Song For America
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Kansas
Etichetta: Epic Records
Uscita: 1975
Voto: 4.5/5
Con “Song For America” i Kansas hanno portato ancora più in alto la loro anima prog rock sinfonica, quella che avevano abbozzato con l’ottimo debutto omonimo. Anche se dopo l’uscita di “Kansas” (1974) si erano guadagnati in patria una base di fan fedele e tutt’altro che trascurabile, all’epoca restavano ancora una band piuttosto piccola, che suonava per lo più nei bar da cowboy più sperduti di Topeka, la parte più conservatrice dell’America, dove nessuno avrebbe mai immaginato che potesse nascere una band prog di qualità. Chi non aveva ancora sentito la loro musica e aveva visto solo le foto dei membri pensava di trovarsi davanti a un gruppo country, visto che si vestivano ancora da veri cowboy. L’immagine da pistoleri da spaghetti western di sicuro non li aiutava a farsi conoscere, ma chi aveva ascoltato il primo disco o li aveva visti dal vivo restava a bocca aperta, se non proprio spiazzato, davanti alla bravura e alla musica di questa band americana, che suonava rock progressivo sinfonico di prima qualità secondo la classica ricetta britannica.
Su “Song For America” questa impostazione ha toccato il suo apice: è senza dubbio il loro disco più “britannico” nel sound, o comunque quello in cui i Kansas si sono avvicinati di più alla definizione di prog rock sinfonico, quello che attingeva soprattutto dalla musica classica. L’iniziativa nella composizione dei pezzi l’ha presa qui il chitarrista Kerry Livgren, e si sente: l’album è pieno di arrangiamenti sinfonici sopraffini e in certi momenti è avvolto da un’atmosfera mistica fuori dal comune. Quest’ultima nasceva anche dall’entusiasmo che Livgren aveva all’epoca per tutto ciò che sapeva di Oriente. Le composizioni di Livgren sono anche le migliori del disco, anche se pure il cantante/tastierista Steve Walsh, l’altra metà dei due principali creatori della band, ha messo sul piatto un bel po’ di buone idee, che però sono per lo più più vicine all’hard rock e al blues rock. Walsh, da sempre uno dei migliori tenori nella storia del rock, benché quando si fanno le classifiche dei migliori cantanti ci si dimentichi spesso di lui, era anche un tastierista molto solido, che per conoscenza e uso dei sintetizzatori non aveva molto da invidiare ai colleghi europei. Il suono delle tastiere su questo disco è diventato nettamente più morbido, più raffinato e quindi più vicino a quello della maggior parte delle band prog europee. Su “Song For America” si nota un netto passo avanti soprattutto nella sezione ritmica Ehart/Hope, diventata ancora più dinamica, mentre il magistrale violinista Robbie Steinhardt forse non è mai stato così espressivo come su questo album. Anche i temi dei testi si sono fatti un po’ più cupi: la maggior parte si confronta con i lati più oscuri della società umana.
“Song For America” è un album ben bilanciato, con il giusto numero di prelibatezze prog rock sinfoniche epiche e di mazzate hard rock/blues da bar, il che vuol dire che dovrebbe piacere tanto ai fan dei Genesis quanto a quelli dei Deep Purple. L’iniziale “Down On The Road” è uno standard blues/hard rock piuttosto basilare, dove si sentono le loro radici e dove le solite tendenze prog sinfoniche britanniche non emergono più di tanto. Resta comunque un’apertura buona e quanto mai adatta per il disco, valorizzata da tante parti strumentali varie, soprattutto di violino, chitarra e tastiere. Il testo di Walsh sulla vita degli spacciatori si sposa bene con il suo tenore potente, che sputa fuori tutta la rabbia del mondo. Il pezzo è accompagnato da un tipico ritmo bluesy, da tanti succosi riff di chitarra di Livgren e da battimani. Tutto questo dimostra che si tratta di una di quelle tipiche creazioni “da bar” di Walsh, per le quali pescava l’ispirazione ai tempi della sua prima band, i White Clover.
Segue l’epica title track, “Song For America”, un fantastico inno prog rock sinfonico firmato Livgren, uno dei loro pezzi più amati e riusciti in assoluto e, secondo me, anche il punto più alto del disco. Questo splendido brano è carico di una maestosità incredibile, che nasce da un suono di tastiere pienissimo, attraversato da un riff di chitarra arguto e da passaggi virtuosistici di violino. Quest’atmosfera pomposa di invincibilità prosegue attraverso numerosi cambi di ritmo fino all’arrivo del trionfale cambio di tempo e di una bellissima sezione spaziale, dove si mescolano suoni di mini moog, pianoforte, violino e chitarra a formare un muro del suono perfetto. La voce potente di Walsh evoca la storia idealistica di una terra utopica che, soprattutto per l’avidità umana, non si è mai realizzata. In nessun altro pezzo della loro storia si avvertono tante influenze sinfoniche di Emerson, Lake & Palmer, che si sentono soprattutto negli assoli vari, energici e imprevedibili di moog, sintetizzatori e pianoforte. I passaggi di violino di Steinhardt, intanto, garantiscono per tutto il tempo il loro sound inconfondibile. L’ultima sezione strumentale è il momento in cui i Kansas si sono avvicinati più che mai alla definizione di prog sinfonico. Anche stavolta la prestazione vocale di Walsh fa venire i brividi lungo la schiena. “Song For America” è senza dubbio uno dei più grandi trionfi nella storia della band e un pezzo epico che reggerà per sempre alla prova del tempo. Anche secondo Steinhardt questo brano è il loro inno principale, quello che dal vivo rappresenta l’anima della band.
“Lamplight Symphony” è un altro eccellente epic prog rock sinfonico di scuola britannica, per niente meno pomposo di “Song For America”, solo con un’atmosfera un po’ più cupa, che nasce anche dal testo inquietante di Livgren sugli incontri con i fantasmi. I Kansas qui di nuovo creano come niente fosse cambi di tempo complessi e drammatici, con passaggi potenti di violino, moog, hammond e chitarra, mentre la voce di Walsh, aiutata da splendide voci di accompagnamento, ti spezza semplicemente il cuore. Da leccarsi i baffi soprattutto il passaggio imponente e inatteso nella seconda parte, quando entra uno strato maestoso di moog e parte il riffing tagliente di Livgren. Qui i Kansas brillano ancora una volta come maestri unici nel mescolare arrangiamenti sinfonici pomposi e passaggi di chitarra hard rock affilati. Bellissime anche le parti malinconiche in mezzo, di violino e pianoforte, che evocano un’epicità incredibile, da tempi lontani e dimenticati da un pezzo. In questo brano eccellente, che rientra anch’esso tra i classici dei Kansas, si sente un’influenza dei Genesis tutt’altro che trascurabile.
Con “Lonely Street” di Walsh i Kansas tornano di nuovo sul terreno polveroso del deserto di casa, vicino a un bar dimenticato in mezzo al nulla, tra il deserto e i campi di grano. Si tratta infatti di un altro blues rocker piuttosto basilare ma potente, che nel testo racconta la dura vita di strada. Naturalmente non mancano gli affilati passaggi di chitarra di Livgren e la voce bluesy di Walsh, che qualsiasi hard rock band dell’epoca avrebbe voluto avere. In mezzo domina un ritmo da bar piuttosto sonnolento e lento. I fan del loro lato hard rock apprezzeranno questo pezzo sicuramente molto più di chi ama le loro tendenze prog, per i quali sarà con ogni probabilità il brano più debole del disco.
In “The Devil Game” hanno unito le forze compositive Walsh e il bassista Dave Hope, creando un pezzo solido, che racconta una tematica da rock piuttosto classica: il gioco col diavolo e tutte le sue conseguenze. Qui i Kansas hanno fuso con grande successo, e nelle giuste dosi, i loro elementi blues/hard rock e quelli prog sinfonici, come si vede nell’intreccio di ricchi arrangiamenti sinfonici di violino e tastiere, ritmo dinamico e riff di chitarra scatenati. La voce di Walsh scoppia ancora di potenza e drammaticità. Un pezzo solido, ma il meglio, come al solito, arriva proprio alla fine.
“Incomudro- Hmyn To The Atman” è il terzo, il più lungo e conclusivo epic prog sinfonico del disco, un capolavoro di Livgren riconoscibile da lontano. Lo conferma anche il testo, che deriva dagli insegnamenti filosofici della religione induista, che Livgren, appassionato di misticismo orientale e prima della conversione a cristiano “rinato”, studiava ancora con entusiasmo. Tra tutti gli epic prog del disco questo è forse il più rifinito, anche per la complessità della struttura dei singoli arrangiamenti sinfonici. Il pezzo scoppia di pomposità da inno. Qui si può ammirare l’armonia eccezionale tra le varie sezioni strumentali classicheggianti. Nella prima sezione spiccano soprattutto gli ottimi assoli di Walsh all’organo hammond e le magie al violino di Steinhardt. Nella seconda parte prendono l’iniziativa i riff di chitarra aggressivi di Livgren, che, insieme al suono succoso dei sintetizzatori e a un ritmo di batteria impazzito, formano il suono di qualcosa che oggi qualcuno chiamerebbe anche prog metal. L’atmosfera cambia di continuo, dal malinconico al mistico, al misterioso fino al trionfale, e anche in questo i Kansas erano dei veri maestri. È uno di quei pezzi che dovrebbero ascoltare tutti quelli che non conoscono (troppo bene) la band e che sminuiscono il suo lato prog rock.
Con “Song For America” i Kansas hanno creato un capolavoro a tutti gli effetti e si sono avvicinati più che mai al suono sinfonico delle influenti band di rock progressivo britanniche, qualcosa che ogni gourmet del prog saprà senz’altro apprezzare. Sarebbe stato perfino il loro disco migliore, se più tardi non fosse uscito l’incredibile “Leftoverture” (1976), il loro più grande successo commerciale e la grande svolta, quello in cui hanno lasciato il maggior numero di classici. Anche se “Song For America” (ancora) non conteneva nessun hit e non ha portato loro un successo commerciale tangibile come “Leftoverture”, il che ovviamente non è affatto un metro di qualità, secondo me è il loro magnum opus per quanto riguarda la quantità di arrangiamenti sinfonici magniloquenti e, di riflesso, di atmosfera mistica. Dopotutto conteneva tre eccellenti epic prog, che possono stare ai vertici assoluti della loro produzione. Chiunque abbia qualche riserva sulla loro natura progressiva, lo invito a iniziare a scoprirli da questo album. E non vanno trascurati nemmeno i pezzi hard rock/blues rock, che testimoniavano bene la loro versatilità e la loro libertà di genere e che rendono la band sempre interessante anche per un pubblico più ampio. Per la grande svolta commerciale dei Kansas mancava ormai solo un anno. In quel periodo hanno fatto uscire un altro album niente male, anche se con un profilo un po’ più basso, e poi è cominciata la grande conquista del pubblico musicale di tutto il mondo.
Formazione
Steve Walsh – voce, tastiere
Kerry Livgren – chitarra, tastiere, cori
Robbie Steinhardt – violino, cori
Rich Williams – chitarra
Dave Hope – basso, cori
Phil Ehart – batteria
Produzione
Jeff Glixman, Wally Gold
Tracklist
1. Down the road (3:43)
2. Song for America (9:59)
3. Lamplight symphony (8:11)
4. Lonely street (5:43)
5. The devil game (5:03)
6. Incomudro – Hymn to the Atman (12:12)
Durata dell’album: 44:51