’ha fatto di certo l’ibernazione (permanente) del circo Velvet Revolver, la cui intraprendenza negli ultimi anni coincide con il livello di attrattiva di una carogna spogliata sotto il sole cocente. Comunque sia, “Slash” è il debutto del chitarrista, intitolato in modo semplicissimo, e nonostante i tratti sonori riconoscibili è tutto fuorché un viaggio nostalgico. Una buona dozzina di brani dalla tipica, succosa texture hard rock pesante ogni tanto ricorda, è vero, il rotolarsi tra le rose, naturalmente con la rivoltella alla cintura, ma visto nel suo insieme l’album è una vera rivelazione, che unisce con cruda efficacia elementi musicali eterogenei. Slash si è aiutato con l’unica opzione “sana”, cioè reclutare musicisti ospiti, in primis cantanti, la cui scelta farà di certo sollevare qualche sopracciglio tra i fan “hard core”, in segno di disappunto o disapprovazione.

Ovviamente Slash resta prevedibilmente fedele anche ai suoi tratti musicali riconoscibili, il che a tratti regala all’immagine sonora complessiva del debutto solista del chitarrista una buona dose di aromi retrò aggressivi. Qui si accalca un bel po’ di sferragliante ferraglia pesante e, accanto alla discendenza silenziosa del glam metal, non mancano nemmeno succosi slanci blues rock. Nello stesso sacco sono insomma stipati germogli di sottogeneri diversi e, strano ma vero, non si pestano i piedi a vicenda, a conferma del fatto che sull’album di spirito creativo ce n’è eccome. Se ci aggiungiamo l’interpretazione spiccatamente personale del celebre chitarrista, allora il divertimento non può essere lontano. Slash si trova ancora meglio quando annusa in giro attorno alla classica forma hard rock, come fa capire senza vergogna l’opener “Ghost”, che grazie alla voce di Ian Astbury porta i tratti caratteristici di uno dei tanti assalti dei Cult. Questi ultimi cambiano ovviamente a seconda di come procede il turno dietro al microfono, e alcuni dei cantanti non riescono a convincere del tutto. È curioso, per dire, osservare quanto suoni castrato Lemmy senza il rombo distorto del suo Rickenbacker su “Doctor Alibi”, e un prezzo simile in “inadattabilità” morale lo paga anche “We’re All Gonna Die” di Iggy Pop. La situazione è lontana dall’essere critica, ma qui nelle orecchie vi entrerà molto più in fretta l’ottima collaborazione con Ozzy. Su “Crucify the Dead” firma la regia di un fenomenale ambient semioscuro che, insieme a “By the Sword”, senza dubbio si contende il titolo di uno dei momenti più convincenti di tutto l’album.

Ogni tanto Slash ha evidentemente bisogno di sfide di un genere particolare. Una l’ha trovata nella riuscitissima “avventura” con Fergie, starlette della popolare attrazione hip hop Black Eyed Peas. La ragazza su “Beautiful Dangerous” sorprende con un approccio vocale crudo, direi quasi con un clone più che decente di Wendy O’ Williams. Sull’album non mancano nemmeno manovre dal segno più accessibile, con cui il chitarrista dà l’intonazione a un rock decisamente orientato alla radio. Un livello invidiabile di ascoltabilità lo sprigiona, per esempio, il brano “Gotten”, su cui in tutta la sua sdolcinata sentimentalità si scatena l’usignolo dei Maroon 5 Adam Levine. A farsi largo per attirare l’attenzione del “mainstream” ci pensano “Starlight” e “Back From Cali”, entrambe nella simpatica esecuzione vocale di Myles Kennedy, e già che ci siamo vale la pena citare anche la discesa sentimentale di Cornell attraverso “Promise”, da cui nelle prossime settimane sulle onde radio sarà probabilmente difficile scappare.

Insomma, Slash è finalmente approdato anche al debutto solista, che alla fine si è rivelato un lavoro più che solido. Nell’abbondanza di musicisti ospiti sta ovviamente la ragione dell’incoerenza stilistica dell’album, che però è tutt’altro che fastidiosa. In realtà si porta dietro una bella dose di imprevedibilità, che ti allarga con insistenza gli orizzonti mentre passi da un brano all’altro e non ti lascia indifferente. Se alla fine teniamo a mente la paralisi permanente dei Velvet Revolver già citata nell’introduzione, da cui in fin dei conti non è sbocciata la tanto attesa reunion dei Guns N’ Roses, le ragioni dell’entusiasmo generale che ci piove addosso dai media praticamente fin dall’uscita del disco diventano chiaramente visibili. Diciamolo però con franchezza: si tratta anche di un entusiasmo a caldo, perché, data l’alta qualità dell’album, di passione ce n’è comunque troppa.

Formazione

Slash – chitarra
Chris Chaney – basso
Josh Freese – batteria
Lenny Castro – percussioni

Produzione

Eric Valentine

Tracklist

1. Ghost (Ian Astbury)
2. Crucify the Dead (Ozzy Osbourne)
3. Beautiful Dangerous (Fergie)
4. Back from Cali (Myles Kennedy)
5. Promise (Chris Cornell)
6. By the Sword (Andrew Stockdale)
7. Gotten (Adam Levine)
8. Doctor Alibi (Lemmy Kilmister)
9. Watch This/Watch This Dave (Dave Grohl & Duff McKagan)
10. I Hold On (Kid Rock)
11. Nothing to Say (M. Shadows)
12. Starlight (Myles Kennedy)
13. Saint Is a Sinner Too (Rocco DeLuca)
14. We’re All Gonna Die (Iggy Pop)

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