Steve Hackett: Surrender of Silence

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Etichetta: Insideout Music
Data di uscita: 10/9/2021
Produzione: Steve Hackett
Durata dell’album: 57.41 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 9,5/10


Nel 2021 il leggendario virtuoso della chitarra Steve Hackett ha tagliato un traguardo importante in una carriera musicale già straordinariamente ricca: per la prima volta da solista ha pubblicato due album in studio nello stesso anno. A inizio anno è uscito il disco strumentale classico-acustico «Under a Mediterranean Sky» (la recensione di RockLine), accolto benissimo dai fan di lunga data e dagli appassionati di musica classica. Poi, il 10 settembre, sempre per Inside Out Music, è arrivato un lavoro più rockeggiante intitolato «Surrender of Silence». Quest’ultimo prosegue la ‘nobile’ serie di splendidi album in studio di symphonic prog con forti influenze di world music, con cui l’ex maestro della chitarra dei Genesis entusiasma e vizia gli amanti della buona musica da un numero di anni a dir poco invidiabile, e non c’è nessun segno che col tempo si stia in qualche modo sedendo sugli allori.

Anche stavolta il maestro Hackett ha scritto musica e testi insieme alla moglie Jo e allo storico tastierista Roger King. Quest’ultimo si è ritrovato in studio con gli altri membri della band che accompagna Steve, cioè il sassofonista Rob Townsend, il bassista Jonas Reingold, il cantante Nad Sylvan e il batterista Craig Blundell. A Blundell si sono aggiunti due ospiti speciali, Phil Ehart (Kansas) e Nick D’Virgilio (Big Big Train, ex-Spock’s Beard): su «Surrender of Silence» formano un ‘triumvirato’ di batteristi da far invidia a chiunque. Ehart aveva già suonato con Steve su «Please Don’t Touch» (1978), quindi il suo ritorno è stato accolto con calore da tutti i fan di Hackett. Come il predecessore, anche questo album è nato in quarantena, a causa della situazione covid ancora in corso.

«Surrender of Silence» è un meraviglioso viaggio musicale attraverso i vari angoli del mondo che, dopo il breve ma drammatico brano strumentale d’apertura «The Obliterati», dove spicca l’assolo di chitarra nervoso di Hackett, parte dalla Russia. «Natalia» è infatti un pezzo pomposo che racconta di Natalia, una ragazza russa qualunque, costretta a vivere sotto regimi repressivi. È di gran lunga la creazione più slava di Hackett finora: piena di arrangiamenti sinfonici ispirati alla musica classica russa e di possenti armonie corali, di cui non si vergognerebbe nemmeno uno zar russo dei giorni nostri mentre si gode la parata militare sulla Piazza Rossa.

«Relaxation Music for Sharks (Featuring Feeding Frenzy)» è uno strumentale eclettico e al tempo stesso aggressivo. È un tuffo ambient nelle profondità dell’oceano che, già dal titolo, riflette quel nero umorismo inglese con cui il signor Hackett ci ha sorpresi ogni tanto anche in alcuni album solisti del passato. Questa composizione dal taglio prog metal diventa sempre più aggressiva di secondo in secondo e, oltre a passaggi di chitarra incattiviti e arrangiamenti orchestrali drammatici, dà pieno spazio a una sezione ritmica brutale in cui si sente tutto il lavoro sporco dei tre batteristi. «Wingbeats», in cui il maestro Hackett se ne va nella savana dell’Africa centrale, è un esperimento interessante che incrocia elementi della musica tradizionale dell’Africa subsahariana con il symphonic prog, e a tratti suona come un incontro ravvicinato tra i Genesis e il gruppo ghanese Osibisa.

Nel capolavoro gotico «The Devil’s Cathedral» conquista già l’intro, con i suoni cupi dell’organo di King e le acrobazie al sassofono di Townsend, mentre Nad Sylvan, che stavolta prende da Steve il ruolo di voce principale, con la sua performance teatrale e inconfondibile fa sì che questa oscura delizia symphonic prog sia, per stile, la più vicina ai Genesis, ovvero a quelle creazioni sinfoniche classiche di Hackett senza influenze di world music.

Su «Held in the Shadows» ci si può godere di nuovo il lavoro fenomenale di una sezione ritmica assassina e le possenti pennellate di chitarra che segnano le parti strumentali più drammatiche. Queste, in modo intelligente e al momento giusto, lasciano il posto ad armonie vocali dal sapore etereo. «Shanghai to Samarkand» è un viaggio musicale epico e melodrammatico attraverso le città dell’Asia lontana, pieno di elementi di world music, soprattutto di musica tradizionale cinese, con cui il signor Hackett aveva già stupito sul mitico «Spectral Mornings» (1979). La parte più divertente è la trasformazione graduale degli arrangiamenti ispirati alla musica tradizionale cinese in altri più vicini alle sonorità dell’Asia centrale, ed è per questo che il viaggio suona così convincente.

«Fox’s Tango», a detta di Steve, è un pezzo di protesta ispirato dall’ingiustizia diffusa e dalle spaventose disuguaglianze sociali della società capitalista di oggi. La rabbia di Hackett si sente nel suo modo aggressivo di suonare la chitarra elettrica e in un canto insolitamente appassionato, accompagnato da una linea ritmica non meno rabbiosa e ramificata. Va detto che con gli anni la sua voce è migliorata un bel po’, e si potrebbe dire che «Surrender of Silence» sia il suo risultato vocalmente più convincente finora. In «Days of the Dead» il signor Hackett ci invita in America centrale a festeggiare la ricorrenza tradizionale messicana del Giorno dei Morti. Di conseguenza, il brano è segnato da un’atmosfera cupa e misteriosa, con possenti armonie vocali.

«Scorched Earth» non è una cover dell’omonimo classico dei Van der Graaf Generator, ma uno dei pezzi migliori di «Surrender of Silence». Qui Steve unisce in modo convincente il suo talento vocale con quello della chitarrista/cantante e collaboratrice di lunga data Amanda Lehmann, che è anche la sorella di sua moglie Jo. Anche se nessuno dei due è un cantante di formazione classica con un’estensione tecnicamente invidiabile, il loro duetto, tra arrangiamenti sinfonici malinconici e passaggi di chitarra ‘piangenti’, funziona benissimo. Il brano è avvolto da un’atmosfera triste, perché il testo mette in guardia sulla catastrofe ecologica e sulla morte generalizzata della natura che segnano i nostri tempi. È una crisi che il covid ha spinto all’improvviso su un ‘binario morto’, anche se è senza dubbio la più grande crisi della società turbocapitalista moderna. «Esperanza» è un breve strumentale conclusivo che, con delle splendide parti di chitarra acustica, chiude «Surrender of Silence» in modo ambient e positivo, e potrebbe stare benissimo anche sull’album precedente.

Con «Surrender of Silence» il signor Hackett ha creato ancora un album eccellente, di cui godranno tutti i buongustai del prog rock, per i quali la notizia che il grande maestro della chitarra ha sfornato un nuovo capolavoro non sarà certo una sorpresa. Il percorso solista di Steve, straordinariamente coerente e di qualità, rinato circa dodici anni fa quando ha iniziato a collaborare con Jo e con i membri della band che lo accompagna da anni, guidati da Roger King (che anche stavolta ha firmato la produzione eccezionale di questo ottimo lavoro solista), prosegue dunque. Da una parte il grande maestro della chitarra segue la sua formula sonora riconoscibile e di enorme successo, dall’altra, durante i suoi viaggi musicali (e reali) intorno al mondo, riesce sempre a sorprenderci con qualcosa di nuovo.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik


Tracklist:
1. The Obliterati
2. Natalia
3. Relaxation Music For Sharks (Featuring Feeding Frenzy)
4. Wingbeats
5. The Devil’s Cathedral
6. Held In The Shadows
7. Shanghai To Samarkand
8. Fox’s Tango
9. Day Of The Dead
10. Scorched Earth
11. Esperanza

Formazione:
Steve Hackett – chitarra elettrica, chitarra classica, chitarra acustica, chitarra acustica a 12 corde, oud, charango, sitar, armonica a bocca, voce

Musicisti partecipanti:
Roger King – tastiere, programmazione, arrangiamenti orchestrali
Rob Townsend – sassofono, clarinetto
Jonas Reingold – basso
Nad Sylvan – voce
Craig Blundell – batteria

Ospiti speciali:
Phil Ehart – batteria
Nick D’Virgilio – batteria
Amanda Lehmann – voce
Durga – voce
Lorelei McBroom – voce
Christine Townsend – violino, viola
Malik Mansurov – tar
Sodirkhon Ubaidulloev – dutar


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