Steve Hackett conquista Padova con un set strepitoso tra pezzi solisti e evergreen dei Genesis (2015)
Location: Padova / Gran Teatro Geox / Italia
Data: venerdì, 25.09.2015
A volte sembra che il leggendario virtuoso della chitarra Steve Hackett, che un tempo, tanto tempo fa, quando buona parte della musica popolare non era ancora un’offesa per le orecchie di chi ascolta, faceva vibrare le corde tra i progrocker Genesis, sia oggi più amato che mai dal pubblico italiano, in tutta la sua lunga e variegatissima carriera musicale. Almeno questa era l’impressione data dal Gran Teatro Geox di Padova, quasi sold out, dove gli appassionati di rock progressivo sinfonico si sono ritrovati per assistere a un altro grande spettacolo live di quest’anno.
Uno dei chitarristi rock più straordinari e influenti di tutti i tempi, che all’occorrenza mette a disposizione anche le linee vocali, è noto da tempo per dare il massimo insieme alla sua band, e questo vale ancora di più quando si esibisce davanti al fedelissimo pubblico italiano. Quest’anno mister Hackett festeggia il quarantesimo anniversario del suo debutto solista «Voyage of the Acolyte» (1975), uscito quando era ancora un membro dei leggendari Genesis. Questo album, da cui Steve ha suonato quattro classici nella tappa di Padova, ancora oggi tra gli appassionati di rock progressivo è considerato uno dei migliori esordi (solisti) di sempre.
Da allora sono passati ben quattro decenni di album per lo più interessanti e concerti di successo, più una breve parentesi con il supergruppo GTR negli anni Ottanta, mentre la tanto annunciata reunion dei Genesis nella formazione classica è saltata (fin troppe) volte, tanto che ormai nessuno ci pensa più seriamente. Nel frattempo Steve, che oltre all’eterno sottovalutato cantante Ray Wilson è l’unico (ex) membro dei Genesis a tenere ancora vivo dal vivo il lascito della celebre band inglese, è riuscito a imparare qualche parola di italiano. Ovviamente anche stasera la maggior parte dei discorsi al pubblico li ha fatti volentieri nella sua lingua, l’inglese, mentre dalla platea lo osservava per un po’ anche la moglie Jo Hackett.
La band di Steve comprendeva i membri storici: il virtuoso delle tastiere Roger King, lo straordinario batterista/cantante Gary O’Toole, il polistrumentista (fiati e tastiere) Rob Townsend e il carismatico cantante Nad Sylvan. Il grande cambiamento nella formazione è stata la presenza del boss dei The Flower Kings, Roine Stolt, che al basso ha sostituito il fenomenale Nick Beggs. Lo svedese Stolt, maestro del prog rock, a sua volta ottimo chitarrista e cantante più che discreto, ha dimostrato stasera tutta la sua versatilità, sia al basso che ai cori. Anche per questo quasi nessuno ha fatto caso al suo look un po’ buffo e psichedelico con i pantaloni a zampa. Tutti i membri della band di Steve, tranne il tastierista King che, a quanto pare, come un tempo Tony Banks nei Genesis, non ha talento vocale, hanno regalato armonie vocali divine.
Ovviamente l’attenzione della maggior parte del pubblico era puntata sul grande maestro della chitarra e leader del gruppo, che dopo il breve intro «Corycian Fire» ha aperto lo show con l’immortale evergreen strumentale «Spectral Mornings». Alla splendida esecuzione di uno dei classici più amati di Hackett, che ha riempito di colpo tutta la sala di un’atmosfera magica, sono seguiti alcuni brani più recenti dal suo ultimo album solista «Wolflight» (2015). I pezzi nuovi, come c’era da aspettarsi, hanno funzionato alla grande, ma la risposta più rumorosa del pubblico è andata ai classici di lunga data «Every Day», «The Steppes» e «Icarus Ascending». Quest’ultimo Steve l’ha dedicato all’icona di Woodstock, scomparso amico e collaboratore musicale Richie Havens, che cantava nella versione originale del brano. Per l’occasione, per la prima volta in serata, si è unito alla band di Steve il fantastico cantante Nad Sylvan, vestito con una camicia bianca da «moschettiere», che con l’aiuto di splendidi cori ha offerto un’interpretazione vocale più che dignitosa, anche se il suo timbro è parecchio diverso da quello di Havens.
Tra i momenti top della serata ci sono state di sicuro le esecuzioni dei quattro classici centrali di «Voyage of the Acolyte», che per struttura non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro e che ancora oggi rispecchiano i primi esperimenti di Steve con stili diversi. Dopo la positiva e melodica «Star of Sirius», dove il ruolo vocale principale è toccato al batterista O’Toole, è arrivato lo strumentale «supersonico» «Ace of Wands», mentre con la cataclismatica «A Tower Struck Down», in stile King Crimson, Steve ha ricordato il suo lato più cupo e ambientale.
Nessuno si aspettava che Steve ingaggiasse una cantante per una sola canzone, quindi la sua band ha eseguito soltanto la parte strumentale del magnifico epico mellotron «Shadow of the Hierophant». Se in un prossimo futuro Hackett dovesse proporre questo pezzo a qualche festival progrock e tra i partecipanti ci fosse per caso anche la band Karnataka, la loro cantante Hayley Griffiths sarebbe di certo la scelta ideale per la voce femminile principale, al posto del contributo originale di Sally Oldfield, la sorella di Mike.
Con una versione incompleta, ma comunque ottima, di «Shadow of the Hierophant» si è chiusa la parte dedicata ai pezzi solisti. Steve ha poi annunciato la seconda metà del concerto con le parole «ancora, Genesis», con i capolavori della sua celebre (ex) band. Stavolta, al posto dei brani più noti che avevano segnato i due tour precedenti, con grande gioia di molti presenti si è concentrato su materiale proveniente esclusivamente dal periodo della formazione classica dei Genesis (Steve Hackett, Peter Gabriel, Tony Banks, Mike Rutherford e Phil Collins), il che significa che sono rimasti fuori i classici degli album «A Trick of the Tail» (1976) e «Wind and Wuthering» (1977).
Questo ha significato anche che in scaletta sono finite alcune rarità dei Genesis, rarissimamente eseguite, che sono state tra le grandi sorprese della serata, come «Get ‘em Out By Friday», «Hairless Heart», «Can-Utility and the Coastliners», «After the Ordeal» e «Aisle of Plenty». Nella setlist di Hackett è tornato anche l’indimenticabile epico «Cinema Show» e la delizia melodica «The Lamb Lies Down On Broadway», mentre la chiusura della parte regolare con l’eterno, drammatico capolavoro «The Musical Box» è stata senza dubbio uno dei momenti clou della serata. Anche stavolta la voce di Sylvan nei registri più bassi ha centrato in pieno il timbro del giovane Peter Gabriel, mentre questa somiglianza era meno marcata nelle parti più impegnative, nelle tonalità più alte.
La band di Steve era l’immagine stessa dell’affiatamento perfetto: ancora una volta si è visto e sentito che gli strumentisti, dopo anni passati a suonare insieme, hanno studiato ogni composizione fin nei minimi dettagli. Il maestro Hackett anche stavolta è andato a tutto gas con le sue acrobazie da virtuoso, ed è stato interessante osservare anche l’uso che Stolt ha fatto del basso, con una tecnica simile a quella con cui si suona la chitarra (elettrica), tanto che la maggior parte del pubblico probabilmente non ha nemmeno sentito la mancanza di Beggs.
Per il bis d’obbligo molti spettatori si aspettavano probabilmente qualcosa di speciale dal tesoro dei Genesis, ma stavolta hanno dovuto accontentarsi dell’ottimo classico solista «Clocks – The Angels of Mons», che compare spesso nel repertorio solista di Steve, mentre li ha fatti decisamente più vibrare l’epico trionfo dei Genesis «Firth of Fifth», guidato dagli assoli eccezionali di King e Hackett. Con il trionfale «Firth of Fifth» la band di Steve ha suonato metà del materiale dello leggendario disco «Selling England By the Pound» (1973), e con questo si è chiusa un’altra indimenticabile serata in compagnia della leggenda della chitarra.
Steve Hackett è arrivato, ha suonato, ha vinto, e ha fatto letteralmente impazzire il Gran Teatro Geox di Padova, pieno zeppo. A un concerto così impeccabile, con il mix perfetto di materiale nuovo, classici solisti di lunga data e pezzi dei Genesis, è difficile aggiungere qualcosa, se non un grazie speciale al maestro inglese della chitarra per un’altra esperienza musicale di altissimo livello. Anche stavolta è stata una serata piena di momenti irripetibili e sorprese, in cui per un breve istante l’immortale spirito dei Genesis classici ha brillato di nuovo con tutta la sua forza. E a chi, come noi, ha già visto dal vivo più volte un Hackett ancora molto vitale per la sua età, sembra che ogni nuovo incontro con lui sia meglio del precedente.
autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
Set 1:
1. Corycian Fire (Intro)
2. Spectral Mornings
3. Out of the Body
4. Wolflight
5. Everyday
6. Love Song to a Vampire
7. The Wheel’s Turning
8. The Steppes
9. Loving Sea
10. Icarus Ascending
11. Star of Sirius
12. Ace of Wands
13. A Tower Struck Down
14. Shadow of the Hierophant
Set 2:
15. Get ‘em Out by Friday
16. Hairless Heart
17. Can-Utility and the Coastliners
18. After the Ordeal
19. The Cinema Show
20. Aisle of Plenty
21. The Lamb Lies Down on Broadway
22. The Musical Box
—bis—
23. Clocks – The Angel of Mons
24. Firth of Fifth







































