Slippery When Wet

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Artista: Bon Jovi
Etichetta: Mercury Records
Uscita: 1986

A metà degli anni Ottanta, sui volti più o meno belli (l’analisi dettagliata la lascio volentieri a voi) di una cinquina di cowboy del New Jersey, prevedibilmente battezzati Bon Jovi, dopo un debutto accolto alla grande iniziò presto ad attaccarsi la fastidiosa nomea dell’ennesima band da one hit wonder, quando ai nostri “nasty” amici capita all’improvviso Slippery When Wet. Stavolta Jon e compagnia sul terreno scivoloso non scivolano, anzi. Slippery When Wet, sulle ali del nuovo produttore Bruce Fairbairn, mostra per la prima volta il volto solidissimo e compatto della combriccola di Jon, quella che negli anni successivi sarebbe diventata la proverbiale qualità Bon Jovi. Ritornelli enormi e pomposi, capelloni ancora un filo più gonfi e una valanga di ballatine gentilmente orecchiabili garantiscono al fan medio dei Bon Jovi, abituato a melodie discrete e tenere di cuore, una rivelazione di tipo particolare, simile a quando una ragazzina scopre che quella piccola insenatura a sud dell’ombelico serve anche a qualcosa di diverso dalla quotidiana secrezione di succhi naturali dal forte aroma. Con Slippery i Bon Jovi hanno superato anche questi problemi della nostra confusa fanciulla, e te ne accorgi a ogni passo già al primo ascolto di questo documento.

I Bon Jovi entrano in grande stile nel loro periodo di maggior successo, con il rombo iniziale dell’hammond tirato a lucido di David, che fonde la vecchia tradizione e la nuova scuola del gioco di tasti bianchi e neri, e in mezzo ai riflettori balza fiero Let It Rock: una combinazione fresca, ampiamente collaudata in senso commerciale, di linea di basso secca e potente, cori maestosi e riffeggiare tagliente di Sambora, che con classe annuncia in boccio la nascita di un nuovo ramo dell'”hair metal”. E “hair metal” è, senza se e senza ma! La baldanza della sua fiera parata rigidamente ritmica viene un po’ interrotta da You Give Lova A Bad Name, strutturalmente simile ma liricamente tutt’altra cosa, uno dei più grandi inni hard rock degli anni Ottanta, dove il suono ruvido dell’hammond lascia gentilmente spazio a soluzioni sintetiche più moderne, con cui i “jovići”, consegnando versi impacchettati con leggerezza, almeno per quanto riguarda i contenuti, svelano definitivamente tutta la grinta della cucina di Jon e Richie. Funziona da dio, soprattutto la messa in scena energica della voce carismatica di Jon, che in linea di massima disegna il ritratto del tradizionale machismo americano sicuro di sé, accettabile a certe condizioni (interpretate liberamente) anche per l’anima rock europea media. Soprattutto Livin’ On A Prayer, racconto ottimista, o se preferisci più “american way”, quasi da favola, il cui inconfondibile attacco di chitarra di Sambora ormai conoscono praticamente tutti, rappresenta il vertice artistico di tutta la carriera dei Bon Jovi (comprese le “uniche” avventure hollywoodiane del signore). Un pezzo orecchiabile che, grazie a un ritornello ispiratissimo, dopo ben ventun anni (si fa fatica a crederci) ti stampa ancora un sorriso sulle facce rosicchiate dal tempo. Nemmeno la piuttosto mediocre Social Disease riesce a rovinare il buon gusto nelle orecchie. L’intro banale, probabilmente pensato come rappresentazione diretta delle attività genitali ipertrofiche di Jon, non suona minimamente impressionante. Comunque sia, a rimettere subito le cose a posto ci pensa Wanted Dead Or Alive, un nuovo trionfo della combinazione, allora sempre vincente, tra il cowboyismo di Jon e lo straordinario lavoro chitarristico di Sambora. Impressiona soprattutto la potenza della voce del chitarrista, che, con gran gioia di tutti, in parecchi punti fa capolino fiera da sotto la dominante voce di Jon.

Che per conquistare con successo le vette delle classifiche una band del calibro dei Bon Jovi abbia assolutamente bisogno del sostegno di qualche ballatina particolarmente commovente, l’avrà probabilmente spiegato ai ragazzi proprio Bruce Fairbairn, a cui si deve il timone sicuro del collettivo nel suo burrascoso viaggio verso il paradiso del rock. Without Love e soprattutto l’imponente Never Say Goodbye testimoniano un’analisi minuziosa e la definitiva padronanza della formula della power ballad, dove Jon Bon Jovi, nei panni dell’immagine idealizzata dalla scolaretta media come irraggiungibile stallone, si fa finalmente celebrare anche come reietto sfortunato in amore. Materia giusta per la popolazione americana assetata di lacrime, che ha fatto subito suo Slippery When Wet appena uscito, spalancando alla banda incorreggibile di cowboy del New Jersey le porte della gloria, che i ragazzi si erano senza dubbio meritati.

Formazione

Jon Bon Jovi: voce
Richie Sambora: chitarra, cori
Alec John Such: basso
David Bryan: tastiere
Tico Torres: batteria

Produzione

Bruce Fairbairn

Tracklist

1.Let It Rock
2.You Give Love A Bad Name
3.Livin’ On A Prayer
4.Social Disease
5.Wanted Dead Or Alive
6.Raise Your Hands
7.Without Love
8.I’d Die For You
9.Never Say Goodbye
10.Wild In The Street

Durata dell’album: 43.42

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