Stackridge

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Stackridge
Etichetta: Decca Records
Uscita: 1971
Durata: 50:34
Voto: 4.5/5

Gli Stackridge sono dei folk rocker progressivi britannici unici nel loro genere, che per gran parte della carriera hanno preso in giro il mondo con un umorismo sfacciato, pieno di quella tipica pungente ironia inglese. Con testi intelligenti infarciti di battute sarcastiche andavano a infilare il dito nelle piaghe più dolorose della società britannica, coltivando allo stesso tempo una forte fissazione sonora per i Beatles, tanto che spesso li hanno etichettati come i Beatles di campagna, anche se il loro stile musicale è in generale difficilissimo da incasellare. Oltre ai Beatles, nella loro musica si trova infatti uno spettro di influenze incredibilmente ampio, che va da Frank Zappa alla musica popolare fino ad alcuni compositori classici, con Igor Stravinsky in testa. Nella loro essenza, però, gli Stackridge erano soprattutto dei menestrelli scatenati, con una grande simpatia per la pastorale celtica, e strumentisti eccellenti con uno straordinario talento nel fondere splendide melodie acustiche e magniloquenti arrangiamenti sinfonici, con un uso immancabile di flauto e violino. Tutto questo li ha messi senza dubbio tra i gruppi progressive più interessanti, ma spesso ignorati, degli anni Settanta. La loro influenza su alcune band britanniche di prestigio, prog e pop rock, con Queen, Supertramp e 10cc in testa, non si può ignorare.

Gli Stackridge, già con l’ottimo esordio omonimo, hanno dimostrato di essere una band fatta di un’altra pasta, una che era facile amare a patto di essere già fan dei Beatles, della pastorale celtica e dell’umorismo nero. Ogni composizione dell’album è un capitolo a sé e riflette i loro diversi volti stilistici. Va detto che gli Stackridge, un po’ come i Gong, nei loro primi lavori hanno creato una mitologia lirica tutta loro, con una marea di strani personaggi fantasiosi in cui si specchiavano le varie facce della società inglese. Il mix di folk rock, pop e prog rock sinfonico e i testi comici ogni tanto ricordano la prassi di alcune band della scena di Canterbury, con i Caravan in prima fila, ma le armonie vocali alla Beatles e il modo unico di suonare flauto e violino danno a ogni brano un marchio tutto personale.

Quest’ultimo si potrebbe dividere in tre categorie: scatenati pezzi folk rock da saltellare, ballate pastorali, epopee sinfoniche e pop rock intelligente, anche se tra loro non ci sono confini stilistici rigidi. Gli amanti del pop rock beatlesiano di fine anni Sessanta si innamoreranno già dell’opener “Grande Piano”, dove le linee vocali tra il chitarrista Andy Cresswell-Davis e il bassista James Warren fanno pensare agli anni d’oro del duo Lennon-McCartney. A fare da accompagnamento c’è una melodia semplice ma efficacissima e saltellante, con incursioni burlesche del pianoforte. Sulla ballata folk acustica “Percy the Penguin”, dove con armonie vocali quasi sacre e una malinconica melodia di chitarra raggiungono un’atmosfera intensamente malinconico-nostalgica, dimostrano per la prima volta perché erano tra i campioni della pastorale celtica. Sullo sfondo si sentono il rumore delle onde e le grida dei gabbiani, che si sposano benissimo con la copertina dell’album. Più di un fan del prog rock ci troverà anche qualche somiglianza con i primi Genesis (era “Trespass” e “Nursery Cryme”).

Il primo picco dell’album è il fenomenale “Three Leged Table”, dove brillano in tutto il loro splendore le doti della band nel creare atmosfere variegate e nel mescolare con coerenza elementi di folk e prog rock. All’introduzione pastorale, delicata e dai toni malinconici, con bellissimi arrangiamenti di violino e chitarra acustica, segue il passaggio a una sezione epica con tante armonie celtiche. Subito dopo sorprende un inserto pop rock scatenato, in cui si divertono con passaggi di chitarra blueseggianti. Il culmine del pezzo arriva con lo stacco in un motivo ritmicamente molto giocoso, dove entusiasmano i passaggi battaglieri dei fiati, i selvaggi stacchi di batteria e l’ottimo canto di Cresswell. “Dora the Female Explorer”, condita di battute a sfondo sessuale, è un esperimento spiccatamente burlesco in cui gli Stackridge, con il loro folk rock inconfondibile, grazie a un’armonica suonata con brio ci mettono dentro anche un pizzico di country. Spiccano le eccellenti armonie vocali e il violino burlone di Evans. Un altro momento di puro piacere da buongustai è lo strumentale prog rock a impronta sinfonica “Essence of Porphyry”, dove con succosi arrangiamenti barocco-pastorali di violino e flauto creano un’atmosfera intensamente arcaica, davanti alla quale non è difficile immaginare i prati celtici di prima dell’arrivo degli antichi Romani. “Marigold Conjunction”, sognante, con la sua melodia romantica, le frasi di chitarra bluesy, le armonie vocali epiche e l’accompagnamento di arrangiamenti orchestrali di violino, è un altro tenero omaggio ai Beatles che farà leccare i baffi a tutti gli amanti dell’immortale quartetto di Liverpool.

Sulla successiva ballata folk acustica “West Mall”, attraversata da effetti di pioggia e tuoni, si può ammirare di nuovo il loro talento nel costruire canti eterei, melodie sognanti e nell’usare l’umorismo nero britannico. “Marzo Plod” è un’altra burlesca tipica, con arrangiamenti di violino scherzosi e voci beffarde, in cui il ruolo centrale spetta a un ragazzino un po’ imbranato di nome Marzo. Il pezzo forte dell’album è la conclusiva epopea folk rock di oltre 14 minuti, “Slark”, che in seguito è uscita anche come singolo, in versione accorciata. È una fantastica combinazione di folk e prog rock sinfonico che ti farà ritrovare con la mente, senza fatica, in qualche bettola inglese del Cinque o Seicento. Nella sezione centrale c’è anche un assolo di flauto insolitamente scatenato di Slater, che farebbe applaudire perfino Ian Anderson (Jethro Tull). Il motivo pastorale centrale di flauto e violino, che più avanti arricchiscono anche con armonie vocali da “bevuta”, è una delle loro creazioni più famose e amate.

Il debutto degli Stackridge è una vera leccornia per tutti gli amanti del folk rock progressivo e dello specifico umorismo britannico. È un album che pullula di ottime idee, tanto che a ogni nuovo ascolto scopri qualcosa di diverso. Anche la produzione è molto buona per i tempi, il che non sorprende più di tanto se si sa che dietro al mixer ha collaborato anche Martin Birch (diventato celebre soprattutto come ingegnere del suono e produttore di Deep Purple e Iron Maiden). “Stackridge” è un ottimo punto di partenza per chi vuole scoprire la loro opera, anche se per gran parte della carriera la band è riuscita a mantenere la sua anima di menestrelli sfrontati, maestri della tecnica e burloni intelligenti con una profonda comprensione dell’anima inglese. Probabilmente è proprio questo il motivo principale per cui sono rimasti condannati all’oscurità, ma per mantenere un’essenza artistica riconoscibile a volte servono grandi sacrifici.

Formazione

Andy Cresswell-Davis – voce solista, cori, chitarra solista, chitarra acustica, pianoforte, armonica
James Warren – voce solista, cori, basso, basso acustico, chitarra acustica
Michael Evans – violino, cori
Michael “Mutter” Slater – flauto, cori
Billy Bent aka Billy Sparkle – batteria e triangolo

Produzione

Fritz Freyer

Tracklist

1. Grande Piano
2. Percy the Penguin
3. Three Legged Table
4. Dora the Female Explorer
5. Essence of Porphyry
6. Marigold Conjunction
7. West Mall
8. Marzo Plod
9. Slark

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