This Good Place
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Ajalon
Etichetta: Progrock Records
Uscita: 2009
Durata: 59:32
Voto: 3.5/5
Gli americani Ajalon sono rappresentanti di un genere musicale non proprio citato di continuo, quello che di solito si chiama progressive rock cristiano. Questo concetto relativamente oscuro è entrato in uso per la prima volta a metà degli anni Ottanta, quando i leggendari prog rocker Kansas sono finiti nella loro fase da “predicatori” e hanno influenzato parecchi connazionali musicalmente dotati. Ed è proprio dei Kansas, sia nei testi che soprattutto sul piano musicale, che si può dire senza troppi giri di parole che sono l’influenza principale sul trio di fanatici religiosi di Seattle, anche se nella loro musica non usano il violino e anche la magniloquenza gli è piuttosto estranea.
Parecchi arrangiamenti di “This Good Place”, terzo album di fila per loro, ricordano non solo certe creazioni dei Kansas, ma anche le “derivazioni” moderne dei Kansas come i Native Window, certe opere sosoliste dell’ex chitarrista dei Kansas Kerry Livgren, e anche alcuni lavori della sua band Proto-Kaw. Tra le altre influenze si riconoscono Yes, Genesis e Marillion, del resto i modelli più gettonati di tutti i revivalisti del prog rock. Nella loro carriera gli Ajalon hanno già collaborato più volte con prog rocker cristiani affermati come Rick Wakeman, Neal Morse e Phil Keaggy. Stavolta l’ospite è l’ottimo chitarrista Paul Bielatowicz, che la maggior parte dei buongustai della musica ricorda soprattutto come membro del Carl Palmer Band.
Il primo pezzo del disco, “Love Is a Dream”, è anche il peggiore, perché la band rovescia subito addosso all’ascoltatore un’inutile tonnellata di patetismo americano stereotipato, di quelle che con ogni probabilità approverebbe anche Neal Morse, anche se lui probabilmente tirerebbe fuori una base musicale un po’ più di qualità. Più del testo da predicatore, trito e ritrito, dà fastidio il fatto che in sostanza si tratta di una ballata sentimentale che ha più in comune con il pop che con il progressive, perché poggia su una melodia piuttosto sdolcinata, impostata in chiave acustica, mentre un soffio di “intelletto” arriva solo dai colorati arrangiamenti prog rock in stile sinfonico alle tastiere, soprattutto al sintetizzatore Moog, che vengono dalla classica scuola Genesis. Il problema è anche che Will Henderson ha in generale un timbro di voce piuttosto patetico, di quello che serve per raccontare messaggi biblici, ma per fortuna a sostenerlo ci sono spesso armonie vocali di qualità.
“Nickels and Dimes, Marbles and Stones” è una composizione un po’ più interessante, anche se più di un fan degli Spock’s Beard noterà fin troppe somiglianze con certi pezzi del lascito di quella band. Tutti e tre i membri degli Ajalon sono musicisti eccellenti, come dimostrano sia gli ottimi assoli sia la capacità di intessere arrangiamenti belli e complessi, ma nelle loro composizioni ci sono troppi elementi di revivalismo prog sentiti e risentiti mille volte, che di solito occupano lo spazio che potrebbe essere riservato a idee più innovative. Il lato positivo del disco è soprattutto che con ogni brano successivo diventa un filo più interessante, ma chi si aspetta che i singoli pezzi, nonostante le melodie e i ritornelli piacevoli, gli restino in testa a lungo si sbaglia di grosso.
“Not Man” ricorda qualcosa che avrebbero potuto fare i Genesis nel loro periodo finale con Ray Wilson, cioè un biscottino neo prog rock con potenziale commerciale. La giostra strumentale “Abstract Malady” mette in luce le qualità soliste di tutti e tre i membri e anche di Bielatowicz, che con le sue follie chitarristiche dimostra ogni volta perché Carl Palmer l’ha voluto nella sua squadra. In “Lullaby of Bedlam” la band, a sorpresa, si veste di sfumature sonore un po’ più cupe del solito “fiorellini sempre in fiore e solicello sotto il cielo di Dio” e propone qualche suono oscuro di sintetizzatori e chitarra, mentre Henderson conferma che la sua voce non deve per forza suonare sempre patetica. Un’altra spezia interessante è un breve inserto di voce femminile, mentre più avanti sfoggiano perfino qualche elemento prog metal, soprattutto con una sequenza di frasi di chitarra incisive.
Ovviamente, come in gran parte dei progetti neo prog rock moderni, anche stavolta non può mancare il lungo epic, che è solo di poco più corto dei “canonici” venti minuti. Qui parliamo della suite in tre parti “Redemption”, che con la sua rispettabile varietà di arrangiamenti, i cambi di tempo inattesi e i complessi inserti solisti è il pezzo migliore del disco, anche se la voce della cantante ospite Robyn Dawn, che si presenta nella prima parte dell’epic, non è di sicuro per tutti i gusti. Qui si sentono ovviamente anche le influenze più forti di Genesis, Yes e Marillion, anche se per fortuna non si può certo accusarli di copiare certi arrangiamenti, cosa che oggi fanno senza vergogna fin troppe band neo prog rock. La title track piacerà probabilmente alla maggior parte degli amanti dei Genesis con Phil Collins alla voce. Se si sostituisse Henderson con Collins, potrebbe finire senza problemi su un disco dei Genesis come “And Then There Were Three”. Ovviamente andrebbe cambiata anche la produzione. Quella degli Ajalon è in generale morbidissima, quasi di seta, così che l’ascoltatore non abbia mai la sventura di cogliere qualche forza atmosferica negativa, magari troppo ruvida, che potrebbe allontanarlo in modo traumatico dalla presenza divina.
“This Good Place” dimostra che gli Ajalon non si sono guadagnati a caso l’attenzione di musicisti di culto come Rick Wakeman e Neal Morse, e che a farlo non è stata soltanto la presenza di testi devoti, anche se questo elemento ha senza dubbio giocato un ruolo chiave nel farli notare più facilmente in un mare di band affini per stile. Il disco mostra che si tratta di musicisti notevoli, che si capisce al volo essere cresciuti a pane e progressive rock e che coltivano per esso un amore sincero, subordinato però all’amore per il “Signore”. Chi non si fa disturbare dai testi religiosi e dalle classiche dosi di patetismo americano, cioè tutti gli amanti della carriera solista di Neal Morse, finirà più o meno di sicuro per innamorarsene senza fatica. Per il resto, anche questo lavoro dimostra che, in sostanza, la loro musica non offre niente di particolarmente originale o troppo sperimentale, perché è del tutto inserita nella tradizione del prog rock sinfonico a trazione melodica, quello che negli ultimi vent’anni hanno provato a rivitalizzare numerose formazioni (neo) prog rock americane e scandinave.
Formazione
Wil Henderson – voce
Randy George – chitarra, basso, tastiere
Dan Lile – batteria e percussioni
MUSICISTI OSPITI:
Paul Bielatowicz – chitarra
Robyn Dawn – voce e cori
Jonathan Sindleman – organo e sintetizzatore
Produzione
Randy George
Tracklist
1. Love Is A Dream (7:17)
2. Nickels and Dimes, Marbles and Stones (4:52)
3. Not Man (6:43)
4. Abstract Malady (6:44)
5. Lullaby of Bedlam (8:40)
6. Redemption (19:06)
7. This Good Place (6:10)