Sorceress
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Opeth
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: 2016
Durata: 56:35
Voto: 5/5
Gli indomabili sperimentatori svedesi Opeth, con il nuovo dodicesimo album in studio intitolato »Sorceress«, rimettono alla prova la flessibilità e la ricettività d’ascolto dei loro fan metal di lunga data, che hanno vissuto in modi molto diversi la loro graduale trasformazione da death metal progressivo a metal progressivo e rock progressivo. Per chi ascolta senza paletti di genere, i due album precedenti, cioè »Heritage« (2011) e il suo successore ancora migliore, »Pale Communion« (2014), sono stati tra le cose migliori capitate negli ultimi anni nel campo della musica sperimentale, ricca di atmosfere e che non offende l’intelligenza di chi ascolta. Sotto la guida del cantante, chitarrista, direttore artistico, produttore e fonico Mikael Åkerfeldt, gli Opeth ne hanno fatta di strada, senza mai cadere nella trappola in cui inciampa la maggior parte delle band metal di oggi: prevedibilità e genericità del suono.
Anzi, al contrario: ogni nuovo album degli Opeth ha sempre portato qualcosa di nuovo e di fresco, anche se i metallari più ‘tutti d’un pezzo’ e ancorati al passato hanno rimproverato alla band di aver attinto un po’ troppo, su entrambi i lavori citati, al rock progressivo degli anni Settanta, che Åkerfeldt ha imparato ad amare soprattutto dopo aver conosciuto nel 2000 il principale mecenate del prog moderno, Steven Wilson (Porcupine Tree). Dopo gli esperimenti quasi totalmente prog-rock dei due predecessori, su »Sorceress« gli Opeth hanno provato ancora qualche nuova sperimentazione sonora, hanno ridotto sensibilmente l’uso del mellotron, sono tornati a un suono un filo più duro e hanno centrato quasi alla perfezione la via di mezzo tra prog rock e prog metal, con brevi incursioni nel jazz rock fusion, nella psichedelia e nel folk. Anche se »Sorceress« pesca decisamente meno dal prog rock anni Settanta, su gran parte dei pezzi è perfino più sperimentale dei due predecessori, da cui si distingue parecchio.
L’apertura strumentale »Persephone««, che col titolo richiama la moglie dell’inquietante dio greco degli inferi, Ade, è incoronata da sottili arrangiamenti di chitarra acustica ed è un’apertura d’album ambient luminosissima e allo stesso tempo malinconica. Tutto cambia già con la title track, che conquista con soluzioni sonore oscure e crude, mentre gli elementi ritmici jazz-fusion si fanno largo in mezzo a passaggi di chitarra furiosi. A tenere insieme il tutto ci pensa la prova vocale carismatica e autorevole di Äkerfeldt. Anche stavolta tutti i brani dell’album sono cantati in voce pulita, e (di nuovo) qualcuno dei fan dell’era prog death storcerà il naso, ma la voce di Mikael è semplicemente troppo bella per tornare al passato e sprecarla ancora in qualche growl ogni tanto, che in certi pezzi del passato rendeva i testi parecchio difficili da capire.
»The Wilde Flowers«, che probabilmente prende il nome dall’omonima band cult degli anni Sessanta da cui poi nacque la scena di Canterbury del rock progressivo, con formazioni leggendarie come Caravan, Gong e Soft Machine, è intrisa di un’atmosfera marcatamente cupa e misteriosa, mentre il ritmo furioso del pezzo è dettato da pesanti riff di chitarra. Una breve sezione strumentale a tinte psichedeliche, con improvvisazioni chitarristiche, aggiunge ulteriore varietà, e lo stesso vale per gli intermezzi di chitarra acustica. Di tutti i brani di »Sorceress«, il celtico »Will O The Whisp«, che tra arrangiamenti sinfonici e acustici contiene anche elementi folk rock, è quello più vicino al rock progressivo (folk) dei Settanta: a tratti ricorda parecchio i leggendari Jethro Tull dei tempi migliori. Perfino il modo di cantare di Åkerfeldt qui si avvicina un po’ al giovane Ian Anderson, ed è più che evidente che si tratti di un omaggio stilistico a una delle sue band prog preferite. Se grazie a questo qualche metallaro dovesse scoprire per caso i Jethro Tull, purtroppo ritiratisi anzitempo nel 2011, non ci sarebbe assolutamente niente di male, anzi. Forse in futuro gli Opeth potrebbero inserire nel loro suono anche un (vero) flauto, visto che le tastiere lo simulano spesso con discreto successo.
Su »Chrysalis« gli Opeth tornano su un territorio un po’ più prog metal, con numerosi cambi di tempo complessi e armonie vocali drammatiche, anche se la maggior parte dei passaggi di chitarra ha una carica hard rock ben marcata, mentre il tastierista Joakim Svalberg si mette in luce anche all’organo Hammond. Nonostante il titolo evocativo, dal testo si può dedurre che quasi di sicuro non si tratta di un riferimento alla storica etichetta dei Jethro Tull, la Chrysalis Records. I momenti acustici sull’album sono parecchi, ed è così anche per »Sorceress 2«, dalle tinte pastorali, mistiche e psichedeliche, che a livello stilistico ricorda un po’ i primi Pink Floyd. Il bellissimo strumentale »The Seventh Sojurn«, che col titolo si rifà almeno in parte all’ottavo album in studio dei leggendari The Moody Blues, è permeato da un’atmosfera orientaleggiante di cui Åkerfeldt si era già entusiasmato su alcuni lavori precedenti degli Opeth: il pezzo poggia su scale pentatoniche e sul suono etnico di svariate percussioni, sotto la regia del batterista Martin Axenrot.
Il complesso otto volante sonoro di »Strange Brew«, uno dei brani centrali dell’album, si apre con un’introduzione sospesa e un po’ psichedelica che costruisce piano piano un’atmosfera piuttosto cupa, a cui segue il passaggio in una sezione strumentale caotica e cacofonica, dove avant-rock e metal progressivo si danno la mano. Questa situazione non dura a lungo, perché la voce camaleontica di Åkerfeldt porta le cose in tutt’altra direzione, con l’arrivo di passaggi di chitarra hard rock e di un assolo bravuroso da veri eroi della chitarra dell’età d’oro del rock. Il finale è completamente cupo e malinconico, come si addice ai maestri dell’oscurità scandinava. Il nuovamente più folk »A Fleeting Glance« contiene passaggi barocchi di chitarra acustica, mentre le armonie vocali mistiche, sotto l’eccezionale comando di Åkerfeldt, suonano come se arrivassero da un’epoca antica. Le armonie chitarra-tastiere sono eseguite in modo estremamente sottile, mentre tutto è sostenuto da passaggi complessi. Dopo un’introduzione di pianoforte sospesa, »Era« si trasforma in una marcia prog metal intensa, con una prova vocale epica e potenti cambi di tempo, regalando a »Sorceress« un finale intenso e quanto mai adatto. »Persephone (Slight Return)« è una chiusura al pianoforte di meno di un minuto, che lascia intuire la natura concettuale dell’album, anche se di questa, almeno ufficialmente, su »Sorceress« non si può parlare.
Con »Sorceress« gli Opeth hanno creato un nuovo capolavoro nell’arte di costruire ponti imprevedibili tra metal progressivo e rock progressivo, all’altezza dell’eccellente predecessore »Pale Communion«, da cui però si distinguono parecchio, e in senso positivo. Ciò che più entusiasma su »Sorceress« è il dualismo sonoro e atmosferico tra impatto, oscurità e alcuni momenti ambient bellissimi, tanto che in mezzo a tutta questa varietà (inter)di genere a volte si fatica a credere che sia sempre la stessa band. Alcuni metallari più ‘duri e puri’ storceranno di certo il naso perché stavolta Åkerfeldt ha lasciato la produzione dell’album interamente a Tom Dalgety, noto soprattutto per il lavoro con Simple Minds, Pixies e altre band che con gli Opeth hanno poco in comune, ma Dalgety ha fatto il suo lavoro su »Sorceress« con eccellenza e ha rifinito il loro suono fino alla perfezione. »Sorceress è una bella dimostrazione che gli Opeth, nonostante il malcontento di alcuni fan di lunga data che proprio non riescono ad accettare che l’era di »Blackwater Park« (2001) sia finita per sempre, non sono affatto da buttare, anzi: la loro imprevedibile evoluzione sonora prosegue disco dopo disco, verso nuovi, emozionanti capitoli di una carriera variegata.
Formazione
Mikael Åkerfeldt – voce, chitarra, produzione e mix
Fredrik Åkesson – chitarra, voce di accompagnamento
Joakim Svalberg – pianoforte, tastiere, voce di accompagnamento
Martín Méndez – basso
Martin Axenrot – batteria, percussioni
Produzione
Tom Dalgety
Tracklist
1. Persephone
2. Sorceress
3. The Wilde Flowers
4. Will O The Wisp
5. Chrysalis
6. Sorceress 2
7. The Seventh Sojourn
8. Strange Brew
9. A Fleeting Glance
10. Era
11. Persephone (Slight Return)